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lunedì 14 luglio 2014

Il nuovo umanitarismo è il surrogato della fede

 
 
 
 
 
 
 
L'ateismo pratico o laicismo, caratterizzato da una divisione tra
la fede e i problemi della vita, con che cosa supplisce
all'assenza della fede, all'assenza di coscienza del rapporto
con l'oltre, con il Mistero, nelle cose della vita?
Nelle cose della vita, certo, perché, come diceva
Cosimo de' Medici in un'arguta sua frase. " A noi non interessa
il cielo, a noi interessa la terra" ; e anch'io la sottoscriverei,
nel senso che se accetto il cielo è perché questo è
l'unico modo per spiegare e dare un senso alla terra, per
moltiplicare il gusto della vita in questa terra.
Può non interessarvi la vita eterna, perché
siete ignoranti in materia religiosa, ma se non vi
interessa vivere meglio quaggiù è infinitamente peggio.
I cristiani devono mostrare al mondo la verità, ma
domandiamoci che cos'è la verità? E' ciò che
corrisponde alla vita.
In questo senso può intendersi la definizione
di san Tommaso d'Aquino:
" adaequatio rei et intellectus", ossia come corrispondenza,
cioè adaequatio della proposta alla vita.
Si tratta perciò di un'esperienza da fare, di un incontro da vivere.
L'amore senza Dio è solo un nuovo umanitarismo, ed
è un male in sé perché contraddice la realtà
cristiana eludendone il vero contenuto, stendendo un velo
sopra di esso.
Il nuovo umanitarismo è il surrogato della fede.

lunedì 28 aprile 2014

Il nostro borghesismo si vede a occhio nudo





Il nostro borghesismo si vede a occhio nudo. Il borghesismo è infatti la non radicalità con cui percepiamo il rapporto con Cristo. Se lo percepissimo con radicalità il nostro rapporto con Cristo giudicherebbe tutto. Quello che siamo, quello che facciamo, la vita comunitaria, la notizia del giornale, l'ambiente del lavoro. E lo giudicherebbe come l'aratro che ferisce la terra perché il seme vi penetri e dia frutto: il giudizio di Dio è il rinnovamento generato dallo Spirito.
E' necessario che cominciamo a prendere sul serio la fede come reagente sulla vita concreta, in modo tale che siamo condotti a vedere l'identità tra la fede e l'umano più vero.
Così, ad esempio, il rapporto uomo-donna vissuto nella radicalità del rapporto con Cristo viene a galla con la sua esigenza di verità e unità, di fedeltà e di permanenza nel tempo.
Così l'atteggiamento di fronte alla vita secondo la radicalità della fede diventa rispettoso della persona e della dignità del suo destino.



giovedì 27 marzo 2014

La battaglia del nuovo contro il vecchio



Lentamente Gesù colloca la sua persona al centro dell'affettività e della libertà dell'uomo.
E' commovente la questione, è l'aspetto più commovente di tutto quanto il fatto cristiano, cioè la storia cristiana.
La vocazione in cui Cristo ci ha bloccati, in questo essere bloccati ha già dentro tutto.
Dove sei, dove uno vive queste cose, entrano flotti di umanità diversa. Altrimenti le cose restano tali e quali, in tutti i sensi, e sembrano dar vigore e ragione alla superbia, alla pretesa, alla presunzione, al fariseismo.
La vocazione è un grido di battaglia, non come un posteggio, un posteggio in cantina.
Se si va a insegnare, se si va a lavorare in banca e si stabiliscono rapporti con gli altri compagni di lavoro, qualsiasi cosa si faccia, per quanti rapporti si tessano, questa battaglia è lo scopo. E' la battaglia del nuovo contro il vecchio. Per questo è la vera rivoluzione.
Anche ai tempi di Stalin tutti gridavano: "Rivoluzione!", e tutto sembrava rivoluzionario, animato da imperiosa volontà di rivoluzione. Son finiti negli accusati schemi dei propri avversari, identificandosi con essi.



giovedì 20 marzo 2014

Il buco dove fu piantata la Croce

 
 
 
 
 
 
 
La cosa più impressionante della mia vita è stata vedere il buco dove fu piantata la croce, il luogo in cui Cristo è morto, dove Cristo ha agonizzato. Vedendo questo posto, immaginando l'incomprensione e il non riconoscimento di tutta la folla che stava a guardare, si capisce che dev'essere una cosa terribile e grande il male del mondo se Dio ha accettato un sacrificio così, una morte del genere.
Quello che ci si porta via da quei luoghi è il desiderio, lo struggimento, che la gente si accorga di quanto è accaduto. E invece quello che è accaduto sembra sia oggi possibile cancellarlo così come si cancella con un piede una lettera sulla sabbia.
Oggi tutto il resto, la politica, l'economia, ecc, sembra più grande e più importante di questo avvenimento così facilmente e a buon mercato identificabile con una fiaba.
Ma la concretezza di quell'avvenimento è così umana che non si può tornare dalla Palestina col dubbio che il cristianesimo sia una favola.
Mettersi nelle condizioni naturali, logistiche, in cui Cristo si è venuto a trovare: il paesaggio che ha visto, le rocce che ha calpestato, le distanze che ha camminato.
Tutto collabora e costringe a capire la verità di quello che è accaduto.



martedì 18 marzo 2014

La storia di Zaccheo

 
 
 
 
 
Zaccheo, si arrampica su un sicomoro per vedere Gesù.

Zaccheo si arrampica sul sicomoro perché era piccolo di statura.

Gesù gli passa vicino, guarda su dove si era issato e gli dice:

"Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua".

Immaginiamo che cosa ha sentito quell'uomo. E' come se Cristo gli 

avesse detto: " Io ti stimo".

Ma quell'incontro non sarebbe vero, sarebbe come se non fosse 

avvenuto duemila anni fa, se non potesse avvenire anche adesso.

Un uomo non può aderire a Cristo se non percepisce che è vero oggi.



 


domenica 16 marzo 2014

L'importanza del desiderio




Nell’attuale società i desideri sono eterodiretti ed i sentimenti effimeri rapidamente consumati.
Le emozioni pur irrinunciabili a una vita piena e alla conoscenza sono svalutate dalla supremazia tecnologica; l’insoddisfazione e la solitudine si placano con beni materiali da cui poi siamo posseduti.
Certi stati emozionali sono negativamente percepiti come associati alla vulnerabilità della psiche e all’indecifrabilità dei processi psichici. Si vorrebbero curare con gli psicofarmaci le forme dell’infelicità esistenziale, esperienza che andrebbe vissuta e interpretata per un cambiamento, né so quando giovino le meditazioni orientate all’apatia del vuoto mentale o l’adeguarsi a ruoli, ideologie e false coscienze prestabilite al fine di non essere considerati devianti de-omologati.
Non s’intraprende un processo autoconoscitivo alla ricerca di un’autentica identità in divenire e l’egocentrismo postmoderno indica solo valori da leadership.
Si vivono insoddisfacenti rapporti con gli altri.
Gli scambi conversazionali sono limitati a futilità e la comunicazione familiare può scadere in patologici circoli viziosi. Spesso si disconosce o fraintende la vitalità creativa di elementi verbali come l’humour e l’ironia.
I bisogni affettivi sono spesso spenti da una conflittualità tra la chiusura individualistica e l’apertura alla condivisione sociale. Ma imparare ad amare è un’arte che si apprende sul campo.
I sistemi di comunicazione sono sempre più sofisticati ma c’è il rischio che si decomponga la capacità di comunicare dal vivo o in modo strutturato. Importa l’uso che ne facciamo: da gioco fine a se stesso a confronto delle idee e disvelamento di identità pur virtuali ma dove possono emergere anche aspetti inconsci della nostra personalità.
L’uomo ha invano tentato di sottomettere la vita emozionale a quella razionale –realistica. Ma che vale la ragione senza il cuore? Intelligenza, sensibilità, immaginario , devono interagire. Solo le passioni sono il sale della vita che ci fa cogliere qualcosa di noi e degli altri.
Oggi, come notò Pascal, “nessuno sa più restare solo chiuso nella propria stanza”. Per momenti meditativi che rielaborino fantasie, percezioni, impressioni, ecc. Per revisionare la propria visione del mondo da cui discende il nostro gioire e soffrire che ci rendono vitali, per conoscere i propri modi conoscitivo-emozionali , per ridefinire e affinare quelli comunicativo-relazionali strumento essenziale della vita. Domina un parlare automatico e prevedibile e le questioni serie sono tabù. Non svendiamoci con tediosi affabulatori privi di humour e lievità e ci siano care le persone con cui è possibile sintonizzarci anche per un fugace incontro. Si teme il giudizio o di ammettere la nostra fragilità e il bisogno dell’altro. Una condivisione di emozioni e sentimenti pur avventurosa sarebbe vincente per una consapevolezza non elusa con evasioni e disimpegno.
L’inclinazione a entrare in contatto con gli altri attraverso l’ascolto e il dialogo che esprimano accoglimento e intuizione è irrinunciabile anche nelle psicoterapie dove la parola dev’essere farmaco. Una sofferenza affettiva si rivela all’origine di ogni disagio che va rivisto nel contesto delle relazioni.
Si delega la gestione delle emozioni alla spettacolarizzazione mediatica e alle commozioni artificiosamente indotte. Non sono vissute di persona e certi eventi esistono solo perché rappresentati in TV, metafora di una cultura standardizzata e di attività ripetitive e demotivate.
Più si cresce e più è difficile prendere le cose con immaginazione anche per proficue interazioni transgenerazionali.
La poesia, la letteratura, l’arte, i miti, se rispecchiano la condizione umana o se sono espressione di propri spontanei sentimenti possono salvarci e contrastano il pragmatismo frettoloso, l’ottica del profitto, ecc. Per vedere il mondo con occhi diversi, per risvegliare, riconoscere, rivivere certe emozioni.
Recuperiamo l’eccellenza dell’anima come suggerito dagli antichi affinché l’ottundimento contemporaneo non ci faccia rinunciare allo sviluppo di un’autentica personalità individuale (l’”individuazione” junghiana) per un incondizionato consenso alla maschera sociale collettiva.

«Ciascun confusamente un bene apprende / nel qual si queti l’animo, e disira: / per che di giugner lui ciascun contende»
(Dante)

sabato 15 marzo 2014

Una simpatia profonda

 
 
 
 
 
 
San Pietro non è come i farisei che, facendo prevalere la ragione del vero,

dominano la loro prospettiva etica con le leggi che questo

vero esprimono.

Invece san Pietro era attaccatissimo a Gesù, perciò all'origine

della sua morale c'era questo attaccamento,

che è una simpatia profonda.

San Pietro era tutto disposto ad obbedire a Cristo

perché lo amava.

Ma cosa vuol dire "lo amava?".

Era la sua simpatia profonda.

In tutta la terra, di tutti i pensieri e di tutte le cose si poteva parlare,

san Pietro era attaccato a quell'uomo lì.

E da quell'attaccamento parte uno sforzo morale:

"Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come

egli è puro".

Rimane una volontà morale che faccia simili a Lui,

fino a morire per Lui, che non può essere mantenuta

se non dentro un clima di pensiero nel quale

risulti evidente che quello è il vero.