Visualizzazione post con etichetta favola. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta favola. Mostra tutti i post

martedì 16 febbraio 2016

favola (Canzone di C. Chieffo)



Non avere paura piccolo figlio mio
ma è la strada più dura che ti porterà là;
lascia dunque il sentiero, prendi i campi e va'
attraversa quel bosco non temere perchè
c'è Qualcuno con te.

Mi vien fatto di pensare che i bambini conoscono davvero più cose di noi e che se gli adulti si lasciassero guidare dai bambini dalla loro sensibilità, dalla loro ingenuità, insomma: bambini prendeteci per mano andiamo insieme,  sul sentiero pulito della giustizia, come voi l'intendete, e dall'amore senza fine che vi caratterizza e forse il Regno dei Cieli sarà più vicino.




E' notte, nel lettone si sta molto bene. Paolo legge ed io prego. 
E' bello il silenzio, abbiamo finito di pensare alla giornata trascorsa, al fragore e all'inutile rincorrere le mille vuote idee. 
Passa una bicicletta invisibile, un cane abbaia alla luna (è calante, mi pare), due persone, ferme si scambiano la buona notte ed io penso che:



quando incontrerai il lupo e la volpe e il leone
non restare impaurito e non far confusione:
son di un altro racconto che finisce male
non potranno toccarti; non voltarti perchè
c'è Qualcuno con te...




ci sarà un prato, un paese, una città dove la libertà e l'amore per i bambini,  per le loro mamme e i loro papà, per tutti, si possa respirare come l'aria in un giorno limpido o in una notte piena di stelle!




Questa sera mi pare che potrebbe essere possibile.....ho dimenticato i problemi, i diverbi, le persone che derubano i poveri e gli assassini, no, non esistono più. Questo mio sogno di futuro forse non esiste...in questa sera silenziosa c'è solo l'amore di Dio che abbraccia l'universo.


giovedì 29 ottobre 2015

Favola con morale...per chi vuole!




Il Mago Magone era sempre tanto triste; bastava che una nuvola oscurasse il sole e cominciava a piangere e se gli si slacciava una stringa della scarpa gli venivano i lustrini agli occhi; piangeva perfino ogni volta che starnutiva, gli veniva il mestolino qualunque notizia sentisse alla radio e si affliggeva terribilmente quando guardava tramontare il sole.

Insomma: non gli andava mai bene niente, sia che avesse la pancia piena oppure vuota.


Finché un giorno si accorse di aver finito le lacrime, ma ciò non lo fece piangere: lo preoccupò talmente che perse anche l’uso della parola.
Allora si diede a correre in lungo e in largo per il suo enorme castello; era disperato e guardò in tutti i cassetti in cerca di una preoccupazione, dentro tutti gli armadi per trovare un dispiacere, sotto tutti i letti per scovare un mal di pancia, ma niente da fare; mise a soqquadro la casa, ma dentro ai cassetti trovò solo chili di salute, negli armadi tonnellate di lavoro e sotto i letti monete d’oro a non finire.
La cosa brutta era che non poteva chiedere aiuto a nessuno visto che era diventato muto, e comunque, a forza di piangere, col tempo la gente lo aveva lasciato solo, quindi doveva risolvere questo problema per conto suo.
Si sedette davanti al camino e, a forza di fissare quelle fiamme che guizzavano allegramente, assicurandogli che in fondo la vita è bella anche se brucia, giunse in breve alla conclusione che prima di parlare bisogna pensare (cosa che lui non aveva mai fatto) e a forza di pensare riuscì, dopo qualche giorno, a dire delle cose sensate.

Per la prima volta in vita sua, il Mago Magone era contento!


Non lo preoccupava più il fatto di aver finito le lacrime così, non sapendo che fare, si recò al fossato, ai piedi del castello e il coccodrillo, appena vide il Mago Magone che correva a gambe levate verso di lui, incominciò a piangere; aveva appena mangiato un’anatra e gli dispiaceva molto.

Il Mago Magone – che era un mago vero – si affrettò a raccogliere le lacrime del coccodrillo , in una boccettina di vetro, e le portò in cima alla torre più alta, nel suo laboratorio; non si era mai domandato di che cosa fossero fatte le lacrime.

Lui pensava che fossero senz’altro costituite più d’acqua salata che di buon vino bianco, ma fu proprio in quella strana circostanza che gli venne la curiosità di accertarsene; lui non ne possedeva più neanche una goccia, perciò depositò sotto la lente del microscopio quel prezioso campione.
Ma cosa vide?

Vide che cos’erano: vide la fame, la malattia e la sofferenza; vide la guerra, l’odio e la morte; vide madri disperate piangere per i loro bambini e bambini piangere per le loro paure. I vecchi piangevano per i loro rimpianti e i giovani per i loro rimorsi.
Poi guardò in faccia l’invidia e la gelosia mentre danzavano, ridendo fino alle lacrime, intorno al mondo.
Vide che anche molti animali piangevano, specialmente quelli chiusi in prigione; piangevano i fiori recisi, i pesci nel mare sporco, e anche le montagne quando venivano scavate con le trivelle fin nel loro cuore.
L’aria stessa lacrimava a causa del fumo degli incendi che facevano piangere i boschi.
Vide infine piangere gli occhi di Gesù.

Scoprì così che esistono diverse specie di lacrime: molte sono causate dal dolore, altre dalla compassione, alcune perfino dalla gioia.

Certe, come quelle che sgorgavano fino a qualche tempo prima dai suoi propri occhi, addirittura sembrava non avessero una causa apparente, e invece erano pur’esse lacrime di sofferenza: perché anche il vuoto è dolore; forse, quel dolore, è persino più acuto perché non si sa come spiegarlo a sé stessi o agli altri.

Il Mago Magone capì che le lacrime di tutte le creature contengono queste cose poiché esse non sono affatto, semplice acqua salata oppure buon vino bianco; sono il sangue dell’anima ferita.
Mentre pensava a ciò non si accorse – tanto era immerso in quelle visioni – che due lacrimoni gli rigavano le guance, scorrevano lungo la sua folta barba bianca e cadevano ai suoi piedi, trasformandosi in due enormi diamanti.

Perché fu in quel tormento che il suo cuore si aprì per far sbocciare il fiore dell’amore.
Quando se ne accorse si vergognò molto per tutto il tempo che aveva perduto a piangere per niente, anche se quel niente lo aveva spinto a farsi queste stupefacenti domande.



giovedì 5 gennaio 2012

Il viaggio del quarto Re di B. Ferrero


Nei giorni in cui era imperatore Cesare Augusto ed Erode regnava a Gerusalemme, viveva nella città di Ecbatana, tra i monti della Persia, un certo Artabano.
Era un uomo alto e bruno, sulla quarantina. Gli occhi sfavillanti, la fronte da sognatore e la bocca da soldato rivelavano uomo sensibile ma di volontà ferrea, uno di quegli uomini sempre alla ricerca di qualcosa.
Artabano apparteneva all'antica casta sacerdotale dei Magi.
Un giorno convocò i suoi amici e fece loro, più o meno, questo discorso:
"I miei compagni tra i Magi - Gaspare, Melchiorre e Baldassarre - e io stesso abbiamo studiato le antiche tavole della Caldea e abbiamo calcolato il tempo. Cade quest'anno.
Abbiamo studiato il cielo e abbiamo visto una nuova stessa, che ha brillato per una sola notte e poi è scomparsa. I miei fratelli stanno vegliando nell'antico tempio delle Sette Sfere, a Borsippa, in Babilonia, e io veglio qui. Se la stella brillerà di nuovo, partiremo insieme per Gerusalemme, per vedere e adorare il Promesso, che nascerà Re d'Israele. Ho venduto la mia casa e i miei beni ed ho acquistato questi gioielli: uno zaffiro, un rubino e una perla, da portare in dono al Re. Così dicendo trasse dalla tasca i tre gioielli: uno era blu come un frammento del cielo notturno, uno era più rosso di un raggio del tramonto e la perla era candida come la cima innevata di un monte a mezzogiorno. Di sera guardò il cielo e vide , perfetta e di un radioso candore, vide pulsare la stella dell'annuncio.
Artabano partì con il suo cammello Djemal, il più forte e veloce tra i suoi cammelli; doveva calcolare bene i tempi per giungere all'appuntamento con gli altri Magi.Attraversò deserti e monti quanto, in vista delle mura sbrecciate di Babilonia, in un boschetto di palme vide un uomo che giaceva bocconi sulla strada. Sulla pelle, secca e gialla, portava i segni della febbre mortale che infieriva un quelle zone. Il gelo della morte lo aveva già afferrato alla gola. Artabano si fermò. Prese il vecchio tra le braccia e lo portò in albergo, chiese di ospitarlo per il resto dei suoi giorni. In pagamento diede lo zaffiro.
Artabano riprese la strada, ormai gli altri Magi erano partiti e lui sollecitava Djemal per vedere di raggiungerli.
Arrivò in una vallata deserta dove enormi rocce si innalzavano fra le ginestre dai fiori dorati. All'improvviso udì delle urla venire dal folto degli arbusti. Dei soldati stavano trascinando una donna dai vestiti a brandelli. Erano troppi perchè Artabano potesse affrontarli. Udide le urla della donna Artabano mise mano alla cintura e con il rubino acquistò la libertà della donna che fuggì tra le montagne come se fosse un capriolo.
Intanto Gaspare, Melchiorre e Baldassarre erano arrivato alla stalla dove stavano Giuseppe, Maria e il piccolo Gesù.
I tre santi re si prostrarono davanti al Bambino e presentarono i loro doni. Il calice d'oro, un incensiere da cui si levavano volate di profumato incenso e la preziosa mirra.
Artabano correva, correva. Arrivò a Betlemme mentre dalle case si levavano pianti e fiamme e l'aria tremava come trema nel deserto. I soldati eseguivano gli ordini di Erode: uccidevano tutti i bambini dai due anni in giù. Vicino ad una casa in fiamme un soldato dondolava un bambino nudo tenendolo per una gamba. Il bambino gridava e si dibatteva, la madre alzava grida acutissime. Con un sospiro Artabano prese l'ultima gemma che gli era rimasta, la magnifica perla più grossa di un uovo di piccione, e la diede al soldato. che restituì il figlio alla madre. Ella ghermì il bimbo se lo strinse al petto e fuggì.
Solo molto tardi Artabano trovò la stalla dove si nascondevano il Bambino, Maria e Giuseppe. Si stavano preparando a fuggire e Maria aveva sulle ginocchia il Bambino. Ella lo cullava teneramente cantandogli una dolce ninna nanna.
Artabano crollò in ginocchio e si prostrò con la fronte al suolo. Non osava alzare gli occhi, perchè non aveva portato doni al Re dei Re. "Signore, le mie mani sono vuote. Perdonami..." sussurrò.
Alla fine osò alzare gli occhi. Il Bambino forse dormiva? No, il Bambino non dormiva.
Dolcemente si girò verso Artabano. Il Suo volto splendeva, tese le manine verso le mani vuote del Magio e sorrise.