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lunedì 21 agosto 2017

parole intrecciate



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Palpebre chiuse sul dolore
il tramonto sta affogando nell'acqua.
Rami intrecciati
lacerati di verde vita.
Silenzio.
E sei quel fiore dischiuso
all'ultimo sole. (mamma)



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Che cos'è questa nostalgia che mi prende e mi sconvolge il cuore?
Sarebbe meraviglioso se le "cose belle" vivessero persempre.
Ho messo al mondo dei figli. Ho collaborato con Dio.
Con la segreta speranza che fosse "persempre"
Poi scopro che non è vero, perchè si muore.
E questo sentimento che penetra la vita, che crea quel male che ferisce e che
mi getta in una solitudine spesso disperata dove mi chiedo se esiste una meta o una strada per
riprendere a respirare.
E lentamente col tempo,  riprendo a respirare   a sorridere anche con l'anima.
ma
 fatti due passi, il respiro di nuovo mi manca. 
E guardo il Cielo e chiedo "misericordia per i giorni in cui mi manca ...."quel figlio che avevo!" "che ho insieme a Te."


sabato 22 aprile 2017

La nostalgia

Non posso ricordare. Ma quei momenti
puri dureranno in me come
in fondo a un vaso troppo pieno.
Non penso a Te, ma sono per amore Tuo
e questo mi dà forza.
Non Ti invento nei luoghi 
                                          L'immagine può contenere: una o più persone, persone sedute, bambino e spazio all'aperto

che adesso senza te non hanno senso.
Il tuo non esserci
è già caldo di te, ed è più vero,
più del tuo mancarmi. La nostalgia
spesso non distingue. Perchè
cercare allora se il tuo influsso
già sento su di me lieve
come un raggio di luna alla finestra.
(E.M. Rilke)

giovedì 5 novembre 2015

ad occhi chiusi




Un lago:gli occhi della mia mamma.
Un foglio di carta, 
una barca,
io. 

Vento: 
donami una brezza leggera 
per volgere la prua
 verso 
il porto sicuro delle sue braccia
per risentirmi cullare.
(Lucia) 

sabato 29 agosto 2015

Rose senza profumo


Le mie rose.


Sul mio balcone c'è un vaso di rose. Rosa. Non troppo grandi. Indubbiamente sono belle. Ma non hanno profumo. 
Sono come le giornate che sto vivendo. Radiose, piene di luce.Con un cielo azzurro dove neppure una nuvola piccina trova riposo.
Ma non hanno profumo. 
Dov'è la bellezza di giorni vicini e lontani?
Mi assale la nostalgia. E' nostalgia di cielo che per me è una specie di "mal d'Africa" e consiste nel desiderare quanto di bello e di buono, di ordine armonico, di pace ci sia stato ieri, nel mio cuore.
E' una nostalgia, quella di questi giorni, da cui non riesco a difendermi, perchè sta invadendo la mia anima. Quello che cerco sono "i miei giorni viola". 
E' la visione del volo delle rondini impazzite e con loro, la speranza in qualcosa che ancora non so come chiamare.
E allora trasformo, come ieri sera, i miei pensieri in preghiera. 
Una preghiera che è distrazione,  che si interrompe e poi riprende, stanca.
Dio, mio Dio, come sei grande e come mi ami! E io sono altrove!|

giovedì 30 dicembre 2010

Emily Dickinson



Avevo un pettirosso cremisi
che molti giorni cantò
ma quando i boschi arrossarono
anch'egli se ne volò.

giovedì 9 dicembre 2010

La bella favola di Gina Lagorio


Forse c'è nella vita di ognuno un punto fermo, oltre il quale niente è più come prima e tutto si prospetta in una luce diversa. Forse tutti abbiamo un Natale, nella nostra vita, che abbiamo considerato- magari senza rifletterci, d'istinto- come l'ultimo. "L'infanzia è finita": l'abbiamo pensato vergognandoci, perchè ce lo dicevamo essendo magari uomini importanti o madri di famiglia. Io ricordo che pensai proprio così, che era finita l'infanzia, quando mia madre morì. Avevo una figlia anch'io, lavoravo, ma che ci fosse la mamma per me significava ancora questo: c'era qualcuno che mi proteggeva, che mi amava senza giudicarmi..Il Natale è stata l'attesa più importante della mia infanzia di figlia unica, e l'avevo condivisa con lei: aspettavo Gesù Bambino con i rovelli che il desiderio del dono ambito faceva crescere di giorno in giorno se temevo di averla delusa, e preparavo una letterina con una trepidazione senza pari. Poi arrivava la mattina in cui trovavo sotto l'albero la bambola o la culla che avevo lungamente covata nelle vetrine, e partivo con i miei per raggiungere in cascina i fratelli di mio padre e i cugini. Il pranzo nella grande sala riscaldata da un'enorme stufa e con il riflesso delle fiamme del camino guizzante sui muri era un evento epico; montagne di cibi a cui avevano lavorato per giorni le donne di casa, ruscellare di vini, esplodere in risate, coro di voci gioiose. Mio nonno presiedeva alla festa come un patriarca.
Là imparai tante cose della vita domestica contadina che ora, quando lo racconto, alle mie nipoti sembrano quasi leggenda: come si fa il pane, le conserve di pomodoro, le marmellate di frutta. Arrivava di tutto su quella tavola allungata coi cavalletti e ricoperta da una tovaglia bianchissima, tessuta in casa. Il piatto forte era costituito dai ravioli, bolliti in brodo di cappone. E alla fine del pranzo mi si chiedeva, a gran voce, di recitare la poesia di Natale, imparata a scuola, in piedi su di una sedia. E' stato certo quel ricordo così caldo e ricco a farmi curare, più tardi, come meglio potevo i Natali delle mie figlie, anche se dentro di me, dal giorno in cui non ci fu più mia madre, il Natale divenne la "loro" festa; per me, era solo un'occasione di pace domestica. La nostalgia aveva preso il posto dell'attesa. La magia che si respira nelle favole dell'infanzia, non c'era più.
Tanti Natali sono passati, le mie figlie hanno finito per prendere il mio posto nel prepararlo: conoscono negozietti misteriosi come antri di maghi; scoprono oggetti futili che hanno in sè il dono prezioso del sorriso: non dimenticano niente e nessuno.
Se esco in centro nei giorni sotto Natale, il desiderio della fuga è irresistibile, il rigetto della città è prepotente. Tra cento negozi che aspirano a gareggiare con Parigi o New York, mi persuado che il Natale c'è ancora, e tuttavia non c'è più. C'è la buccia del Natale, ma dentro non è rimasto niente di ciò che gli dava senso.
Ora il Natale ha ancora senso se c'è un bambino che aspetta Gesù e i suoi doni.
Il Natale evangelico degli uomini di buona volontà è un dono raro, che può ancora celebrare chi abbia la grazia della fede e una speranza non solo terrena. Come a dire: poichè il Natale vero non c'è più - il Natale dell'amore fra le persone, delle speranzenel domani, della fede nei valori che durano - sogniamo almeno le fughe possibili che un oggetto può suggerire. Il guaio è che mille ritorni al privato non fanno una sola coscienza civile collettiva, anche se, per fortuna, ci sono le individuali assunzioni di responsabilità che tendono, operando, a rendere meno amara la vita degli emarginati: dalla miseria, dalla malattia, dalla storia, dal destino. Una presenza salvifica, che apre sull'orizzonte buio, schegge di luce, e nel soffoco generale immette refoli di umana tolleranza e di misericordia.
E poi e poi... c'èsempre un bambino che amiamo che batte le mani alle luci dell'albero. Perchè non sperare per lui una vita più vivibile in un mondo meno corrotto dall'indifferenza? Restiamogli accanto , le piccole mani nelle nostre grandi provate dagli anni, il suo stupore innocente intatto specchio della nostra esperienza: il Natale è nuovo per lui, a sua misura, di attesa e di memoria. La bella favola continui tra molte malinconie e una speranza irrinunciabile.