venerdì 26 gennaio 2018

Io c'ero.

Domani sarà un giorno come un altro. 
La cultura ha stabilito che è per il nostro incedere nella vita con più consapevolezza che è necessario "ricordare". 
Domani 27 gennaio, facciamo memoria degli avvenimenti tristi dell'ultima guerra mondiale: Memoria della Shoah.

Poeti, scrittori, storici ne hanno parlato. Sono stati scritti libri su questo avvenimento. 
Ma le generazioni nuove, i nostri nipoti, ne parlano come se fosse un momento da films d'animazione. 
Non può essere così tragico nonna! E mi guardano con occhi spalancati che dicono "mi stai raccontando una favola!"


Sono nata nel 1940. Terminata questa terribile guerra avevo 5 anni e ricordo. Ho tanti ricordi da tramandare. Non voglio usare di proposito la parola "canto" . 
Oggi racconto.

Da Milano dove abitavamo la mia famiglia si trasferì nel Veneto, per scampare ai bombardamenti che ci avevano distrutto la casa. La guerra ci seguì.

Voglio acrivere di un grande ricordo che vi spiegherà perchè io ami tanto gli ebrei:

Avevamo un piccolo orto. 
Quella mattina papà decise che avrebbe fatto un ottimo lavoro se fosse riuscito a strappare un po' di erbacce. Lo seguivo sempre, ovunque andasse.
Quindi, quella mattina eravamo nell'orto ai piedi del campanile della chiesa. 
Suonò l'allarme. 
Papà mi prese per mano e con la mamma e la mia sorellina ci rifugiammo nel campanile storditi dalle campane che suonavano a distesa.
Arrivarono gli aerei. Fecero il loro lavoro in abbondanza. 
Il campanile tremava. Ero aggrappata ai pantaloni di papà che con la mano mi accarezzava la testa spingendola verso le sue gambe, stretta stretta. Mi proteggeva, così era il suo modo di dirmi:"ci sono io, non aver paura".
Finalmente tutto finì. Per quel giorno.

Eravamo nuovamente salvi e all'aria aperta. Ci guardavamo attorno, c'era fumo e c'era fuoco e uno strano odore che mi confondeva.
All'improvviso scorgemmo, nel nostro orto due persone, due uomini. Occhi spalancati e pieni di paura (non li posso dimenticare) allungavano le mani verso il mio papà indicando la nostra casa e ripetevano una parola che non avevo mai sentito.....
"Kaput"  "Kaput"

Entrarono in casa nostra, poco più grande di una capanna, papà li fece sdraiare nel nostro letto-lettone e li coprì. Finchè sentì che il loro respiro si era fatto regolare.
Erano sporchi, stracciati, magri. 
Erano uomini che fuggivano.

Ricordo che mangiarono con noi, che non mangiavamo e a bocca aperta, senza far domande, li guardavamo.
Nessuno parlava.  
Avevo paura? Sì tanta, non capivo cosa stava succedendo. 
Poi quando fu buio papà li accompagnò dal Prevosto. 
Il resto non lo conosco, spero, voglio pensare che  siano ritornati sani e salvi alle loro famiglie.

Non servono immagini, stonerebbero. 
Le sole immagini sono nel mio cuore, nei miei occhi di bimba.








Dov’è il dolore, là il suolo è sacro. Oscar Wilde



***

Se tutto questo dolore non allarga i nostri orizzonti e non ci rende più umani, liberandoci dalle piccolezze e dalle cose superflue di questa vita, è stato inutile. Hetty Hillesum


***
Il dolore graffia via la crosta dura che si posa sulla pelle con il tempo. E rimani lì a sentire,
il vento sulla pelle, il tocco delle cose… Stephen Littleword