La felicità è... di Alessandro D'Avenia

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Nell’atrio della mia scuola alla fine dell’anno è apparso un albero, con il tronco e i rami di compensato e le foglie di carta multicolore. In cima all’albero è scritto: «Felicità è…». In ogni foglia è contenuta la risposta di un bambino della scuola materna.
Mi sono fermato a leggere una per una quelle foglie, quasi fosse il responso nell’antro della Sibilla cumana. E ho scoperto che la felicità per i bambini non solo è semplicissima, ma è soltanto relazionale. Tutte le foglie sono dedicate ad altri: familiari e amici. Nessuno di quei bimbi è felice da solo. Le foglie sono, per la maggior parte, dedicate ai genitori, ai padri in particolare: felicità è «quando papà mi gonfia un palloncino e giochiamo insieme», «quando papà mi fa il solletico». Felicità è: padri che giocano con i figli.
Mi sono reso conto che la mia felicità non era all’altezza di quella di quei bambini. La mia felicità è molto più complicata, assomiglia a un contenitore pieno di oggetti nuovi, di luoghi da vedere e di eventi futuri. È tutta coniugata al futuro e all’assente. Invece la felicità dei bambini non ha tempo e non ha spazio, anzi, meglio, ha il presente come unico tempo e la presenza come unico spazio. È relazionale, non individuale. Quanto tempo la cultura in cui sono immersi questi bambini ci metterà a cambiare il loro modo così chiaro e univoco di essere felici? C’è un antidoto per proteggere quella felicità così raggiungibile, così a portata di mano, rispetto alla felicità dettata dal consumismo?
Il consumismo è un implacabile dispensatore di felicità, infatti è «la prima vera possibilità di liberarci della resistenza della realtà», dice Bauman. Basta trovare il negozio giusto. Oggi ogni negozio è una farmacia in cui lenire i dolori che la buona vecchia natura ci infligge con i suoi uragani, terremoti, solleoni, monsoni, umane bassezze, tradimenti e cuori spezzati. Basta scegliere il negozio giusto e rimettiamo a posto la relazione dolorosa con la realtà, scegliendo l’oggetto che salverà la nostra frustrazione, rispondendo come noi ci aspettiamo, soddisfacendo senza fallo le nostre aspettative. Siamo diventati soggetti che comprano oggetti che finalmente rispondono perfettamente. Non importa che la nostra capacità di guardare negli occhi la realtà e gli altri si sia dimezzata, perché siamo impegnati a guardare lo smartphone che risponde perfettamente all’ansia di controllo e al desiderio di trascendere se stessi. La tecnologia sostituisce egregiamente quel mondo naturale, colpevole di essere troppo indifferente ai nostri desideri.
Infatti non si fa in tempo a crescerli questi figli, che già hanno in mano gli oggetti che avrebbero almeno potuto desiderare. Non gli abbiamo dato neanche il tempo, di desiderarli. La loro capacità di desiderare, atrofizzata per poco uso, anchilosata per troppa soddisfazione, non vuole più conoscere, cercare, scegliere, attendere. Non ne vale la pena. Eppure i genitori sanno bene che il bambino privato di qualcosa è costretto a mettere in atto la sua immaginazione per risolvere il dolore. Se un bambino chiede un secondo gelato e i genitori pur di non sentirne i capricci glielo comprano non solo lo viziano, ma gli tarpano le ali. Chi ha tutto non comincia mai la ricerca, perché non mette in moto l’immaginazione, la creatività, la sua relazione con il mondo a partire dalle proprie risorse interiori. Se i genitori resistono il bambino dovrà trovare altro per occupare il suo “bisogno” e lenire il dolore, magari sarà un gioco inventato sul momento: un mazzo di chiavi agitato in aria dal papà, di fronte al quale il bimbo rimane incantato. Lo porta alla bocca e così conosce qualcosa di nuovo, proprio grazie a una privazione, e inventa un gioco con quelle chiavi. I bambini che hanno tutto e hanno tutto il tempo pieno, che non si annoiano mai, sono atrofizzati nella loro creatività, riempita dall’esterno e mai sgorgante dall’interno. E lo stesso vale per i ragazzi rimpinzati di oggetti, emozioni e tempi pieni. Quelli che non si annoiano mai sono fregati: il loro processo creativo, cioè lo scavare e scovare le risorse dentro di sé e non fuori, per arginare il vuoto e il nulla, rimane soffocato. E la realtà ha e fa troppa “pena” perché valga la “pena” giocarci dentro.
Eppure giorni fa in treno avevo di fronte a me una coppia di trentenni che giocavano. Lei aveva qualcosa che le pesava sul cuore e la rendeva triste e silenziosa. Lui a un tratto ha scritto qualcosa su un taccuino bianco, poi le ha passato il taccuino. Si è messa a leggere svogliatamente e ha chiuso il taccuino. Dopo un po’ qualcosa ha rotto le sue difese, ha preso la penna e ha scritto sul taccuino che ha poi passato a lui. Non si dicevano una parola. Non si guardavano neanche negli occhi, si passavano il taccuino chiuso con la penna sopra, come fosse una mano di poker tra abili giocatori. Il gioco è andato avanti per quasi un’ora. A poco a poco ho visto il volto di lei rilassarsi e cominciare a sorridere. Dopo poco ogni lettura si concludeva con una sonora risata, mentre l’altro sorrideva in attesa. Alla fine hanno cominciato a parlare e ridere. Quei due si amavano. Lui l’aveva stanata dalla sua tristezza. E lo aveva fatto con un gioco, come quelli invocati dai bambini, mettendoci la sua semplice presenza creativa: taccuino, parole scritte a penna, attesa.
Mi è sembrato un rito di eros e agape. Darsi e riceversi come l’altro ha bisogno. Senza scorciatoie, piano piano, nel tempo presente e nel tempo della presenza. Non era la relazione di un soggetto con un oggetto che risponde perfettamente. Anzi, il contrario: lei non aveva voglia di esser felice. Era la relazione tra due soggetti, tra due persone, che si richiamavano alla reciproca fedeltà. Non si buttano via le persone quando non rispondono perfettamente, quando non soddisfano le nostre aspettative, non si buttano via come si fa con gli oggetti, che non richiedono fedeltà.
Con gli oggetti ci sentiamo forti: interrompiamo la relazione quando vogliamo, ma in realtà questa mancanza di fedeltà, persino verso le cose, ci rende più fragili, perché la forza della vita non sta nella liquidità delle relazioni, ma nella loro profondità e faticosa grandezza. Forse per questo la moglie del ricchissimo e impegnatissimo inventore di Facebook ha fatto firmare al marito un contratto matrimoniale nel quale era pattuito che avrebbero passato 100 minuti alla settimana sotto le lenzuola. Priscilla non ha permesso al marito di giocare solo con Facebook, lo ha obbligato a ricordarsi di lei.
Forse più che felicità dagli oggetti noi vogliamo attenzione e fedeltà dalle persone. Quella attenzione e fedeltà che fa felici i bambini che aspettano i loro padri per giocare, presenti nel presente. Forse potrebbero metterlo a contratto anche loro, per essere felici.
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10 commenti:

  1. Forse la vera felicità è quella dei bambini e di quelli che conservano la semplicità del bambino.
    Ciao Lucia.

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    1. Anche nell'umiltà vera! Ciao Gus

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  2. Una bella riflessione questa di D'Avenia, ci si lamenta oggi che i bambini hanno tutto e troppo, sono svogliati e nessun giocattolo riesce a farli felici. Quando si ha tutto e troppo non si cerca nulla e si annienta la volontà e il desiderio di cercare e scoprire.
    Tanti genitori dovrebbero leggere questo post per rendersi conto che stanno facendo del male ai propri figli viziandoli.
    Buona estate cara. Un abbraccio a te :)

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    1. Trovo questo scrittore-prof una persona degna di attenzione. Ciao Saray e buona estate!

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  3. Ma durante i 100 minuti sotto le lenzuola si puo' CORREGiare le fra si sul TACCHINO?

    FELICITA' è anche ricordare quando mio PADRE mi faceva vedere le CHIAVI di CASA, "agitanDOLE" e dicendo: "Ti GONFIO di BOTTE se non rientri all'ORA di CENE"...rentola...aggiungendo e SORRYdendro. Però le BOTTE le presi lo stesso!
    NON CONOSCEVO di quanto ritardò la poveRETTA.
    Ma Paolo ti comMENTA o deMANDA un ALTRO?

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  4. ANGELO ha commentato. Siamo alle solite: pubblico o lascio perdere? Posso risponderti ad una sola domanda quella su Paolo se mi commenta? Paolo non ama il computer e la tecnologia in linea di massima. Mi lascia libera. A volte io gli racconto ciò che succede nel blog, le persone che frequento e le idee che hanno. Lui reagisce come se stesse leggendo un giornale di gossip! Parlagli di politica: sa tutto, ma proprio tutto. (già la sua mamma era una dama della San Vincenzo, laica francescana e qualcosa nell'Azione Cattolica) Idem per il calcio.E poi legge...legge...legge!E' una persona colta. Umorismo inglese!!! Ciao Angelo. Attento a ciò che scrivi

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    1. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

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    2. "Io vi parlo dall'esterno e tutti sentono la stessa mia parola, ma è lo Spirito che fa intendere ad ognuno di cui ha bisogno"
      Se ti dico che è di Sant'Agostino ci credi?
      VOI SAPETE SOLO GIUDICARE LE COSE PASSATE ... giudicate buona da altri ... dando per scontato l'ESSERE DEI ...altri.

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    3. Certo che è St. Agostino e si riferisce a:+ Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 14,15-16.23-26)


      «Lo Spirito Santo vi insegnerà ogni cosa.»

      In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre.
      Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi.
      Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».
      Comprì?

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    4. Nemmeno se mi PORGI l'ANIMA ... potrei riempirla con CHI non si COMPRA, ... ma si sCONTA!
      Lo SPIRITO SANTO non E' liquido, solido o aeriforme.
      E' UNA PERSONA che entra in TE COME una colomba.
      Ha il potere di rendere i MASCHI ... COME DONNE e le femmine come ... MA DONNE.

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Grazie amico/a mia. Grazie se hai letto tutto e ti decidi a scrivere un commento. qualunque sia la tua risposta, scrivi.
Però non amo gli insulti volgari o le parolacce
Arrivederci sarai sempre la benvenuta/o



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