Hagar la schiava

martedì 30 agosto 2016


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Fa paura una donna liberata.

"Questa è la storia di una donna schiava e di suo figlio.
Una donne delle origini che racconta da che seme sono fioriti i due popoli, destinati a diventare poi, tra loro, nemici.
Una storia che parla di una donna che spezzò le sue catene, e che conobbe il deserto e la voce dell'Angelo.
Offesa ebbe la forza di fuggire, disobbedire e poi bandita, abbandonata, assetata, trovò l'acqua del pozzo che salvò lei e il figlio.
Una storia che racconta della lacerazione del corpo di una donna, della sua sconfitta.
Una storia che racconta della sua ribellione, della sua liberazione, della sua vittoria.
Fu data in sposa ad un profeta.
E fu tramandato il suo nome a due popoli: lo conobbero i loro profeti.
Nessuno mai parlò di Hagar come di una donna che sin era liberata.
Una donna liberata fa paura?.



Racconto biblico

La storia di Agar è raccontata nella Genesi ai capitoli 16 e 21.

Siccome Sara non ha figli offre al marito Abramo la propria schiava; da questa unione nasce Ismaele. In seguito quando Sara ha il figlio Isacco scoppia nella donna una profonda gelosia nei confronti della giovane serva, al punto che Abramo è costretto ad allontanare Agar e suo figlio Ismaele.

Il testo nella versione CEI


Il bambino [Ismaele] crebbe e fu svezzato e Abramo fece un grande banchetto quando Isacco fu svezzato. 
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Ma Sara vide che il figlio di Agar l'Egiziana, quello che essa aveva partorito ad Abramo, scherzava con il figlio Isacco. Disse allora ad Abramo: «Scaccia questa schiava e suo figlio, perché il figlio di questa schiava non deve essere erede con mio figlio Isacco». La cosa dispiacque molto ad Abramo per riguardo a suo figlio. Ma Dio disse ad Abramo: «Non ti dispiaccia questo, per il fanciullo e la tua schiava: ascolta la parola di Sara in quanto ti dice, ascolta la sua voce, perché attraverso Isacco da te prenderà nome una stirpe. Ma io farò diventare una grande nazione anche il figlio della schiava, perché è tua prole». Abramo si alzò di buon mattino, prese il pane e un otre di acqua e li diede ad Agar, caricandoli sulle sue spalle; le consegnò il fanciullo e la mandò via.

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Essa se ne andò e si smarrì per il deserto di Bersabea. Tutta l'acqua dell'otre era venuta a mancare. Allora essa depose il fanciullo sotto un cespuglio e andò a sedersi di fronte, alla distanza di un tiro d'arco, perché diceva: «Non voglio veder morire il fanciullo!». Quando gli si fu seduta di fronte, egli alzò la voce e pianse. Ma Dio udì la voce del fanciullo e un angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: «Che hai, Agar? Non temere, perché Dio ha udito la voce del fanciullo là dove si trova. Alzati, prendi il fanciullo e tienilo per mano, perché io ne farò una grande nazione». Dio le aprì gli occhi ed essa vide un pozzo d'acqua. Allora andò a riempire l'otre e fece bere il fanciullo. E Dio fu con il fanciullo, che crebbe e abitò nel deserto e divenne un tiratore d'arco. Egli abitò nel deserto di Paran e sua madre gli prese una moglie del paese d'Egitto. (cfr. Genesi 21,8)




Tradizione islamica

Agar non è citata direttamente nel Corano ma è conosciuta, sotto la variante Hāgar, dalla tradizione musulmana ed è considerata come la seconda sposa di Abramo e la madre del suo figlio primogenito Ismaele/Ismāʿīl. 
A lei si riconduce il rito del sa'y, che si svolge nel corso dei pellegrinaggi maggiore e minore, del hajj e della 'umra tra le collinette meccane di Safa e Marwa.

L'abbandono di Hāgar e di Ismāʿīl è considerato come una prova per vagliare la fede della donna nella provvidenza divina e Allah non mancherà d'aiutare la donna dopo la sua accorata ricerca d'aiuto.


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Santuario della "Madonna del B osco" a Novara

domenica 28 agosto 2016


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IL SANTUARIO DELLA MADONNA DEL BOSCO (Novara) 

Il voto La Vergine Addolorata che si venera in questo santuario è opera di Edoardo Lenta, cittadino novarese nato nel 1844, che la scolpì in adempimento ad un voto fatto nel 1859. 
Nel giugno di quell'anno, si recava infatti con un amico sulle rive dell'Agogna, poco lontano dalla cascina Santa Marta, dove erano accampati gli Austriaci che controllavano la zona dopo lo scoppio della seconda guerra di indipendenza. I soldati, ritenendoli delle spie, li inseguirono sparando contro di loro ed il Lenta, che vide l'amico cadere ferito ad una coscia, si inoltrò nel vicino bosco nascondendosi su di un olmo. 
In quel momento il giovane si affidò alla Madonna, promettendoLe di scolpirne l'immagine su quella stessa pianta, qualora avesse avuto la vita salva. 
Così accadde ed nel giugno del 1867 ritornato nel bosco, in un solo giorno scolpì l'effigie di Maria Immacolata, che dopo essere stata deturpata e privata di mani da atti vandalici, fu modificata dal Lenta stesso. 
Il giovane non poté più farla a mani giunte a causa del gesto vandalico, per cui optò di ricavare da essa l'immagine dell'attuale Madonna Addolorata. 
L'immagine della Madonna suscitò subito la curiosità dei contadini della zona che affluirono numerosi per vedere la scultura. Dopo il primo interessamento, però, l'opera del Lenta venne dimenticata per qualche tempo, finché nel 1868 ebbe inizio una vera e propria devozione ad essa grazie alla riscoperta dell'olmo da parte degli Andenna, che accudivano il bosco appartenente alla Marchesa Spinola: 
da questo momento incominciò il pellegrinaggio del popolo devoto alla Madonna del Bosco. 
In seguito si stabilì di festeggiare la Vergine Addolorata nella terza domenica di settembre. 
Su richiesta dei fedeli vennero allora sistemate nelle vicinanze alcune panchine e una pompa d'acqua. 
Nel 1881, a spese del canonico Durio e su disegno del Marietti, venne eretta una tettoia e venne posta sul capo di Maria una corona d'argento. 
La devozione alla Madonna del Bosco si fece più intensa a motivo di alcuni episodi straordinari. 
Nel 1875 la borghigiana Cristina Bruneri, che da tempo conviveva con un fonditore di origine tedesca, pregando la Vergine scolpita dal Lenta, riacquistò la vista che aveva quasi del tutto perduta da undici anni. 
A seguito di questa grazia, ella decise di unirsi in matrimonio religioso con il suo compagno. 
Tre anni dopo una fortissima grandinata devastò i territori circostanti lasciando intatta soltanto la zona nei pressi dell'olmo. 
E ancora, nel maggio 1882 accadde un fatto che a quei tempi poteva, a ragione essere considerato strepitoso: due sergenti, recatisi nel bosco per sostenere un duello, passando dinnanzi all'effigie di Maria si rappacificarono. 
Infine, in quello stesso anno, Martina Andenna si ruppe una gamba e i medici ne decretarono l'amputazione: la donna fu però salvata dalle preghiere del marito e della madre di lei che si affidarono per la sua guarigione proprio alla Madonna del Bosco. Negli anni successivi le grazie si moltiplicarono e iniziarono dei veri e propri pellegrinaggi dalle diverse zone della città e dai pesi limitrofi.  
Nel 1886 il bosco in cui si trovava l'olmo scolpito dal Lenta, venne abbattuto, ma la devozione alla Vergine Addolorata era ormai tanto sentita che con una pubblica sottoscrizione si decise di sistemare l'immagine in una edicola sacra nei pressi del ponte dell'Agogna, dove tutt'ora si trova il santuario, anche al fine di facilitare la devozione dei fedeli. 
L'inaugurazione di questa prima struttura avvenne il 16 maggio dello stesso anno ad opera dell'allora parroco di San Martino, don Giovanni Bellotti, il quale si fece anche promotore di un comitato per l'edificazione di una vera e propria chiesa nella quale sistemare la Madonna. 
Raccolti i fondi necessari, nel 1892 venne consacrata ed aperta al pubblico una chiesetta di forma ottagonale dotata di un piccolo campanile e di un timpano triangolare sotto il quale si trovava la scritta "Miracolosa Madonna del Bosco". 
Negli anni successivi ci furono ulteriori lavori ed abbellimenti a cura del vicario don Vito Comoli. Nel 1922 venne costruita a lato della chiesa la casa del custode, mentre nel 1936 si ebbe un ampliamento della chiesetta grazie all'aggiunta della parte posteriore in cui venne collocato il tronco scolpito. Nel 1950 il santuario passò sotto la parrocchia della Madonna Pellegrina, fondata in quell'anno ed affidata al parroco don Giacomo De Giuli.


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 La fisionomia del santuario cambiò completamente con il restauro progettato dal Beldì su commissione del Comm. Doppieri nel 1969. In questa occasione la scultura della Vergine, che da tempo era stata dipinta, venne riportata al suo colore naturale. L'ultimo restauro della chiesa, iniziato nel gennaio 2001 grazie a mani benefiche su progetto dell'architetto Arlunno, è stato completato nel marzo 2002. La piazzetta antistante è stata dedicata a Pio IX, promulgatore del dogma dell'Immacolata Concezione e pontefice del tempo in cui venne scolpito l'olmo recante l'immagine della Madonna.

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 La devozione alla Madonna del Bosco oggi è giunta fino a noi: la terza domenica di settembre molte persone partecipano alla processione e alle funzioni che si celebrano nel santuario e si riversano poi nei tendoni, destinati alle cene e ai balli, allestiti dai giovani e dagli adulti della parrocchia della Madonna Pellegrina. 
Se un tempo la tradizione voleva che si mangiassero cocomeri e anatra, oggi i piatti che caratterizzano le serate di settembre sono quelli tipicamente novaresi, come la paniscia e il gorgonzola. 
Anche i bambini non mancano di recarsi a pregare e festeggiare la Vergine Addolorata con le loro famiglie in occasione della chiusura delle attività di animazione estive. Per mantenere viva la tradizione legata alla Madonna del Bosco, su iniziativa del parroco don Franco Belloni è stata costituita l'Associazione Edoardo Lenta, che si occupa del recupero della storia del Santuario; inoltre sono state fondate la confraternita maschile, dedicata al Cuore Immacolato di Maria e della Madonna del Bosco, e quella femminile, dell'Annunciazione, Fiat Volumtas Tua, legate alla parrocchia della Madonna Pellegrina. Una parte della casa del custode è stata adibita a museo: in essa è possibile vedere quanto è rimasto della storia del santuario, ricostruita attraverso una mostra, e soprattutto i numerosi ex-voto, testimonianze concrete delle grazie elargite dalla Vergine.

All'interno del Santuario un piccolo Crocifisso ha incontrato il mio sguardo e me ne sono innamorata. E' un'immagine che c'invita a rivolgersi al Padre, come ha fatto Gesù quando, già in croce, lo ha pregato prima di morire: "Abba, Abba Padre"

Nel Santuario si celebrano le Sante Messe regolarmente.
Noi ascoltiamo la Messa che si celebra alle ore 9 la domenica mattina. 


L. Giussani spiega Chopin - Preludio "La goccia"

sabato 27 agosto 2016

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L. Giussani:"Siccome al mio papà piaceva Chopin più di tutti gli altri, avevo sentito almeno un centinaio di volte il quindicesimo preludio di Chopin (che si chiama appunto il "preludio della goccia"). 
Finché una volta, improvvisamente - ero in ginnasio o in liceo, non ricordo più (no, è stato in liceo, perché era connesso con il problema dell'esistenza di Dio) -, mi sono improvvisamente accorto che la bellezza del preludio di Chopin era apparentemente determinata, dettata dalla melodia di primo piano - che è bellissima, ha delle variazioni bellissime -, ma l'attrattiva del pezzo, la profondità del pezzo, la verità del pezzo non era nella melodia di primo piano: era in una nota che incominciava a farsi sentire leggerissima e poi cresceva, cresceva, cresceva, così che la melodia passava in seconda linea e invece ingrossava questa nota, sempre quella, sempre quella - proprio "mono-tono" -, sempre quella; e poi passava in secondo piano e poi ripassava in primo piano. 
E quando uno incomincia ad accorgersi di quella nota, capisce che il tema del pezzo è quella nota e non la melodia, e quella nota diventa come una fissazione. 
Tant'è vero che alla terzultima o penultima battuta finalmente sembra che questa nota sia stata vinta: la melodia prende il sopravvento e detta le sue note lentamente, quasi dominando il campo. Ma dopo quattro o cinque di queste note che dominano il campo, tac tac tac: la goccia ritorna. 
E io ho capito improvvisamente, sentendo questo preludio di Chopin - dopo averlo sentito cento volte -, che questo è il senso della vita: il senso della vita è come quella nota, sempre quello, uniforme. Tutto il colore, tutta la varietà della vita è nell'apparenza; ma, pur essendo la varietà della vita, il colorito della vita, tutto nell'apparenza, non è quello il tema della vita. Quello che l'uomo vuole non è quello, quello che l'uomo aspetta non è quello: è piuttosto quella fissazione lì, che è il desiderio di felicità, il desiderio della felicità. 
Quella nota li è nella melodia ciò che nell'uomo è il desiderio della felicità, l'esigenza del cuore, vale a dire il punto di fuga. 
Sentitelo questo preludio di Chopin e poi vedrete. Dopo che ho capito questo, in tutti i pezzi di musica mi risulta la stessa cosa!

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Ho ascoltato molte volte questo brano e nel cuore sentivo un po' di tristezza.
Ancora una volta don Giuss mi aiuta:


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«La tristezza è una nota inevitabile e significativa della vita, perché nella vita, in ogni suo momento tu hai la percezione di qualcosa che ancora ti manca; la tristezza è un’assenza sofferta. 
Che cosa rende buona la tristezza? Riconoscerla come strumento significativo del disegno di Dio. Il disegno di Dio implica questo: che la vita sia sempre, in qualsiasi caso … soggetta alla percezione di qualcosa che manca. Ed è provvidenziale questo … Che la vita sia triste è l’argomento più affascinante per farci capire che il nostro destino è qualcosa di più grande, è il mistero più grande. E quando questo mistero ci viene incontro diventando un uomo, allora questo fascino diventa cento volte più grande. Non ti toglie la tristezza, perché il modo con cui Dio diventa uomo è tale che l’hai senza averlo, l’hai già e non l’hai ancora. … Non lo vediamo – io non vedo Lui come vedo te – , so che Lui è qui perché ci sei tu, perché ci siamo noi …
La tristezza è la condizione che Dio ha collocato nel cuore dell’esistenza umana, perché l’uomo non si illuda mai tranquillamente che quello che ha gli può bastare. 
La tristezza è parte integrante, non della natura del destino dell’uomo, ma dell’esistenza dell’uomo, cioè del cammino al destino, ed è presente ad ogni passo. Quanto più questo passo è bello per te, quanto più è incantevole per te, quanto più è tuo, tanto più capisci che ti manca quello che più aspetti».

Questa tristezza che si fa sentire nei giorni gravidi di tragedie è la stessa che il Giuss mi spiega e che poi io rivolgo al Cielo:
Signore ascoltami, rimani qui in mezzo a noi a raccontarci tutto di Te e del Padre Tuo. Di questo non sarò mai sazia. La Tua Parola è una Parola che libera il cuore.


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Pensieri in un giorno d'angoscia.

giovedì 25 agosto 2016

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Foto Sky Tg24

E batte il mio cuore: Gli occhi s'inumidiscono.
La tristezza di questi giorni è una nota inevitabile e significativa per tutti.

A Pescara del Tronto normalmente si contavano 600/700 persone, ma all'arrivo dell'estate ,meglio,all'arrivo d' agosto, d'incanto le persone diventano 1000, 2000......una folla di mamme e di bambini che vogliono trascorrere le ultime briciole di vacanza.

- nonna arriviamo!-

Paesini pieni di strade assolate, bianche e polverose. Il pedale della bicicletta cigola, la strada sembra non finire mai. Sono felice di stare con la nonna, di sentire il suo sguardo umido e azzurro posarsi su di me. Lei è il mio giardino al vento tiepido dell'estate.
Lei con il suo grembiule a fiorellini, lei col suo profumo di acqua di colonia, e di torte appena sfornate!
Non guido più così non viaggio verso il sud, verso quei paesini di fiaba, che non esistono più: il destino ha rapito la bellezza. Ha rapito l'allegria. Ha rapito tutto in un lampo di luce. In una notte di silenzio ha portato il rumore.

Grazie a chi oggi, domani, lavora senza sosta. Grazie alle sue mani graffiate dai calcinacci. Grazie ai suoi occhi che cercano nel buio; che attendono con ansia un soffio di vita altrui. Grazie a tutti.


Oh, tu, bell'Angelo 
che attraversi lo spazio
più veloce dei lampi
Ti supplico vola al posto mio
da coloro che mi erano cari
con la tua ala asciuga le loro lacrime
canta l'immensa bontà di Dio,
canta che soffrire è gioia
e piano piano mormora il mio nome.
(St. Teresa di Lisieux)

Assisi vista da me.

martedì 23 agosto 2016



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Assisi è una città mistica, che mantiene ancora oggi e probabilmente manterrà sempre, uno spirito  particolare, un’energia tanto intensa da indurre Papa Giovanni Paolo II a sceglierla come luogo eletto per un incontro internazionale di pace e dialogo fra tutte le confessioni, che avvenne il 27 ottobre 1986. Era la prima volta nella storia in cui 50 rappresentanti delle Chiese cristiane (oltre ai cattolici) e 60 rappresentanti delle altre religioni mondiali si incontravano per pregare insieme per la pace. Tutto questo avvenne nella città di S. Francesco, patrono d’Italia e ora anche Santo a cui si ispira il pontificato di Papa Bergoglio, che riprendendo la vita di Francesco ha detto: “non dimenticate i poveri”.

Assisi città di pace dunque, città legata al destino e al messaggio del Patrono d’Italia, ancora oggi vivo e forte per chi è aperto all’ascolto. Non importa essere credenti, credo, per respirare quest’aria di pace e questa forza che la natura di questa parte dell’Umbria può trasmetterci.
Questo Comune  può essere una meta perfetta per viaggi tematici di diverso tipo: da un turismo religioso e spirituale, ad un turismo culturale e artistico, fino ad inserirsi senza problemi in un itinerario paesaggistico e naturalistico di grande fascino. Quello che qui vi racconto è un itinerario spirituale sui passi di S. Francesco, alla scoperta di una vita straordinaria che ha plasmato il destino del suo luogo d’origine, lasciando una traccia profonda nell’architettura, nel paesaggio, nell’arte e naturalmente, nella fede.

Vi suggerisco di dedicare ad Assisi non meno di 3 giorni, per non perdere tutte le bellezze che può offrirvi. 
Soggiornare fra le mura di Assisi è un’esperienza di grande impatto ed è anche molto comodo per iniziare la visita, e se vi sentite “pellegrini” e vi piace camminare, è dobbligo  soggiornare nella frazione di S. Maria degli Angeli. Da questa frazione si gode di una meravigliosa vista dal basso di Assisi, che si erge fiera su di un’altura  del monte Subasio, tranquillamente dominante della pianura umbra, abbracciata alla collina come un anello al suo pianeta.

Il nostro viaggio, allora,  inizierà subito con Santa Maria degli Angeli dove possiamo ascoltare la S. Messa nella lingua che ci appartiene e pregare soffermandoci all'interno della Porziuncola. 



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 E' bene partire al mattino e con una piacevole passeggiata fare tappa a S. Damiano il luogo da cui ebbe inizio il cammino di conversione di Francesco. Mentre il sole si alza nel cielo,viene spontaneo ripensare alla vita del Santo. Francesco non nacque Santo, non nacque con una predisposizione alla perfezione, era generoso,e frequentava i giovani ricchi di Assisi. Alcune fonti lo descrivono brillante, amante del lusso e del feste, sempre allegro. Un giovane, il cui padre, ricco mercante di tessuti pregiati, aveva riposto tante ambizioni. Ma la sua vita cambiò interrompendo un viaggio "particolare" e questo avvenne proprio nella chiesetta, allora fatiscente, di S. Damiano.


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Chiostro dove la presenza di Valeria è molto forte.

San Damiano. Bellissima, silenziosa e immersa nel verde, proprio sotto ad 
Assisi. Il ricordo dei primi anni francescani, qui è fortissimo;è all’interno di questa chiesa che Francesco ricevette e colse il primo segno per convertisti a una vita nuova, più “ricca”e "vera" di quella che stava conducendo. Il crocifisso di S. Damiano, conservato nella Basilica di S. Chiara, qui presente in una copia, parlò a Francesco dicendo: “ Va e ripara la mia chiesa che cade in rovina ”. Da questo momento egli vendette tutti i suoi averi e acquistò il necessario per riparare la chiesa. Coraggioso e ribelle, noncurante di ciò che pensava la gente, iniziò davvero una nuova vita, accanto ai poveri, agli ultimi. S. Damiano è famosa anche per un altro avvenimento importantissimo: qui fu composto il testo più antico della letteratura italiana, il “Cantico delle Creature”, un inno alla gioia nella contemplazione della vita che ci circonda, a partire da frate sole, sorella luna e le stelle, frate vento…

Nessuna foto è consentita all’interno di S. Damiano, soltanto quelle scattate col cuore, nel ricordo di un luogo che racchiude alcuni dei momenti più intensi dell’inizio e della fine delle esistenze di Chiara e Francesco. 
La scritta “Silenzio” regna sovrana nei locali del chiostro, del dormitorio, del refettorio e del monastero, così come in tutti i luoghi sacri di Assisi. A differenza di quanto accade nelle Basiliche, qui il silenzio è veramente rispettato, e ciò grazie alla regolamentazione del flusso di turisti negli ambienti piccoli.

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Ecco le tre arcate che contraddistinguono la Chiesa di Santa Chiara. Era il tempo dei restauri post-terremoto.


 Saliamo a Santa Chiara. Toccanti i luoghi in cui visse fino all’ultimo dei suoi giorni S. Chiara, “compagna di viaggio” nel cammino di Francesco. 
Terminata nel 1265 conserva le spoglie di Chiara e il Crocifisso originale di S. Damiano, un crocifisso bizantino opera di un pittore assisiate del XII Secolo.( Caratteristica unica di questo crocifisso il Cristo ha gli occhi ben aperti). L’interno gotico contiene anche, dietro l’altare, nel lato destro del transetto, una grande tavola attorniata con otto scene della vita di Chiara. Un aspetto interessante, che apprezzo particolarmente, è la possibilità, durante la visita alle Basiliche e Chiese, di leggere come in un grande libro a cielo aperto la storia dei  Santi, seguendo  una trama narrata che si dipana per le vie del borgo, da un capo all’altro di Assisi.

 Piazzale del Duomo di San Rufino


Dalla piazza del Comune, cuore di Assisi già ai tempi di Francesco, ci dirigiamo verso il Duomo di S. Rufino. In questa piazza che stiamo attraversando è avvenuta la prima preghiera per la Pace nell’Ottobre dell’86. Chi era Rufino? L’altro Santo di Assisi a cui è stata dedicata la cattedrale in stile romanico umbro. La bella facciata in pietra bianca e rosa del Subasio, è adiacente alla casa natale di S. Chiara. Al suo interno bellissimi affreschi, un museo e la fonte battesimale utilizzata per S. Chiara e S. Francesco. Un campanile quadrato appoggia su un antica cisterna romana, uniche tracce del duomo originale, che fu poi oggetto di diversi interventi di restauro.


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Per arrivare  alla Basilica (inferiore e superiore) dobbiamo girovagare fra le viuzze del bel centro storico di Assisi è un’esperienza piacevole e la sensazione è che da qualunque strada, inevitabilmente arriverò alla Basilica di S. Francesco.  Molto curato, pulito e con  fiori alle finestre e ai balconi, il centro storico è pura bellezza e spiritualità.



Uno dei tanti vicoli: scale, scale tante scale


Arte, cielo e natura sembrano per un attimo fondersi in una cosa sola. Costruita successivamente alla morte di Francesco, costituisce insieme alla Basilica inferiore, uno dei più splendidi complessi artistici italiani, destinato a lasciare segno in chi ha la fortuna di poterla ammirare.  Nell‘insieme il complesso è formato quindi da una duplice basilica sovrapposta ad una cripta. Tutta una scenografia imponente di archi, scalinate e linee catturano la sguardo e lo magnetizzano, da qualsiasi punto la si ammiri. Impreziosita al suo interno dalle opere di Cimabue e di Giotto, esternamente la Basilica superiore domina la vallata come in un grande abbraccio spirituale.
All'interno della Basilica si è rapiti dagli affreschi di Giotto, in particolare da quelli che costituiscono il ciclo delle storie di S. Francesco. Nella volta sovrastante l’altare troneggia la gloria del Santo, con le celebri allegorie dei tre voti: obbedienza, povertà e castità. Cimabue ci regala una delle più celebri raffigurazioni di Francesco. Di grande impatto anche una bella crocifissione nel transetto di sinistra. 
Semplicemente meravigliosa, la Basilica inferiore in stile romanico con un’unica navata, permette l’accesso alla commovente cripta posta sotto l’altare centrale. Siamo nel luogo che custodisce le spoglie di S. Francesco, qui il silenzio sorge spontaneo. Una luce tenera e commovente invita alla preghiera e alla riflessione. Ancora affreschi, vite, storie, in un racconto senza fine. Nella Basilica inferiore troviamo le decorazioni murali più antiche, e alcuni affreschi che paragonano la passione di Cristo a quella del Santo. Di tanto in tanto si ode un coro che canta, creando un’atmosfera davvero suggestiva...


 Eremo delle carceri è il luogo da me più amato. Qui è la "mia" Assisi:

L'Eremo è costruito sul luogo dove san Francesco d'Assisi si ritirava in contemplazione, preghiera e penitenza insieme ai primi compagni, presso una piccola chiesa circondata da grotte, già frequentate in età paleocristiana da eremiti. Sembra che il nome de carceribus derivi proprio da queste grotte orribili tuguri, simili "a carceri", rifugio degli anacoreti che frequentavano il monte Subasio.




Da questo portico si entra e...si esce.


Il piazzale e una delle colombe che abitano lì.




Uno dei frati che tra poco dirà la Messa.

La Cappella dei frati (devi chiedere il permesso per assistere alla Messa o per entrare a pregare).



Ancora la Cappella.Qui salivamo quasi tutti i giorni per dire le lodi con i frati. N.B. Quell'anno Assisi era sotto la neve. Una goccia di sole mi ha regalato quest'immagine....



e fuori mi aspettava questo piccolo amico: il mio passerotto! Lo vedete?



Qui i frati si circondano di Bellezza. Sotto il porticato si passa per andare a vedere altri luoghi cari a Francesco.


Il crocifisso e più in là un pavimento in pietra, ci ricordano dove Francesco dormiva.


Questo è ciò che è rimasto dell'albero secolare da cui Francesco parlava agli uccelli. Ma è da poco che ha ceduto anche lui povero amico! Sono riuscita a vederlo ancora pieno di foglie....


Saluti dalle "carceri" dove ho incontrato Frére Roger



Ancora un piccolo sforzo che spero vi scaldi il cuore:

«Conducendo un suo compagno,che aveva molto amato, in località fuori mano, gli diceva di avere scoperto un grande e prezioso tesoro. Quello ne fu tutto felice e volentieri si univa a Francesco quando era invitato. Spesso lo conduceva in una grotta, presso Assisi, ci entrava da solo, lasciando fuori l'amico, impaziente di impadronirsi del tesoro. Francesco, animato da un nuovo straordinario spirito, pregava in segreto ilPadre; però non confidava a nessuno cosa faceva nella grotta; Dio solo lo sapeva, e a lui incessantemente chiedeva come impadronirsi del tesoro celeste. »
Nel cammino per recarsi all'altare di pietra con il simbolo del Tau c'è una lastra con un foro, attraverso il quale si intravede un crepaccio, detto buco del diavolo, la leggenda racconta che fu aperto dal demonio sconfitto da frate Rufino, uno dei primo compagni di san Francesco:
«Come il demonio in forma di Crocifisso apparve più volte a frate Ruffino, dicendogli che perdea il bene che facea, però ch'egli non era degli eletti di vita eterna. Di che santo Francesco per rivelazione di Dio il seppe, e fece riconoscere a frate Ruffino il suo errore ch' egli avea creduto. [...] Tornasi frate Ruffino alla cella sua nella selva, e standosi con molte lagrime in orazione, eccoti venire il nemico in persona di Cristo, secondo l'apparenza di fuori, e dicegli: "O frate Ruffino, non t' ho io detto che tu non gli creda al figliuolo di Pietro Bernardoni, e che tu non ti affatichi in lagrime e in orazioni, però che tu se' dannato? Che ti giova affligerti mentre che tu se' vivo, e poi quando tu morrai sarai dannato?". E subitamente frate Ruffino risponde: "Apri la bocca; mo' vi ti caco". Di che il demonio isdegnato, immantanente si partì con tanta tempesta e commozione di pietre di monte Subasio ch'era in alto, che per grande spazio bastò il rovinìo delle pietre che caddono giuso, ed era sì grande il percuotere che faceano insieme nel rotolare, che sfavillavano fuoco orribile per la valle, e al romore terribile ch'elle faceano,santo Francesco con li compagni con grande ammirazione uscirono fuori del luogo a vedere che novità fosse quella; e ancora vi si vede quella ruina grandissima di pietre.  »

Arrivederci