Le stelle di mare

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Oggi vi racconto un aneddoto che parla di bellissime stelle marine. Non è una favola....ma certamente parole su cui riflettere....se vorrete!

Allora....c'era una volta.....no! non ho sbagliato blog. Vorrei che le mie stelle marine vi parlassero come io farei con Elena per aiutarla a capire i giovani "d'oggidì" che se il loro atteggiamento non è consono al nostro criterio di "perbenismo, di morale, di bontà" non vengano eliminati o ignorati.

"Due uomini camminavano su una spiaggia, una tempesta, agitando le acque del mare, ha "scaraventato" sulla sabbia delle stelle marine, che formarono un bellissimo tappeto. Pareva un cielo al contrario. Il sole caldo le stava bruciando, senza pietà.

Le stelle si contorcevano lentamente, prima di cristallizzarsi definitivamente.
Uno dei due ogni tanto, si fermava, ne raccoglieva un paio e le ributtava in mare. Erano tante, tante...milioni.
L'altro ha fretta di tornare a casa e chiede all'amico:"Che vuoi fare, ributtarle tutte in mare? E' impossibile. Ci vorrebbe una settimana. Sei matto?"
L'altro gli mostra la stella marina che ha in mano, e subito, prima di lanciarla in acqua, gli risponde:"Pensi che LEI dirà che sono matto?".

- Sì, tu sei matto, ma da legare!.

- Anche tu quando ti innamorerai canterai a voce alta e riderai per strada. Sembrerai un matto da legare.
- Che vuoi dire?
- Che i matti sono quelli che amano. Amare puoi sempre, questo è il paradiso. Finchè non ti viene tolta la capacità di amare, potrai sempre fare qualcosa per gli altri. L'inferno è perdere anche la libertà di amare.

Il riferimento delle stelle di mare è ai ragazzi del quartiere di Brancaccio a Palermo.




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NESSUN LUOGO E' LONTANO di Richard Buch

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"Nessun luogo è lontano" di Richard Bach: essere liberi senza la libertà

Nessun luogo è lontano, Richard BachQuesto libro  mi è stato regalato da un sacerdote nel 1980, il giorno del mio compleanno.
Non so se ho ringraziato quella persona, come meritava. E non so neppure quante volte l'ho letto.
Era da poco morta Valeria. E le parole scritte sono state per me, magiche. Le leggevo, le ripetevo e le insegnavo ai miei amici, piccoli (del catechismo) e grandi.
Spero gradirete questa lettura che fa volare nell'infinito, come gli amici di Rae.
Se avete un dolore per una persona che ha raggiunto il Padre: leggetelo in silenzio e meditatelo come io faccio ancora oggi.


Ha inizio un viaggio. Infinito. Difficile. Senza destinazione. Non è uno di quei viaggi che Richard Bach è costretto a fare in quanto pilota dell’aeronautica statunitense: è un’avventura che va oltre il tempo e lo spazio, non ha limiti, né censure, ma, soprattutto, non concepisce sacrifici; difficoltà, certo, ma nessun sacrificio. Dovesse essere così, non sarebbe quel viaggio, questo volo verso Rae per festeggiare assieme a lei:
 «Rae, cara! Grazie per avermi invitato per il tuo compleanno! La tua casa è distante mille miglia dalla mia, e io sono uno che si mette in viaggio solo quando ne vale la pena. Ebbene, ne val proprio la pena, se si tratta di prender parte alla tua festa. Non vedo l’ora di essere da te!»
È così che ha inizio Nessun luogo è lontano, una prosa magica e coinvolgente; vera, anche nei suoi risvolti fantastici. Colibrì, Gufo, Aquila, Falco… Tutti gli amici del protagonista hanno le ali, si perdono in infinite albe e altrettanti tramonti, negli umori del tempo che solo quelli come loro conoscono. Questi amici volanti sono liberi, non restano incastrati nelle dimensioni del “dove” e del “quando”: possono volare, e questo basta. È per questo che faticano a capire ciò che Richard ha intenzione di fare.
Perché Colibrì non afferra il senso del verbo “andare”? Perché rimane perplesso dinanzi alle parole di un ragazzo che, in fin dei conti, vuole soltanto fare una sorpresa alla sua Rae? Richard non ha bisogno di volare assieme ai suoi amici: Richard è già vicino a lei, perché vuole esserci; lo capiamo soltanto dopo aver letto tutto il racconto, magari due o tre volte: «Può forse una distanza materiale separaci dagli amici? Se tu desideri essere da Rae, non ci sei forse già?» - il tempo è distrutto; lo spazio non ha più confini: c’è un legame che unisce l’uno e l’altra, un ponte invisibile ma presente che unisce due anime. Due anime libere, è questo il messaggio principale: due anime amiche nella libertà. Siamo vicini, siamo tra noi, dentro di noi: niente e nessuno, neanche “una casa distante mille miglia”, può separare.
Un messaggio tanto semplice da capire, un po’ meno da comunicare, ancor più difficile da mettere in pratica; un messaggio che rappresenta il filo conduttore di questo viaggio senza meta. E se proprio dovesse esserci un traguardo, quella destinazione siamo “noi”, anime che «insieme volammo al di sopra delle vette, a gara con i venti di montagna». Questo è il viaggio di Aquila e Richard. Si incontrano di nuovo, dopo tanto tempo; eppure, lei parla a lui come se l’avesse visto qualche giorno prima. Nulla è cambiato, ma qualcosa cambierà; o meglio, qualcuno.
Richard non capisce perché tutti restano perplessi dinanzi alle sue intenzioni: «La piccola Rae sta crescendo e io vado alla festa per il suo compleanno con un regalo». Forse, questo viaggio potremmo intenderlo non solo come un manifesto dell’amicizia, ma anche, e soprattutto, come scoperta di questo manifesto; come breve percorso, in un mondo fatto di parole e immagini – quelle di H. Lee Shapiro – semplici nella loro forma; complesse, profonde, nella loro essenza.
Forse, questo viaggio è tutto un procedere verso la verità rappresentata dal gabbiano delle ultime battute: «Perché l’importante […] è che tu sappia la verità. Finché non la sai – finché non la capisci veramente – puoi soltanto afferrarne qualche stralcio, o brandello, e non senza un aiuto dall’esterno: da macchine, uomini, uccelli. Ma ricordati, […] che l’essere ignota non impedisce alla verità d’essere vera». Una grande dichiarazione, una di quelle che, in genere, chiudono un’opera.
Ma così non è: il regalo deve arrivare a destinazione, questo anello deve permettere a Rae di volare; questo anello indistruttibile le permetterà di fare un volo assieme agli uccelli “che vede”, fino a quando: «[…] se l’adoperi ben bene, funzionerà anche con quegli uccelli che non vedi; finché ti accorgerai che non t’occorre né l’anello né l’uccello per volare al di sopra delle nubi, nel sereno». Solo allora, Richard avrà raggiunto il suo obiettivo: Rae sarà libera di andare dove vuole, con chi vuole; nessuna barriera si frapporrà tra lei e l’infinito; nessuno le impedirà di credere che un amico le è vicino, che Richard è con lei ogni giorno, nel persempre.
Arriverà il momento in cui quell’anello – nuovo simbolo di libertà, di rottura del limite – dovrà essere ceduto a qualcun altro. Il taglio del cordone ombelicale è doloroso ma indispensabile: il rischio più grande è rimanere incastrati dalla e nell’idea di libertà, nel solo concetto di essere finalmente liberi. Quanti riescono a staccarsi dal proprio anello? Quanti riescono a essere liberi dalla libertà? Da questa e non solo: dal tempo, dallo spazio, da qualsiasi convenzione sociale e impedimento individuale, da tutto. È come essere amici senza l’amicizia.
Nessun luogo è lontano ha sempre avuto una sola predominante chiave di lettura; si potrebbe fare, però, qualche considerazione in più: forse, potremmo trovare in quelle parole così colorate nuovi significati. La conclusione ci dà ragione: gli stessi mamma e papà non sono altro che “nostri compagni d’avventure”; non c’è, insomma, senso del possesso, legame che implica vicinanza; non c’è nulla di cosìlimitatamente concreto.
La dimensione è un’altra: un infinito che non è sogno leopardiano; è essenza del “volo” di Gabbiano, Gufo, Aquila, Colibrì e Falco: essenza di un “volo” che non ha né inizio né fine, un viaggio da soli e in compagnia, allo stesso tempo. Un’avventura senza “dove” né “quando”, né inizio né fine:
«Vola libera e felice, al di là dei compleanni, in un tempo senza fine, nel persempre. Di tanto in tanto noi c’incontreremo – quando ci piacerà – nel bel mezzo dell’unica festa che non può mai finire.»
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La Preghiera

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Trieste


Sabato alla Messa, abbiamo cantato, con parole che non conoscevo e che questo nuovo mattino ho pensato di ripetere, facendole conoscere a voi tutti.
 Sempre cantiamo al rifiorir del giorno
Onnipotente Dio, le Tue lodi:
sei fonte di bontà, Tu sommo bene,
e misericordioso nel perdono.
Con cuore aperto e colmo di fiducia,
dinanzi a Te, Signore, ci prostriamo:
allora l'umiltà diviene luce,
la via alla Verità a noi dischiude.
Nel nostro nulla solo in Te speriamo,
in Te la vita è nella sua pienezza:
la doni a noi per sempre nel Tuo Figlio,
che nel Suo grande amore
S'è immolato.


Per me il termine preghiera abbraccia un'infinità di occupazioni. Si può pregare lavorando, cantando, camminando, sedendo in silenzio,  osservando le stelle del cielo o ammirando gli alberi ancora spogli ,osservandoli attentamente alla ricerca di un piccolo germoglio di foglia, che è speranza di primavera.
Non occorre parlare per pregare: si può offrire al Signore, quello che si sta facendo in quel momento ed è già preghiera.
Papa Pio XII ha detto: "Ascoltare gli uccelli cantare è ancora pregare".
Oggi, il miei occhi risentono della fatica di ieri e percorrere il corridoio della mia casa è come inoltrarmi in un sentiero fitto di ombre.
Ti prego, Signore, dammi la mano e restami accanto: anche i tasti di questo computer non hanno lettere e, testarda io, pur scrivendo a tentoni, continuo ad andare avanti perchè la Tua mano sulla mia testa mi dona calore ed è guida sapiente.
Senza di Te io non sono nulla, con Te sono una borraccia di gioia. Chi sono? Sono quella che vuoi Tu, cerco di essere quello che Tu vuoi, sono Lucia con mille parole che riempiono i miei pensieri, in cui ci sei sempre anche Tu. Con Te sono viva, con Te sono felice. Solo con Te io sono.

Ieri sera leggendo un libro interessante, che parla di vita con Te, ho scoperto che non Ti manco di rispetto se Ti prego restando distesa nel lettone, al caldo e magari Ti invito ad abbracciarmi!


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Un po' di storia: Tram, autobus e...metropolitana

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Quali e quanti mezzi di trasporto conosciamo?, Ma quali sono chiamati pubblici?

Oggi vorrei parlare del Tram. Un mezzo di trasporto che ho conosciuto, vivendo a Milano, e usato moltissimo.

Il tram è nato come derivazione delle carrozze portapasseggeri chiamate Omnibus. Poteva portare fino a 16 persone ed era trainato da cavalli. Fig. n° 1



Omnibus





Una vettura tranviaria a cavalli del 1876




Per saperne di più ho interpellato Wiki, ma ho deciso che mi interessava solo la storia dei tram milanesi....embè!

Le persone cominciarono ad abituarsi a questo nuovo mezzo di trasporto che acquistò ancora più popolarità quando divenne una vera vettura tranviaria elettrica.

La prima fu costruita a Firenze nel 1890 ed era lunga circa 8 Km.

Poi fu la volta di Genova, con un percorso più breve, 800 metri. Nello stesso anno, il 1893, a Milano con il tratto che univa piazza Duomo alla stazione Nord, di circa 2 Km.



Prima vettura elettrica








Primo autobus Alfa Romeo 1939








Autobus discretamente recente. 1970.











Tram ultimo modello 








Milano Metropolitana linea verde




La giornata, sul tram, trascorre su "binari ben precisi", Non ci annoia. Chi usa abitualmente questo mezzo conosce il percorso che deve affrontare e sa anche a che fermata scendere. Nell'attesa si chiacchiera con il primo viso che ispira simpatia, o si legge il giornale (gli uomini) o un libro già iniziato.

Dove è seduto il "manovratore" c'è un cartello a grosse lettere "Non disturbare il guidatore", E' una frase da tutti conosciuta, ma che quasi nessuno rispetta. "Per la tal via debbo scendere qui?" "Quanto manca per la tal piazza?" E c'è chi si sente più ardito che si azzarda a chiedere della salute, della famiglia....del "manovratore".

Quante facce, quante persone in una giornata! Uomini, donne, vecchi insomma un'umanità di passaggio, che ha fretta di andare al lavoro o, se è sera, a casa.




A superare in velocità tram e autobus è arrivata la Metropolitana! Per i milanesi un miracolo!

In due minuti sei alla Stazione Centrale, altri due e eccoci in piazza Duomo. Ora i libri si lasciano a casa! Se non sto attenta alla mia fermata rimango sù...e poi..si torna indietro.

E adesso, come dice il tranviere: è tardi: scendere! Buona giornata.
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Compleanno Enrico

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Il mio bambino è cresciuto e oggi compie "46" anni




A U G U R I!!!!

A Chicco

Non c'è tristezza,
nelle pieghe dei miei abiti
ma  c'è gioia
e un sussurro
come di carta leggera, colorata.
E incontro la tua mano.
L'accarezzo, la stringo
e intanto cerco
i tuoi occhi.
Azzurri e buoni
Non ci sono suoni
solo parole non dette.
Ti alzi.
E la tua guancia
incontra la mia.
La sento premere
come se 
potessero fondersi.
Grazie vorrei dirti
mentre mi baci e
te ne vai;
ma le parole oziano
nella mia bocca e ti 
arrivarono con un sorriso.

Mamma




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Non tristi ma seri

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Viviamo in un tempo favorevole alla meditazione : la Quaresima.

Un tempo che ci invita a non essere tristi, ma seri.

Mark Twain suggeriva un'ironica preghiera: "Signore, fà che i cattivi diventino buoni, ma Ti prego fà che i buoni diventino anche simpatici!"

Non è necessario vivere come diabetici in una pasticceria! Ogni Vangelo: Luca, Marco, Matteo e soprattutto Giovanni, non ci trasmettono parole arcigne, ma di vita!.


Apro una parentesi per spiegarmi meglio. nella mitologia greca si racconta che le Sirene, affascinanti e insieme terribili ninfe marine, avessero una voce così suadente che i marinai, udendole, venivano incantati dalla malia del loro canto al punto di condurre le navi a sfracellarsi sulle coste dove i naufraghi venivano poi divorati dalle mostruose creature. Omero racconta che, nel suo viaggio di ritorno, Ulisse tappo con la cera le orecchie dei suoi compagni perchè non le udissero e ne fossero sedotti, mentre lui si fece legare, saldamente, all'albero maestro, per ascoltarne la voce senza subire strane conseguenze.

Secondo un'altra leggenda greca, invece, gli Argonauti, sfuggirono alle Sirene perchè Orfeo intonò un canto più melodioso che offuscò il loro, lasciandole mute!!



"Fare quaresima" non è mettere la cera nelle orecchie o farsi legare ad un palo di qualche sacrificio, ma liberare la melodia di un canto migliore. Siamo invitati a cogliere un tempo di grazia. Non è questione di bocca (digiuni vari...) ma di cuore e di cervello. Non è fare" meno" ma fare "meglio".

Io non penso a un Dio dietologo, che gioisce se io mangio un uovo al posto della fettina di carne;

fare "digiuno" è una scelta positiva di un "di meno" di qualcosa che mi coinvolge per scoprire che così facendo ho invece un "di più".

Il digiuno è la preghiera del corpo....è l'arte della custodia del cuore.

C'è un digiuno diverso, che dallo stomaco sale al cuore, all'anima: è il digiuno dal peccato.




Digiunare dalla televisione? Lo faccio già. Digiunare dal Computer? Questa è una proposta che mi scuote: riuscirò? Almeno un po'?




Il Signore mi chiede spazi maggiori da dedicare alla preghiera, per il silenzio, per me stessa, per sorridere alla vita, per gustare l'amore che mi circonda, perchè è lì che troverò Lui ad attendermi.

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Maschere e Ceneri

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Enrico, un'amica e Ada 1986



Domani a Novara, sarà l'ultimo giorno di carnevale.

Con i miei figli io ho scoperto la gioia del travestimento. In Parrocchia si studia un tema che sarà poi indicativo per la scelta delle maschere.
  

Scoprii il "carnevale" vedendo il film "I Vitelloni" dove nel desiderio di cercare il divertimento, c'era tanta tristezza. 

Il mio carnevale a Milano, si chiamava curiosità. Andavo nelle strade del centro per vedere le"maschere". 
Ricordo la forte stretta della mano della mia mamma, il chiasso che si faceva ritmo e musica e la paura della folla. 
Era un carnevale che, in un tono minore, è poi arrivato in televisione che ai miei occhi stupiti, diventava grottesco con i carri e le grandi maschere di cartapesta attorniate da tante, ma tante persone, che ballavano non appena gli si tiravano i fili che qualcuno muoveva. Figure che dal sottofondo della strada venivano proiettate su di un cielo pallido dallo schermo vuoto.

L'infantile candore dei bambini spariva nella folla camuffata da felicità. 




Le maschere sono una cosa tremendamente seria: è come se in quei travestimenti perdessimo la nostra vera identità, le nostre emozioni e passioni per trovarne altre che dureranno un sol giorno. 

Goldoni: Lui era una persona magica. Arlecchino, Pantalone, Brighella, Colombina chi li ricorda più! Eppure in quelle fiabe si conosceva l'amore (non quello vero, quello caricaturato), e poi un briciolo di disonestà. Rivedrei ancora con piacere "Arlecchino servo di due padroni" "Le baruffe Chiozzotte" e tante altre commedie, perse anche nella mia memoria.
Le maschere sanno ridere, sorridere e piangere con una gravità composta, che vi acquista in un certo senso, una particolare armonia.

Mascherando i miei figli ho scoperto il divertimento , giocando con loro e i loro personaggi imitati: Zorro, Mary Poppins, La Fatina, Il Cawboy , il Bacio Perugina, per arrivare in fondo alle lattine delle bibite preferite.




Mercoledì arriveranno le "ceneri".

Le stelle filanti penderanno ancora dai balconi, sfilacciate e colorate: dondolando al vento, come lunghi capelli recisi.

Sulla piazza della Chiesa ci sarà un tappeto di coriandoli e qualche bimbo ne raccoglierà qualche manciata e li farà volare nell'aria fredda.

Ci sarà un silenzio nuovo. 
Nelle Chiese, all'inizio della S. Messa, il Sacerdote ci porrà sulla nostra testa china la cenere per ricordarci la morte attraverso una realtà umile ma viva: la polvere. La polvere che è fatta di strade, di mattoni, di cose consumate, la polvere che è la vita percorsa e la vita che rinasce.

La polvere che era all'inizio dell'uomo: la polvere da cui fu tratto, nella sua prima nascita e dalla quale risorgerà alla fine nell'ultimo giudizio. 

Poi a cerimonia terminata, mi passerò una mano nei capelli e sulla fronte per togliere quella traccia di cenere finissima e azzurrina......color foglie d'ulivo.

La polvere della mia viva verità.




Rileggendo scopro che forse le maschere che ho descritto sono il riflesso del mio umore che in questi giorni mi accompagna.

Quando c'era l'entusiasmo di giorni nuovi dove il mondo cantava:  in tutto ciò in cui m'impegnavo c'era il profumo della gioia. 

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Una piccola cosa.

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E' tardi. O è presto. Dipende se amate dormire o se soffrite d'insonnia.

Io soffro d'insonnia o, come dicono in famiglia, "penso troppo" e...non dormo!!

Sollevando la tapparella ho guardato: dietro ai rami, tristi, secchi che attendono il momento di rivestirsi, l'aria rabbrividisce, si allontana, si diradava in un chiarore come di perla pallida.

Il cielo rivelava il profilo delle cose che pian piano si vanno riscoprendo nel silenzio e nella bianca luce del nuovo mattino. Trasparenze fragili come di vetro.

Ecco che il nuovo giorno avanza lento, timido e ogni macchia diventa colore.
La rugiada. Dalla finestra non la vedo.  Mi piace immaginarla: piccole gocce come lacrime di bimbo, già consolato.

Cominciano ad apparire le prime luci nelle case.

Penso ad un uomo che si accarezza i capelli assonnati.

Ha lasciato il caldo del suo letto e si accinge a salutare il nuovo giorno.

Si inizia a camminare.



Mio Dio scuoti la polvere dell'abitudine dal mio cuore, liberami dal male del tempo Tu che sei nuovo in eterno.!

E questa sera trovami ranicchiata nella Tua mano: una piccola cosa, ma Tua.
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L'irriducibile esigenza di essere "oltre" (Rilke)

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Rainer Maria Rilke nacque a Praga nel 1875. (140° anniversario della nascita).

Rilke nella nona delle Elegie Duinesi, si pone una domanda: "Da dove viene l'urgenza ad essere qualcosa di più, di oltre, rispetto a ciò che già siamo, a ciò che "senza di noi" comunque saremmo"?




Erompe nella vita un bisogno irriducibile di essere umani.




Ma è la domanda stessa a rivelare ciò che la suscita: "Perchè quando scansiamo il destino, abbiamo nostalgia del Destino"?




Quel bisogno viene, infatti, da un destino di cui si pre-sente l'imminenza, il pericolo, la grandezza, al punto da aver spesso la tentazione di scansarlo. Il destino si fa presente come invito, come "chiamata ad essere" E in quello scarto, scoppia la ferita della nostalgia.




Rilke intuisce che l'umano, è qualcosa che si svolge nel tempo, che ha percorso un cammino - essere umani non è un semplice "stato", non è una condizione: è un destino.




"Ma perchè essere qui è molto, perchè sembra abbia bisogno/ tutto quello che è qui, l'effimero che/ stranamente ci riguarda. Di noi, i più effimeri. Una volta. Mai più. Ma questo/ essere stati una volta, seppure solo una volta:/ essere stati terreni, non pare sia irrevocabile". E' un "noi" dantesco, quello di Rilke, un noi che chiama in causa ciascuno.




Ecco dunque la specificità, il paradosso dell'essere uomini: come e più degli altri esseri mortali, eppure definitivi. "Noi i più effimeri" siamo chiamati alla vertigine di un rapporto. Ad abitare una sproporzione: esistere, esistere con la coscienza che la strada del destino è l'umano stesso. E' per essere umani, sempre più umani, che "siamo qui": una volta sì, ma irrevocabilmente.





Perchè, se si può dunque trascorrere questo po'


d'esistenza come il lauro, più scuro un poco


di tutto l'altro verde,


con onde piccole ad ogni margine di foglia


(come di un vento il sorriso) -


perchè questa necessità di farci umani-,


perchè quando scansiamo il destino


abbiamo nostalgia del destino"?-
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A. V. E.

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Ecco Valeria, Enrico e Ada.


Un saluto a Maria, Madre nostra, più bello di così non potevamo farlo: Ada Valeria Enrico! AVE!


Tre splendide creature, i miei figli, che Le sono stati affidati, perchè in Lei avrebbero trovato la Madre che li avrebbe presi per mano e condotti dove solo Dio conosce il sentiero.

La preghiera che Ti giunge, Maria, in questa giornata in cui il sole ci fa sperare in una primavera
ormai prossima, è la stessa (la Benedizione) che Giacobbe chiese a Dio quando non aveva ancora scavato il pozzo, e Gesù non si era ancora seduto sulla vera a discorrere con la Samaritana a prometterle l'acqua che affiora dal ventre della terra, per la nostra sete, i nostri prati, per fare del deserto, la vigna fiorita del Cantico.

Prega per noi, Santa Madre di Dio, affinchè siamo resi degni delle promesse di Cristo. Amen






(La notte di Giacobbe al guado dello Yabboq diventa per il credente un punto di riferimento per capire la relazione con Dio che nella preghiera trova la sua massima espressione. La preghiera richiede fiducia, vicinanza, quasi in un corpo a corpo simbolico non con un Dio nemico, avversario, ma con un Signore benedicente che rimane sempre misterioso, che appare irraggiungibile. Per questo l’autore sacro utilizza il simbolo della lotta, che implica forza d’animo, perseveranza, tenacia nel raggiungere ciò che si desidera. E se l’oggetto del desiderio è il rapporto con Dio, la sua benedizione e il suo amore, allora la lotta non potrà che culminare nel dono di se stessi a Dio, nel riconoscere la propria debolezza, che vince proprio quando giunge a consegnarsi nelle mani misericordiose di Dio.)


Ricordati, o piissima vergine Maria,
che non si è mai udito che qualcuno sia ricorso al tuo patrocinio,
abbia implorato il tuo aiuto, chiesto la tua protezione e sia stato abbandonato.
Animato da tale fiducia, a te ricorro, o Madre, o Vergine delle vergini,
a te vengo e, peccatore pentito, mi prostro davanti a te.
O Madre di Gesù, non disprezzare le mie preghiere,
ma benevolmente ascoltami ed esaudiscimi. Amen.

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Lourdes: Santuario della speranza

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Lourdes è la patria del silenzio!


Tanta gente che si muove… ma il silenzio regna!





Il silenzio fa parlare il cuore e permette di offrire al Signore ogni nostra debolezza.


La Croce si fa fatica a portarla parlando o ragionando… è più leggera se è accompagnata dal silenzio.




La fede di Dio non va fondata su discorsi persuasivi di sapienza o di intelligenza, ma si fonda sul forza e sulla potenza di Dio che si acquista entrando in lui.



Tra Bernardette e Maria non ci sono lunghissimi discorsi o migliaia di parola… c’è solo il silenzio


Il dolore, la sofferenza, la malattia, in verità, fanno parte della vita umana. Tutti ne siamo toccati. Per questo abbiamo tanto da imparare dalla Giornata del malato. Come ha scritto papa Francesco nell’enciclica Lumen fidei, «la fede non è luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma lampada che guida nella notte i nostri passi, e questo basta per il cammino». Noi cristiani sappiamo che la sofferenza «può ricevere un senso, può diventare atto di amore, affidamento alle mani di Dio che non ci abbandona e, in questo modo, essere una tappa di crescita della fede e dell’amore» (Lumen fidei 56).

Sono stata diverse volte a Lourdes per conoscere il luogo, per Maria, Immacolata Concezione, e soprattutto per pregare.



Il dolore, la sofferenza è un cammino che dovevo percorrere per capirne il senso. Per entrare nel profondo di me stessa. Desideravo trovare la Mano protettrice che mi guidava, che conosceva il mio cuore e che mi avrebbe abbracciata nell'abbandono.


Come potevo aiutare Paolo che si era chiuso in un mutismo e che non riusciva a condividere la vita di Ada e di Enrico? Solo Maria poteva aiutarmi!


"Tu Madre che hai accarezzato il corpo, martoriato e senza vita, del Tuo amato Figlio, Tu che nel silenzio hai pianto per Lui e per noi peccatori, Ti prego, per ogni figlio dell'uomo che muore: aiuta e consola questi cuori affinchè questo nostro vivere riprenda voce."

La sera, quando il giorno portava a termine il suo compito e si oscurava, mille, duemila fiammelle creavano una scia luminosa.

Mille, duemila speranze e magari in quelle speranze individuali, anche quelle di persone care che non avevano potuto essere con noi.


In quella processione c'erano tante Lucia, tanti Paolo, che camminavano verso una grotta dove era stata posta l'immagine di Maria , perchè era il luogo dell'incontro con Bernadette.


Sono facile alle lacrime? Lacrime di commozione per tutto quel dolore che non si poteva non respirare, e anche per il mio. Scendevano lente dagli occhi rigandomi il viso. Le asciugavo in fretta perchè nessuno, specialmente Paolo, le vedesse!








Papa Francesco :"«Chiediamo con viva fede allo Spirito Santo», scrive, «che ci doni la grazia di comprendere il valore dell’accompagnamento, tante volte silenzioso, che ci porta a dedicare tempo a queste sorelle e a questi fratelli, i quali, grazie alla nostra vicinanza e al nostro affetto, si sentono più amati e confortati»







"La «sapienza del cuore» è un dono dello Spirito da invocare nella preghiera e testimoniare con la vita."







E aggiunge: «Quale grande menzogna invece si nasconde dietro certe espressioni che insistono tanto sulla “qualità della vita”, per indurre a credere che le vite gravemente affette da malattia non sarebbero degne di essere vissute!».
































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Cantico dei cantici di Salomone

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Da giorni leggo e rileggo questo Cantico che i mistici definiscono una sublimazione dell'amore matrimoniale. Vi confesso che fino a un mese fa, non lo leggevo con passione, perchè sono una persona pudica. Non c'entra l'età, io non apprezzo i complimenti che mi fanno se ritengo siano inappropriati o detti da persone di cui non condivido l'amicizia, il pensiero. Oppure che non siano conformi a ciò che lo specchio mi rivela.

Il Ct mi turbava quindi non mi spingevo oltre le prime quartine (?)

Oggi ho deciso. Posterò subito un commento di Enzo Bianchi e poi qualche rima che conosciamo un po' tutti.


. [...]Alcuni libri ponevano dei problemi, anche se non molti: il libro di Ezechiele, Qoelet e soprattutto il Cantico dei cantici perché molti rabbini lo consideravano come un insieme di canti da taverna, al massimo canti da festa nuziale (nel nostro linguaggio canzoni della stagione delle mele). Ma tra loro c’era Rabbi Aqibà, che morirà martire nella seconda distruzione di Gerusalemme nel 135, il quale disse: “Il mondo intero non vale il giorno in cui è stato dato ad Israele il . Alcuni libri ponevano dei problemi, anche se non molti: il libro di Ezechiele, Qoelet e soprattutto il Cantico dei cantici perché molti rabbini lo consideravano come un insieme di canti da taverna, al massimo canti da festa nuziale (nel nostro linguaggio canzoni della stagione delle mele). Ma tra loro c’era Rabbi Aqibà, che morirà martire nella seconda distruzione di Gerusalemme nel 135, il quale disse: “Il mondo intero non vale il giorno in cui è stato dato ad Israele ilCantico dei cantici, perché tutte le Scritture sono Sante ma il Cantico dei cantici è il Santo dei Santi, cioè Santissimo”. Decodifichiamo questo linguaggio: tutte le Scritture sono qualcosa che viene da Dio e appartiene a Dio, ma voi sapete che nello spazio del Tempio il Santo era riservato al popolo di Santi, Israele, ma poi c’era il Santo dei santi, quella stanza cubica in cui Dio direttamente era presente; il Ct è come il Santo dei santi al cuore del tempio, è il libro Santissimo. La lettura cristiana E’ grazie a Rabbi Aqibà che il Ct è entrato nel canone biblico, la chiesa ha poi ereditato l’AT d’Israele, se lo è trovato lì e sovente è restata imbarazzata di questa presenza. La cosa fu risolta abbastanza presto con il grande maestro Origene il quale amò tantissimo questo libro, ma vi trovò che l’amore descritto era semplicemente un amore parabolico che rinviava a qualcosa d’altro, un amore più profondo: l’amore tra Dio e il suo popolo, Israele, l’amore tra Cristo e la chiesa. Intelligentissimo il commento di Origene, da lui in poi si è praticata sempre e soltanto questo tipo di lettura ‘tipologica’. Sono stati soprattutto i monaci a commentarlo, dalla patristica antica a quella medioevale, dal commento di Bernardo a quello di Guglielmo di Saint Thierry e di Gilberto d’Oiland, sempre si è individuato l’amore tra Dio e il suo popolo, Cristo e la chiesa, lo Sposo (Cristo) e la Sposa (l’anima del credente). Lettura alla quale va un rispetto enorme perché indubbiamente è il segno più evidente di una ricerca di Dio. Solo dei cristiani depotenziati e depauperati, come sono oggi la maggior parte, pensano che si possa parlare di Dio senza il registro dell’amore. Il vero cristiano, prima di essere colui che crede in Dio, è colui che è legato a Dio, che aderisce a Dio, che ama Dio; altrimenti sarà un cristiano che parla di Dio alla terza persona, incapace di balbettare il “Tu”, ma quando si balbetta il “Tu” significa che c’è l’amore.












Una voce! L’amato mio!

Eccolo, viene

saltando per i monti,

balzando per le colline.

L’amato mio

somiglia a una gazzella

o ad un cerbiatto

Eccolo, egli sta dietro il nostro muro;

guarda dalla finestra,

spia dalle inferriate.

Ora l’amato mio

prende a dirmi:

«Àlzati, amica mia,

mia bella, e vieni, presto!

Perché, ecco, l’inverno è passato,

è cessata la pioggia,

se n’è andata

i fiori sono apparsi nei campi

il tempo del canto è tornato

e la voce della tortora

ancora si fa sentire

nella nostra campagna.

Il fico sta maturando i primi frutti

e le viti in fiore spandono profumo.

Àlzati, amica mia,

mia bella, e vieni, presto!

O mia colomba,

che stai nelle fenditure della roccia,

nei nascondigli dei dirupi,

mostrami il tuo viso,

fammi sentire la tua voce,

perché la tua voce è soave,

il tuo viso è incantevole».
















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Il mio vicino di casa è un husky

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Il mio vicino di casa è un husky e ulula tutta la notte. Pure la mattina ulula, non si stanca mai.Avrei dovuto dire che il mio vicino ha un husky, ma chi lo conosce il vicino? Non l’ho mai visto completamente in faccia, per via delle siepi suppongo, che ci dividono.Quando sono a casa ci scambiamo saluti e convenevoli attraverso l’edera, l’oleandro, il lauro, il pitosforo e i gelsomini. So che ha la barba anche lui, nient’altro.Solo il suo cane conosco e il suo cane ulula che sembra sempre salutare la vita: “…bye bye life, bye bye happiness…”Ieri sera sono corso di sotto, pensavo che stessero sgozzando il mio cane.Lui, Argo, russava come un uomo, e mi ha guardato strano, come a dire: “Beh? Qualche problema?”E’ un cane silenzioso in verità, non abbaia quasi mai e giocherellone. Scemo probabilmente.Comunque era una bella serata. L’husky ululava, c’erano le stelle che si vedevano bene, una temperatura primaverile e i profumi della campagna ad alimentare ormoni e desideri, biochimica e fantasia.Così mi sono seduto fuori al buio, salvo la luce piena di ragnatele di un lampione stitico che dovrò decidermi a cambiare, ma forse no, comincia a piacermi.Siccome non era troppo tardi, mezzanotte circa, e non avevo ancora montato il tavolo che tengo in estate nel giardino, ho deciso che era il momento di farlo. Dieci minuti ci ho messo. Ero stanco e mi andava di stare fuori a fumare un sigaro e a riposare.E’ arrivata la gatta. Una gatta nera, selvatica quasi, si fa accarezzare una o due volte l’anno, ma a fatica.Aveva un topolino in bocca. Uno di quelli simpatici, con le zampe posteriori da saltatore (saltava in effetti), un musetto mite e grazioso. Lei ci ha giocato per un po’, quindi gli ha sgranocchiato la testa ed ha posato quello che rimaneva ai miei piedi. “Sei contento?” sembrava chiedere.“Grazie stronza” le ho detto.Torna a casa con gli animali più strani e li esibisce come trofei. Li uccide e basta, per gioco, per tenersi in allenamento credo.E’ un predatore in fondo ed è la sua missione.Ramarri, tortore, almeno tre bisce d’acqua, diverse lucertole, rospi, un piccolo di germano reale (di questo conosco i genitori), un rondone, una coppia di pettirossi, un codirosso, innumerevoli passeri, e altri ancora.Le salme, se non me ne accorgo, le mangia il cane, che è silenzioso sì, giocherellone anche, ma sempre affamato.La gatta era soddisfatta, così è saltata sul tavolo e si è messa a ronfare a debita distanza.Ci stava una civetta, sul tetto del garage, canta tutte le sere e vola in silenzio, senza alcun rumore. Dicono che porti sfiga, che annunci la morte, a me piace.Uno strano zoo di mezzanotte.




 
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Dove Ti troverò?

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Io spesso mi ripeto nelle parole di cui ho sete affinchè penetrino continuamente la durezza del cuore e l'oscurità della distrazione quotidiana.

Nel mio cammino di fede, so di non essere sola, altri mi sono a fianco sollecitati dallo stesso incontro.

Nella mia storia, nella mia carne naturale, tutto grida che il Signore mi si affianchi, purificando il mio cuore e donandomi una pura, vera, disponibilità ad ascoltarLo.

Una sola cosa io so: che debbo essere come l'occhio del servo attento al cenno del Suo Signore, debbo essere disponibile a Te, perchè la disponibilità è il primo segno della verità.

E la verità è che sono povera. Puoi venire nella mia vita attraverso la gioia e il dolore, presto, troppo presto per me o troppo tardi, di giorno o di notte, attraverso la contraddizione o attraverso la meraviglia del bene, della coerenza, della fedeltà, attraverso tutto Tu puoi venire.

E io ci sarò.




Mi capita di leggere spesso un brano del terzo libro dei Re: "Ed ecco passare il Signore, preceduto da un forte vento che squarciava i monti e spaccava le pietre, ma il Signore non era nel vento.

Dopo il vento un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco

E dopo il fuoco un mormorio di una brezza leggera.

Quando Elia la udì si coperse la faccia col mantello, uscì fuori e si fermò all'entrata della grotta"

Il Signore si rivelò e si rivela nella normalità .(della brezza.)
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Festa della Presentazione del Signore

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I miei occhi hanno visto la tua salvezza.


+ Dal Vangelo secondo Luca

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.




La presentazione di Gesù al Tempio è più un mistero doloroso che gaudioso. Maria«presenta» a Dio il figlio Gesù, glielo «offre». Ora, ogni offerta è una rinuncia.

Comincia il mistero della sofferenza di Maria, che raggiungerà il culmine ai piedi della croce. La croce è la spada che trapasserà la sua anima.Il gesto di Maria che «offre» si traduce in gesto liturgico in ogni nostra Eucaristia.




In questi giorni così freddi è bello poter ritrovare il calore di questa festa. Una festa antica da guardare con occhi nuovi, perchè nulla si ripete. Tutto si ricrea.

Chiedo al Signore che distrugga in me la stanchezza del ripetuto e che mi dia la coscienza del nuovo come questo giorno appena iniziato.

Se io penso che in questo attimo di vita c'è sempre qualche cosa di nuovo di irripetibile che non potrò più ritrovare, capirò che resterà nella mia storia e che la ritroverò solo nei ricordi di giorni trascorsi con Te mio Signore.

Tutto è nuovo, Signore, e niente è ripetuto, niente è vecchio: solo noi siamo vecchi se non ci accorgiamo della novità e ci adagiamo sulle cose pensando che siano "sempre quelle" mentre non sono "mai quelle".
Sono altre, nuove, la prima volta donateci dal Tuo amore. E anche la prima volta cadute nelle nostre mani.

Donami, Signore, che possa viverle nell'entusiasmo e nella novità del momento presente.  






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Febbraio febbraiolo, ogni uccello posa l'ovo.

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In punta di piedi, regalandoci tanto freddo, Gennaio, con un fazzoletto pieno di feste è terminato. Ah ma ne arriveranno altre, che non avranno niente di spirituale ma saranno gioiose. Nei primi giorni però il ricordo di San Biagio, della candelora, ci portano tradizioni popolari che ci aiutano a fiondarci in Chiesa per farci benedire la gola e l'invito alla luce che arriva con le giornate un pò più lunghe!

Come canta quel proverbio nel titolo, parlerò delle giornate che desidero arrivino appunto a Febbraio.

I più mi dicono che questo mese potrebbe serbarci delle sorprese, non sempre gradite: un persistere del maltempo, un incrudirsi del freddo, ma io sono incline a sognare le dolci giornate primaverili in cui tornano gli amati uccellini per preparare o restaurare il loro nido.

Ma le piante hanno ancora le braccia nude, imploranti, drammatiche e anche loro aspettano di essere ricoperte da piccole gemme che poi saranno ricche di fronde e poi di frutti. Ma come corro....

Signore benedici questo mese perchè, tra le sorprese dei giorni ci sia un accenno di pace.
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