Sopra il leggìo di quercia è nell'altana,
aperto, il libro. Quella quercia ancora, esercitata dalla tramontana,
viveva nella sua selva sonora;
e quel libro era antico. Eccolo: aperto, sembra che ascolti il tarlo che lavora.
E sembra ch'uno (donde mai? non, certo,
dal tremulo uscio, cui tentenna il vento delle montagne e il vento del deserto,
sorti d'un tratto...) sia venuto, e lento
sfogli - se n'ode il crepitar leggiero - le carte. E l'uomo non vedo io: lo sento,
invisibile, là, come il pensiero...
Un uomo è là, che sfoglia dalla prima
carta all'estrema, rapido, e pian piano va, dall'estrema, a ritrovar la prima.
E poi nell'ira del cercar suo vano
volta i fragili fogli a venti, a trenta, a cento, con l'impazïente mano.
E poi li volge a uno a uno, lenta-
mente, esitando; ma via via più forte, più presto, i fogli contro i fogli avventa.
Sosta... Trovò? Non gemono le porte
più, tutto oscilla in un silenzio austero. Legge?... Un istante; e volta le contorte
pagine, e torna ad inseguire il vero.
Sono due delle tre strofe e si tratta di un componimento abbastanza noto. "Pascoli sta camminando nel giardino di un amico, a un certo punto nel parco c'è un'altana, su un piccolo ridosso un chiostro tutto aperto e nel chiostro è stato abbandonato un libro, sopra il leggio. Improvvisamente, mentre Pascoli passa vicino a quel chiostro, il vento si alza e urgendo le pagine del libro le fa passare, le alza e poi esse ricadono. E' una banalità, ma è dalla banalità, che diventa segno, che si scopre l'infinitezza dell'uomo. Il poeta scopre in questa piccola banalità un simbolo cosmico: cos'è quel libro? Il libro è la voce del cosmo e del mondo. E che cos'è quel vento che alza le pagine che poi ricadono? Quel vento è il pensiero dell'uomo, è l'indomabile sete di conoscenza che spinge l'uomo a guardare quel libro. Ma il continuo ripetersi delle pagine che s'alzano e delle pagine che ricadono denota non l'irresolutezza, ma bensì l'insolubilità di questo desiderio" (L. Giussani)
Come la poesia anche il commento di Giussani continua ma posterò entrambi in un altro momento. |
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venerdì 6 luglio 2012
Il Libro di G. Pascoli
giovedì 5 luglio 2012
La grande aspirazione G. Pascoli
Un desiderio che non ha parole
v'urge, tra i ceppi della terra nera e la raggiante libertà del sole.
Voi vi torcete come chi dispera,
alberi schiavi! Dispergendo al cielo l'ombra de' rami lenta e prigioniera,
e movendo con vane orme lo stelo
dentro la terra, sembra che v'accori un desiderio senza fine anelo.
- Ali e non rami! piedi e non errori
ciechi di ignave radiche! - poi dite con improvvisa melodia di fiori.
Lontano io vedo voi chiamar con mite
solco d'odore; vedo voi lontano cennar con fiamme piccole, infinite.
E l'uomo, alberi, l'uomo, albero strano
che, sì, cammina, altro non può, che vuole; e schiavi abbiamo, per il sogno vano,
noi nostri fiori, voi vostre parole.
E' il paragone dell'uomo con l'albero. L'albero come un urto di desiderio, senza parole, ed è tale desiderio che sviluppa la fisionomia dell'albero fra i ceppi della terra nera, poichè è legato al suolo, e la raggiante libertà del sole. Pascoli è un fiume di questi preziosi particolari, di queste antitesi delicate: "I ceppi della terra nera/ e la raggiante libertà del sole" già definiscono il destino dell'uomo, essere limitato eppure proteso a uno spazio senza fine. Il paragone dell'albero è certamente suggestivo, ma esprime un'aspirazione che già Pascoli chiama "vana". Però, ciò che questa poesia comunica è l'irriducibile evidenza: l'uomo è per sua natura aspirazione, è una tensione. Tensione di conoscenza, quindi di felicità. (L. Giussani)
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