Alessandro D'Avenia "Pur faticando, non mi stanco"

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C’è un quadro di Boccioni di cui mi sono innamorato. Si intitola “La strada entra nella casa”, dipinto nel 1911. Una donna, le cui fattezze sono della madre del pittore, affacciata al balcone guarda la città dall’alto e, in un movimento a spirale di edifici e uomini dediti a diverse attività, la strada sembra riversarsi come un fiume danzante dentro la casa, attraverso lo sguardo vigile e attento della donna. Guardandolo mi sono chiesto: come guardiamo la strada o come lei entra nel nostro sguardo?

Lo sguardo stanco di molti, la lamentela come tema dominante dei discorsi, il disincanto sulle cose più belle, l’amore in primis, mi suggeriscono che tutto, al contrario di quel quadro, diventa immobile, vecchio, ripetitivo, incolore, stantio. La grande promessa di vita sembra non poter esser mantenuta. Il paradiso si manifesta in singoli e fugaci istanti di pienezza non in qualcosa di duraturo e stabile. Cercare questi istanti è la goccia di miele nell’esilio? Dov’è il nuovo che dà vita ad ogni cosa in ogni momento del giorno e in modo duraturo? Devo rassegnarmi all’opacità del quotidiano o c’è altro?

Solo il nuovo sconfigge la routine, solo il nuovo dà sangue a ciò che diventa esangue. Per questo è bello innamorarsi: il cuore si rinnova e una ventata di luce e freschezza ci ricorda per cosa siamo fatti. L’eternamente uguale invece è l’inferno. Per questo la vigilanza (vegliate!) è il requisito primo richiesto all’uomo che voglia essere uomo: la sua disponibilità totale al presente, l’apertura elastica al dono di ogni istante, qualsiasi cosa contenga. Agostino chiamava “attenzione” la presenza del presente, rispetto a quella del passato (memoria) e del futuro (attesa). La guerra che dobbiamo condurre ogni giorno è proprio quella contro l’abitudinarismo, contro il farsi andar bene la stanchezza del cuore e dell’amore, per mancanza di vigilanza, di attenzione. La pace è frutto della guerra contro la tiepidezza che rende tutto incolore, noioso e ripetitivo. Ma come si fa a mantenere questa disposizione del cuore a inaugurare ciò che tocca? A trasformarlo in gioia duratura e fedele? La strada è segnalata in poche parole che leggo e rileggo in questi tempi di crisi: “Guarda (dice l’originale greco, più spesso tradotto con “ecco”), io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5). Così Dio dice nell’Apocalisse all’uomo impaurito dal fallimento, dalla stanchezza, dalla crisi. L’uomo da solo non può inaugurare, rinnovare: ha bisogno di ricevere questa novità istante per istante, e scoprire che ogni momento è pieno di questa novità che può baluginare solo raramente se procurata dalle nostre forze esigue (tutta l’arte vive di questo slancio, enorme anelito di apertura al mistero della creazione, così percepita come dono). Ma quel verbo all’imperativo (“Guarda”), a differenza dell’azione divina che è al di fuori della portata dell’uomo (fare nuove tutte le cose: proprio tutte, uno sguardo, un amore, un lavoro, una persona, un dolore, un fallimento…), segnala lo spazio affidato all’uomo verticale: guardare. Per accedere al rinnovamento continuo di tutte le cose, alla primavera che ogni istante contiene anche se minacciato da stanchezza e opacità, bisogna essere condotti al piano di chi vede veramente, ricordando quello che già Montale lamentava nei suoi versi: “gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede”. Si scorna chi crede che la realtà sia solo quella che si vede, perché la realtà è invece quella che ci viene concesso di “guardare”. Quello che si vede è il trascorrere delle cose umane in un flusso che inevitabilmente perde forza, slancio, vigore. Quello che si guarda è invece il legame con chi rende viva ogni cosa in questo momento, anche la più fragile e stanca. Ma c’è bisogno di me, punto di contatto tra la fonte che rinnova e la realtà da rinnovare. Sono io che entro in classe, che incontro un genitore, che correggo un compito, che scrivo una pagina, che ascolto un amico, che risolvo un problema, che cucino un piatto di pasta, che provo il dolore di un fallimento, di un errore, di un tradimento, di un turbamento, di un peccato. Sono io quella congiunzione tra l’effimero e la realtà, e in me può compiersi la trasformazione di ciò che è vecchio in ciò che è nuovo, non grazie a me, ma attraverso di me. Purché io guardi. Io guardi veramente le cose. È qualcosa che a livello umano gli artisti sperimentano, perché il loro guardare è uno dei gradini di questo invito in cui naturale e soprannaturale possono toccarsi. Raymond Carver, maestro di attenzione nei suoi racconti e poesie, scriveva “si possono descrivere delle cose, degli oggetti quotidiani, usando un linguaggio comune, ma preciso – una sedia, una forchetta, la tendina di una finestra – e dotare questi oggetti di un potere immenso, addirittura sbalorditivo”. La scrittura è veglia dei sensi, prima ancora che segno sulla pagina. Va oltre il poeta e premio Nobel D.Walcott, che del modo di dipingere di Pissarro, ne Il levriero di Tiepolo, dice: “Ogni pennellata era intrisa di quell’assenza; con regolare, quieto dipingere / costruiva il suo azzurro. Era questo il suo modo di pregare”. Il poeta-pittore intuisce che guardare, strumento primario del suo lavoro nel mondo, è pregare: vigilare, custodire, inaugurare ogni cosa. L’arte ci ricorda, fissandolo nella materia, per cosa sono fatti i nostri occhi: la novità di tutte le cose che in questo istante Dio opera, silenziosamente, lievemente come la brezza di Elia.

Il pieno compimento di questa possibilità, secondo l’invito della Rivelazione-apocalisse, è però un dono: si chiama preghiera (vigilanza). Una preghiera continua, costante, importuna ci viene chiesta, perché il presente richiede attenzione continua. Non come una prestazione impossibile: non è un moralismo utopico, perché la preghiera non è una prestazione, ma un prestito di occhi e cuore, che sono la radice degli occhi. É colui che dice di far nuove tutte le cose che la rende costante, continua, importuna, inesausta. Io posso solo ricevere questa possibilità aprendomi ad essa e vedrò tutto rinnovarsi sotto il mio sguardo, non per magia, ma per caduta di paoline squame dagli occhi e scorgere ciò che io non potevo vedere (Danielou scrive che i tre della Trasfigurazione sul Tabor videro come stavano le cose in realtà, per grazia furono resi meno ciechi).

Questo comporta la fatica buona del rimanere aperti, compatibile con la gioia, ma non con la stanchezza, col disincanto, con l’abitudine. Guardare tutti i volti di una classe ogni giorno in modo unico è faticoso, ma non stanca. Allattare il bimbo è faticoso, ma riempie.

Questo guardare il rinnovarsi di tutte le cose che tocchiamo è ciò che abbiamo da dare ad un mondo stanco. Un cristiano che non prega (veglia) in ogni istante, attraverso ciò che sta facendo, rapidamente perde smalto, perché ha perso il suo legame con la fonte, con la vite/a. Non ha più nulla che lo rinnovi, non può vedere più nulla, perché non guarda più nulla. La meraviglia di una continua novità, quella che ci prende di fronte ad un panorama alla fine di una lunga camminata, quella che ci afferra nelle movenze della donna di cui ci innamoriamo, quella che ci spiazza nel sorriso di un bambino, è la possibilità data in ogni momento a ciascuno di noi. È quello che la strada chiede a quella donna affacciata al balcone nel quadro di Boccioni: dare senso e casa al caos di quella strada. Grazie a quel “guarda” ogni giorno mi stanco, ma non mi annoio. Ho il cuore e gli occhi pieni di una meraviglia che nessuno può strapparmi, perché non l’ho messa io nelle cose: il loro reale rinnovarsi è lì disponibile per i miei occhi liberati dalle squame. Il mio compito, a volte faticoso, è goderne. E poi raccontarla


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Vangelo di Matteo 21,28-32

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In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli»
.

Nei due figli, che dicono e subito si con­traddicono, vedo rappresentato il no­stro cuore diviso, le contraddizioni di cui Paolo si lamenta: non mi capisco, faccio il male che non vorrei, e il bene che vorrei non riesco a farlo (Rm 7,15.19 ), che Goethe rico­nosce: 'ho in me, ah, due anime'.


A partire da qui, la parabola suggerisce la sua strada per la vita buona: il viaggio verso il cuo­re unificato. Invocato dal Salmo 86,11: Signo­re, tieni unito il mio cuore; indicato dalla Sa­pienza 1,1 come primo passo sulla via della saggezza: cercate il Signore con cuore sem­plice, un cuore non doppio, che non ha se­condi fini. Dono da chiedere sempre: Signo­re, unifica il mio cuore; che io non abbia in me due cuori, in lotta tra loro, due desideri in guerra.


Se agisci così, assicura Ezechiele nella prima lettura, fai vivere te stesso, sei tu il primo che ne riceve vantaggio. Con ogni cura vigila il tuo cuore, perché da esso sgorga la vita ( Prov 4 ,23 ). Il primo figlio si pentì e andò a lavorare. Di che cosa si pente? Di aver detto di no al pa­dre? Letteralmente Matteo dice: si convertì, trasformò il suo modo di vedere le cose. Vede in modo nuovo la vigna, il padre, l'obbedienza. Non è più la vigna di suo padre, è la nostra vigna. Il padre non è più il padrone cui sottomettersi o al quale sfuggire, ma il Coltivatore che lo chiama a collaborare per una vendem­mia abbondante, per un vino di festa per tut­ta la casa. Adesso il suo cuore è unificato: per imposizione nessuno potrà mai lavorare be­ne o amare bene.


Al centro, la domanda di Gesù: chi ha com­piuto la volontà del padre?


In che cosa consiste la sua volontà? Avere fi­gli rispettosi e obbedienti? No, il suo sogno di padre è una casa abitata non da servi osse­quienti, ma da figli liberi e adulti, alleati con lui per la maturazione del mondo, per la fe­condità della terra.


La morale evangelica non è quella dell'obbedienza, ma quella della fecondità, dei frutti buoni, dei grappoli gonfi: volontà del Padre è che voi portiate molto frutto e il vostro frutto rimanga...


A conclusione: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti. Dura frase, rivolta a noi, che a parole diciamo 'sì', che ci vantiamo cre­denti, ma siamo sterili di opere buone, cri­stiani di facciata e non di sostanza. Ma anche consolante, perché in Dio non c'è condanna, ma la promessa di una vita buona, per gli uni e per gli altri.


Dio ha fiducia sempre, in ogni uomo, nelle prostitute e anche in noi, nonostante i nostri errori e ritardi nel dire sì. Dio crede in noi, sempre. Allora posso anch'io cominciare la mia conversione verso un Dio che non è do­vere, ma amore e libertà. Con lui coltiveremo grappoli di miele e di sole per la vita del mon­do.

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Ai poveri è offerta la beatitudine

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La povertà beata non è una strana ideologia solo perché

Cristo ha mescolato il suo amore alla nostra

infelicissima povertà, nell'unità sostanziale della sua

persona.

Dal punto di vista strettamente cristiano, per quanto

complessi possano essere i problemi posti dal dramma

sociale della povertà e dell'oppressione che affligge

interi popoli, non è lecito barare.

La beatitudine annunciata è esattamente questa:

che ai poveri, per tutta la loro povertà, e per tutte le

forme di povertà comunque espresse, proporzionalmente

a quanto questa povertà è lacerazione dell'essere, è offerta

la beatitudine.

Che tutto ciò debba fondare una moralità e un impegno

e debba quindi diventare anche un progetto, cambiamento,

intervento sociale è ormai entrato nella coscienza della

Chiesa, nonostante alcune sacche di resistenza.


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Possa Dio custodirci nelle Sue braccia, sempre, tutti.

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Avevi scritto già il mio nome lassù
nel cielo
Avevi scritto già il mio nome insieme
a Te
Avevi scritto già di me......



E' arrivato l'autunno.
Tra poco anche il tuo compleanno.
E tu voli libera e felice
giocando tra le gocce di pioggia
e i tiepidi raggi di sole .
Possa Dio benedire i miei
ricordi.
 (mamma)



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Vale la pena diventare grande?

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All'uscita dalla Messa , guardo i ragazzi che stanno facendo gruppo e ascolto questo discorso:

"Quando provo a rispondere ai vari interrogativi capisco che la vita è una cosa assurda, senza senso. Se penso a quello che mi aspetta ho voglia di morire. " Mi fermo. E' una ragazzina di tredici anni, scuola media. Vorrei interromperla, ma preferisco lasciarla continuare. Non sorrido. Resto lì cercando parole che non sappiano di saccenteria. Non ne trovo neanche una. Ascolto pensierosa. Aspetto un messaggio dal Cielo. Angelo bello, dammi una mano, perchè vorrei aiutarla:

"Domani andrò in cerca di lavoro e anche se lo trovassi non cambierebbe nulla. Si lavora per vivere, ma io non so cosa significa questa parola".

Ora non ascolto più. Vedo le parole di quella ragazzina posarsi sui gradini della Chiesa, penso ai politici eleganti che leggono il giornale mentre siedono in parlamento, vedo insegnanti in jeans che non hanno più la passione per i loro ragazzi, per la loro materia....

Ieri sera mi è sembrato di sentire i botti dei fuochi artificiali, momento di festa, e ora questa ragazzina che ha voglia di morire. Strana cosa la vita.




Penso alle parole di un grande amico che più di altre hanno il potere di farmi battere il cuore.

"Che senso ha la vita se ci è vietato di capire il mondo?" "Crescere è bello ma cambiare è una cosa dolorosa".

No, non è una cosa strana la vita. Lo sarebbe se io a 74 anni non avessi capito che mi accumuna a voi 14enni, e che fa vibrare la mia umanità e mi commuove.

Cristo è appassionato dell'uomo come persona concreta, come me come tanti altri ragazzi come voi, come te, ragazzina di cui non pronuncio il nome, i cui discorsi mi fanno tremare il cuore. Guarda il tuo papà, la tua mamma, loro sì, loro ti possono richiamare, con il loro amore per te, seppure lontanamente, lo sguardo così appassionato che Lui ha su di noi. Il Cristianesimo è la passione per l'uomo!

Dovete amare il vostro io. Senza amore a voi stessi non sarete capaci di nulla.

La nostra attitudine più somigliante con Dio è amare noi stessi, perchè Dio ama l'uomo. Non l'ha forse creato?

Se non percepisco la mia umanità in me come posso percepirla negli altri?

Si può crescere solo insieme, sulla base di un contenuto comune, il proprio destino, Cristo, liberamente abbracciato.




Chi esercita il potere deve sapere che la dignità dell'uomo è nel suo rapporto con Dio e non viene conferita dallo stato.

La scuola è il luogo della liberazione dell'umano, se il rapporto porofessore-alunno, è un incontro in cui è salvata la religiosità; cioè il rapporto dell'uomo (ragazzo) con Dio.




Spero di non avervi annoiato. Vado in cucina a preparare un po' di sugo e penserò a Dio a Lui e a quella ragazzina infelice. Ciao

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XXV domenica : La giustizia di Dio è dare a ciascuno il meglio

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La giustizia di Dio è dare a ciascuno il meglio

XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (21/09/2014)

Mt 20,1-16

Per tre domeniche di seguito Gesù ci rac­conta parabole di vigne. È una delle im­magini che ama di più, al punto che arri­va a definire se stesso come vite e noi come tral­ci, per dire che il progetto di Dio per il mondo, sua vigna, è una vendemmia profumata, un vino di fe­sta, una promessa di felicità.

Il proprietario terriero esce di casa all'alba, si re­ca sulla piazza del paese e assolda operai per la sua vigna: c'è un lavoro da compiere, molto lavoro, al punto che esce ancora per altre quattro volte e o­gni volta assume nuovi operai. A questo punto però qualcosa non torna: che senso ha assumere lavoratori quando manca un'ora soltanto al tra­monto? Il tempo di arrivare alla vigna, di prende­re gli ordini dal fattore, e sarà subito sera. Di qua­le utilità saranno, a quanto potrà ammontare la giusta paga?

Allora nasce il sospetto che il padrone non assu­ma operai per le necessità della sua azienda, ma per un altro motivo. Nessuno ha pensato a questi ultimi, allora ci penserà lui, non per il suo ma per il loro interesse, preoccupandosi non dei suoi af­fari, ma del loro bisogno: non lavorare significa infatti non mangiare.

Questo padrone spiazza di nuovo tutti al mo­mento della paga: gli ultimi sono pagati per pri­mi, e ricevono per un'ora sola di lavoro la paga di un giorno intero. Non è una paga, ma un regalo.

Mi commuove il Dio presentato da Gesù, un Dio che con quel denaro, che giunge insperato e benedetto a quattro quinti dei lavoratori, intende a­limentare le loro vite e le loro famiglie. È il Dio del­la bontà senza perché, vertigine nei normali pen­sieri, che trasgredisce tutte le regole dell'economia, che sa ancora saziarci di sorprese.

Nessun padrone farebbe così. Ma Dio non è un pa­drone, neanche il migliore dei padroni. Dio non è il contabile del cosmo. Un Dio ragioniere non converte nessuno. Quel denaro regalato ha lo sco­po di assicurare il pane per oggi e la speranza per domani a tutte le case.

Gli operai della prima ora quando ricevono il de­naro pattuito, sono delusi: non è giusto, dicono, noi meritiamo di più degli altri. Ma il padrone: A­mico, non ti faccio torto. Il padrone non è stato ingiusto, ma generoso. Non toglie nulla ai primi, aggiunge agli altri. E lancia tutti in un'avventura sconosciuta: quella della bontà. Che non è giusta, è oltre, è molto di più.

La giustizia umana è dare a ciascuno il suo, quel­la di Dio è dare a ciascuno il meglio. L'uomo ra­giona per equivalenza, Dio per eccedenza (Card. Martini). Il perché di questa eccedenza, che mi riempie di speranza, sta in evidenti ragioni d'a­more, che non cerca mai il proprio interesse (1Cor 13,5), e che mi sorprenderà, alla sera della mia vi­ta, come un dolcissimo regalo.


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Cristo verrà veramente una seconda volta?

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Se recitiamo lentamente il Credo, avvertiamo questo avvenimento. Questo è il cristianesimo.

Ma come faremo a riconoscerlo? Come faremo a capire che è veramente Lui?

Non voglio dare risposte frettolose, lascio il discorso qui.




"Va' e non peccare più". Dice Gesù all'adultera.

Ho sempre pensato che fossero parole "bonarie". Lui sa mi dicevo, che tanto oggi stesso, domani, ritorneremo a peccare, perciò ci dà un segno della Sua benevolenza. Le sue parole, mi son sempre detta, significano pressapoco: io ti sono sempre vicino anche se peccherai.

Come se, il perdono, fosse una conseguenza del peccato, quindi un diritto acquisito.

Invece è sull'amore che si fonda! Come ricorda il Vangelo di Luca " Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perchè ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco."

Nel mio caso il peccato è stato quello di ignorare le domande poste all'inizio: le ho evitate!

Di fronte al problema io non mi sono disturbata a riflettere, ho evitato le domande! Soprattutto non ho risposto a me stessa. E non ho risposto a voi!

D'un tratto ho capito che senza queste domande io non esistevo. Il problema non è quello di dare risposte giuste, ma che io consisto in un Tu che si fa presenza; che è presente in ogni cosa, in ogni persona che vive attorno a me.

Il peccato è prendere Dio alla leggera, E' il non ricordare la Sua vita con noi....è vergognarsi di Cristo.

E' girare la testa davanti alle domande più importanti.

Posso dire cose belle, più traboccanti di cristianesimo, ma può essere un modo per evitare la polvere che siamo e il Tutto che è Lui.




La Fede che sento di avere mi ricorda che Dio è buono non bonario, ed essendo buono vuole tutta la nostra vita; per questo ogni istante della nostra vita, è carico di valore e della Sua presenza.




Mai come in questo momento duro e angosciante per il succedersi delle continue guerre e dello scarso valore che diamo alla vita stessa; ho capito queste cose.




Nella preghiera cristiana per il ritorno di Gesù è sempre contenuta anche l’esperienza della presenza.

Questa preghiera è mai riferita solamente al futuro. Vale, appunto, ciò che il Risorto ha detto:

« Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28,20). Egli è adesso presso di noi, in modo particolarmente denso nella presenza eucaristica.

L’Apocalisse si chiude con la promessa del ritorno del Signore e con la preghiera che essa si realizzi: «Colui che attesta queste cose dice: “ Sì, vengo presto! ”. Amen. Vieni, Signore Gesù! » (22,20).



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Canto notturno di un pastore errante dell'Asia G. Leopardi

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Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,

silenziosa luna?

Sorgi la sera, e vai,

contemplando i deserti; indi ti posi.


Ancor non sei tu paga



di riandare i sempiterni calli?

Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga

di mirar queste valli?

Somiglia alla tua vita


la vita del pastore.



Sorge in sul primo albore

move la greggia oltre pel campo, e vede

greggi, fontane ed erbe;

poi stanco si riposa in su la sera:


altro mai non ispera.



Dimmi, o luna: a che vale

al pastor la sua vita,

la vostra vita a voi? dimmi: ove tende

questo vagar mio breve,


il tuo corso immortale?







Vecchierel bianco, infermo,

mezzo vestito e scalzo,

con gravissimo fascio in su le spalle,

per montagna e per valle,


per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,



al vento, alla tempesta, e quando avvampa

l’ora, e quando poi gela,

corre via, corre, anela,

varca torrenti e stagni,


cade, risorge, e piú e piú s’affretta,



senza posa o ristoro,

lacero, sanguinoso; infin ch’arriva

colá dove la via

e dove il tanto affaticar fu vòlto:


abisso orrido, immenso,



ov’ei precipitando, il tutto obblia.

Vergine luna, tale

è la vita mortale.




Nasce l’uomo a fatica,


ed è rischio di morte il nascimento.



Prova pena e tormento

per prima cosa; e in sul principio stesso

la madre e il genitore

il prende a consolar dell’esser nato.


Poi che crescendo viene,



l’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre

con atti e con parole

studiasi fargli core,

e consolarlo dell’umano stato:


altro ufficio piú grato



non si fa da parenti alla lor prole.

Ma perché dare al sole,

perché reggere in vita

chi poi di quella consolar convenga?


Se la vita è sventura,


perché da noi si dura?

Intatta luna, tale

è lo stato mortale.

Ma tu mortal non sei,


e forse del mio dir poco ti cale.




Pur tu, solinga, eterna peregrina,

che sí pensosa sei, tu forse intendi

questo viver terreno,

il patir nostro, il sospirar, che sia;


che sia questo morir, questo supremo



scolorar del sembiante,

e perir della terra, e venir meno

ad ogni usata, amante compagnia.

E tu certo comprendi


il perché delle cose, e vedi il frutto



del mattin, della sera,

del tacito, infinito andar del tempo.

Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore

rida la primavera,


a chi giovi l’ardore, e che procacci



il verno co’ suoi ghiacci.

Mille cose sai tu, mille discopri,

che son celate al semplice pastore.

Spesso quand’io ti miro


star cosí muta in sul deserto piano,



che, in suo giro lontano, al ciel confina;

ovver con la mia greggia

seguirmi viaggiando a mano a mano;

e quando miro in cielo arder le stelle;


dico fra me pensando:



— A che tante facelle?

che fa l’aria infinita, e quel profondo

infinito seren? che vuol dir questa

solitudine immensa? ed io che sono? —


Cosí meco ragiono: e della stanza



smisurata e superba,

e dell’innumerabile famiglia;

poi di tanto adoprar, di tanti moti

d’ogni celeste, ogni terrena cosa,


girando senza posa,



per tornar sempre lá donde son mosse;

uso alcuno, alcun frutto

indovinar non so. Ma tu per certo,

giovinetta immortal, conosci il tutto.


Questo io conosco e sento,



che degli eterni giri,

che dell’esser mio frale,

qualche bene o contento

avrá fors’altri; a me la vita è male.



O greggia mia che posi, oh te beata,



che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidia ti porto!

Non sol perché d’affanno

quasi libera vai;


ch’ogni stento, ogni danno,



ogni estremo timor subito scordi;

ma piú perché giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,

tu se’ queta e contenta;


e gran parte dell’anno



senza noia consumi in quello stato.

Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,

e un fastidio m’ingombra

la mente; ed uno spron quasi mi punge


sí che, sedendo, piú che mai son lunge



da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,

e non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda o quanto,


non so giá dir; ma fortunata sei.




Ed io godo ancor poco,

o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.

Se tu parlar sapessi, io chiederei:

— Dimmi: perché giacendo


a bell’agio, ozioso,



s’appaga ogni animale;

me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale? —




Forse s’avess’io l’ale

da volar su le nubi,


e noverar le stelle ad una ad una,



o come il tuono errar di giogo in giogo,

piú felice sarei, dolce mia greggia,

piú felice sarei, candida luna.

O forse erra dal vero,


mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:



forse in qual forma, in quale

stato che sia, dentro covile o cuna,

è funesto a chi nasce il dí natale.





Ogni volta che leggo questa poesia, scopro significati nuovi, nuove sensazioni! Bella,bellissima.....

Domani la commenterò, se invece Gus vuole farlo lui, bene: avanti mio fidato  amico, ti cedo il "post".......
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Storia della Vergine di Guadalupe

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di Enrico Salomi


Messico 1531: la Vergine di Guadalupe, patrona delle Americhe, appare all'indio Juan Diego. E lascia un segno impressionante: una “tilma” su cui è prodigiosamente impressa la sua immagine. La scienza non sa spiegare l'origine di questa effigie miracolosa.
“Vìrgen morenita, Virgen milagrosa...”. Inizia così la celeberrima canzone “Virgen India”, conosciuta in tutto il Messico e in America Latina, dedicata alla Madonna di Guadalupe, patrona del Messico, Imperatrice e Madre delle Americhe, apparsa ad un povero indio messicano nell'anno 1531.
Un'apparizione importante per tutti i popoli delle Americhe. Da quel momento prende slancio la conversione del Messico al Cristianesimo. E di tutta l'America Latina. Malgrado le calunnie (la cosiddetta “leyenda negra”), che storici anticattolici hanno lanciato contro il processo di evangelizzazione dell'America Latina, resta il fatto che la conversione al Cattolicesimo portò i popoli americani a cambiare radicalmente i loro usi sanguinari, legati alle religioni precolombiane. Usi che prevedevano crudelissimi sacrifici umani, offerti a divinità feroci e assetate di sangue. Scrive lo studioso Giulio Dante Guerra: “Nel giro di pochi anni tutti si sono convinti che l'unico sacrificio dell'Uomo-Dio aveva reso inutili, e condannabili, i sacrifici umani; che non era vero che la fine di quei sacrifici avrebbe fatto oscurare il sole, perché il sole si era, questo sì, oscurato durante il sacrificio di Cristo sulla croce, ma era poi riapparso quando, compiutosi il sacrificio, l'umanità era stata riconciliata con Dio”.




LA STORIA

Veniamo alla storia che, lo diciamo senza paura di smentita, cambiò il corso degli eventi in America. Sabato 9 dicembre 1531, solo dieci anni dopo la conquista del Messico, l'indio Cuauhtlatòhuac (ribattezzato cinquant'anni dopo la nascita Juan Diego), di professione coltivatore diretto, si sta recando alla chiesa francescana di Santiago. È l'alba. All'improvviso una voce dolcissima lo chiama sul colle Tepeyac: “Juantzin, Juan Diegotzin” (cioè il diminutivo di Juan Diego in lingua nàhuatl). Viene da una bellissima donna che si presenta come “la perfetta sempre vergine Maria, la Madre del verissimo e unico Dio” (la tonantzin “la nostra venerata Madre” come gli indios chiameranno poi la Vergine di Guadalupe).
La Madonna gli ordina di recarsi dal vescovo locale e di costruire una chiesa! ai piedi del colle. Per un paio di volte, il vescovo, comprensibilmente dubbioso, non vuole credere alle parole del povero indio. Tre giorni dopo la prima apparizione Juan Diego è chiamato ad assistere uno zio, Juan Bernardino, gravemente ammalato. Alla ricerca di un sacerdote che accompagni lo zio nel trapasso alla vita eterna, aggira la collina su cui era apparsa la Vergine “morenita” per evitare di incontrarla nuovamente. Ma la Signora lo intercetta, gli appare lungo la strada, lo rassicura sulla salute dello zio e quindi gli chiede di salire nuovamente sulla collina per raccogliere dei fiori. Juan Diego esegue gli ordini e trova la cima del colle ricoperta di bellissimi fiori di Castiglia, evento assolutamente straordinario dal momento che siamo in pieno inverno e che il luogo è una desolata pietraia. L'indio li raccoglie e li depone nella sua tilma, cioè nel mantello, per portarli al vescovo Juan de Zumarraga, come prova delle apparizioni.
Appena Juan Diego spiega il mantello e fa cadere i fiori raccolti davanti all'alto prelato, avviene un vero miracolo: sul mantello si disegna l'immagine della Madonna. È la prova che Juan Diego non è un visionario, un mentitore e che Maria è veramente scesa dal Cielo per parlare all'umile indio. La Tilma e l'immagine si conservano intatte ancora oggi, a distanza di oltre quattro secoli e mezzo, e si possono vedere nella grandiosa basilica di Guadalupe, costruita ai piedi del colle Tepeyac, secondo i desideri della Vergine. Da questo segno prodigioso nasce la sintesi tra la cultura azteca e la fede cristiana: l'evangelizzazione del Messico si compie in modo pacifico e rispettoso delle tradizioni locali.




LA TILMA MIRACOLOSA

Nell'immagine impressa sul mantello (tilma) di Juan Diego, la Vergine Maria è alta 143 centimetri, ha la carnagione meticcia (da qui l'appellativo di Virgen Morenita), segno di una perfetta commistione tra le razze europee e indios; è circondata da raggi di sole e con la luna sotto i suoi piedi, esattamente come la Donna dell'Apocalisse; una cintura le cinge il ventre, simbolo, presso gli Aztechi, di una donna incinta.
Dal 1666 sono iniziati gli esami scientifici per stabilire la vera natura dell'immagine. Non si tratta di un dipinto, perché non v'è traccia di colore sulla tela ed è come se le fibre fossero state impresse con un procedimento “naturale”.
Inoltre, tenendo conto che l'ayate, il tipico, rozzo tessuto di fibre d'agave popotule, usato in Messico dagli indios più poveri per fabbricare abiti, è un materiale estremamente deteriorabile, non si riesce a spiegare come abbia potuto conservarsi la tilma di Juan Diego, su cui è effigiata la Virgen Morenita e che risulta così essere l'unico ayate del XVI secolo ancora oggi intatto. E a nulla può valere la protezione dei cristalli per fermare lo sgretolarsi del tessuto, come hanno dimostrato diversi esperimenti. In aggiunta, si è constatato - di nuovo inspiegabilmente - che il mantello di Juan Diego respinge gli insetti e la polvere, che invece si accumulano in abbondanza sul vetro e sulla cornice. Nel 1791 si verificò un incidente: alcuni operai lasciarono cadere una soluzione detergente di acido nitrico sulla tela, ma essa, anziché deteriorarsi irreparabilmente, rimase inspiegabilmente integra e, anzi, si vede bene che le due macchie giallastre della reazione chimica stanno sbiadendo con il passare del tempo.
In passato vi furono anche tentativi di ritoccare “pittoricamente” l'immagine della Vergine, dovuti probabilmente alla esagerata devozione dei fedeli, ma i colori si sono dissolti quasi subito. I risultati più strabilianti ottenuti da analisi scientifiche provengono dall'osservazione degli occhi della Madonna. Le pupille, il cui diametro originale misura appena otto millimetri, sono state elaborate elettronicamente mediante computer e ingrandite fino a 2500 volte, con un sistema identico a quello impiegato per decifrare le immagini inviate sulla Terra dai satelliti orbitanti nello Spazio. Bene, nelle iridi della Vergine di Guadalupe è riflessa distintamente ed inequivocabilmente la scena di Juai Diego che apre la sua tilma davanti a vescovo Juan de Zumarraga e agli alti testimoni del miracolo. Siamo di fronte ad una vera e propri fotografia, infinitamente minuscola invisibile all'occhio umano, di ciò che accadde il 12 dicembre 1531 nel vescovado di Città del Messico. Poiché l'immagine ritrae la scena con occhi “estranei” ad essa, Josè Aste Tonsmann (l'ingegnere peruviano che nel 1979 analizzò a computer l'istantanea) ipotizza che la Madonna fosse presente, sebbene invisibile, al fatto e abbia “proiettato” sulla tilma la propria immagine avente negli occhi il riflesso di ciò che stava vedendo.
Poiché è materialmente impossibile dipingere tutte queste figure in cerchietti di soli 8 millimetri, si deve ammettere che nella sua infinita bontà Dio ha lasciato, oltre quattro secoli orsono, nel lontano Messico, un segno che ora, grazie alla modernissima strumentazione scientifica, riusciamo decifrare sempre meglio. Il segno riguarda la potente intercessione della Vergine Maria, dunque la conferma di una verità di fede cattolica, che rafforza la nostra fede e confonde agnostici ed atei contemporanei.

*  *  *



Nostra Signora di Guadalupe, ci dice: "Io sono qui con te, non ricordi che sono tua madre? Guardami sono nel palmo del mio Mantello? Tu sei sotto sotto la Mia protezione. Avete bisogno di altro? "




Vorrei aggiungere dei particolari che mi sono stati raccontati da un Sacerdote. Non sono molto importanti ma così il racconto è più vero. In Messico si dice che "La Virgen Morenita" fosse gravida, perchè, all'epoca delle apparizioni, la Vergine portava un fiocco nero appuntato sul ventre, come usavano allora le donne messicane.

Ora nel ritratto, del mantello, ha invece un quadrifoglio in cui gli scienziati, con le supertecniche moderne, hanno visto il corpicino di un bimbo di tre mesi.




Ieri sera quando ho ascoltato questo racconto ero, e lo sono ancora, affascinata e sempre più innamorata di Maria.




"Grandi cose ha fatto, il Signore per noi!"

Io certamente non riuscirò ad andare in Messico, ma posso pregare. Tutti i momenti in cui non sono distratta, posso pregare!!

 
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S.S. Nome di Maria

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Maria
canta per Te
il mio cuore.
Il Creatore Ti scelse
per essere
Figlia del Tuo Figlio.
Lui Ti donò a noi
perchè non fossimo
più orfani.
Tu fedeltà
ad un invito.
Tu serenità
dei miei giorni
Tu amica
del mio dolore.
Ave, dolce, amata Creatura 
a Te imploriamo la Pace e
la speranza di
giorni amati.

Tua figlia Lucia



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Oggi: 11 settembre - Memoria

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Nel silenzio un'incredulità 

uno stupore

che Qualcuno

leggerà nei suoi occhi

e nascerà una domanda.


Perchè?





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Idea di verità

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I miei occhi hanno incontrato un cartello sulla porta di una Galleria d'Arte.

Diceva: " Chiuso per la morte del sentimento artistico, del buon senso e del decoro cittadino".


Nella mia città, Novara, da alcuni anni, in alcune piazze ( al centro di parecchie "rotonde") Sono stati sistemati dei "monumenti" in acciaio dell'artista Helidon Xhixha.




Forse è una nuova forma d'arte che io, antica, non amo.


Rappresentazione di donna, madre, sposa, ai piedi di un soldato caduto



monumento equestre a Vittorio Emanuele II re d’Italia.


Il mio giudizio è dettato dall'abitudine a chiamare monumenti queste due sculture.


Perdonatemi se invece  non capisco le nuove che , come dichiara l'artista, "Io non scolpisco i materiali. Uso i materiali per scolpire la luce"





Sarà un grande artista, ma ciascuno ha il diritto alla sua verità alla sua idea di bellezza.

Più ancora: ciascuno ha diritto a quell'amore che è accettazione della differenza.

Nel caso delle opere in questione (quelle in acciaio) sono cosciente che la mia verità non è assoluta, e che ognuno ha una verità di cui è portatore.







"Io sono la Verità", dice Gesù a Pilato, il quale replica: "Cos'è la verità?"

Al che Gesù risponde non con una parola, ma con l'offerta della propria vita: "La verità consiste nell'amare Dio e il prossimo"

A partire da questa verità assoluta, bisogna cercare ancora, approfondirla.

Sicuri del nostro amore, impareremo, ad amare di più. (anche i monumenti!!!)



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Un'esperienza nel tempo e nel cuore

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Cappellette lungo la strada che porta al Monte Mesma (Orta, NO)









Tutti gli anni, terminato il catechismo e la scuola, portavamo i ragazzi, per una settimana, nella Casa per le Vacanze a Miasino (NO)



1979. Il Coadiutore era divenuto Parroco di un'altra Parrocchia.



Io ho sempre creduto nella validità del Campo-scuola.



"Se la sente di organizzarlo lei?" era il mio Parroco don Giacomo.



"Certo!" risposi sicura.



Scelto il tema affrontai con gioia e molta paura i preparativi. Avevo tutto chiaro. Scelti gli animatori che mi avrebbero affiancato, andai dal sacertote che sarebbe venuto con noi "Solo per la Messa" mi aveva avvisato. Bene. Partimmo in treno. Una ventina di giovani che avevano frequentato la terza media.



Tema: Il mio nome è Francesco.



Vi dico già che fu veramente una settimana stupenda e non aggiungo altro, rovinerei tutto. Solo per mia vanità, racconto che il giorno che feci proiettare "Fratello Sole di Zeffirelli" venne a portarci, pizza e proiettore, proprio il nostro coadiutoree che prima di ritornare a Novara mi fece i complimenti: "Solo tu potevi realizzare una cosa simile!" Io rossa come un peperone ero al settimo cielo.



Il fatto determinante fu la passeggiata che facemmo per arrivare al Monte Mesma.









"Coi suoi quasi 600 metri d’altitudine, il Monte Mesma (576 m) offre ai suoi visitatori un’invidiabile panorama del Cusio. Sulla sua sommità si trovano l’omonimo convento francescano e la chiesa, dedicata a San Francesco, dal cui sagrato, appunto, si domina il Lago d’Orta con l’isola al centro e il massiccio del Monte Rosa stagliato sul fondo."









La strada era adatta al nostro tema, un sentiero in salita attraverso un boschetto dove gorgogliava placido un ruscello. Silenzio, canti di uccelli, sole che attraversava i rami degli alberi. Era giunto il tempo di fare l'esperienza del "Deserto".









Si chiama "Deserto" quella dimensione interiore, più che geografica, adatta a chi ha bisogno di scoprire una novità per la vita.









Il deserto è il luogo in cui Dio era Dio. In cui venne rinnovata l'alleanza e consegnata la legge, dove le tribù d'Israele divennero popolo. Il deserto luogo abituale per Giovanni Battista, e per quaranta giorni dimora per Gesù prima della Sua missione pubblica.



Io avevo spiegato che "deserto" oltre che silenzio, significava un legame esclusivo con il Signore. Era preghiera e meditazione. I ragazzi hanno capito e i loro pensieri erano musica celeste adatta agli Angeli del Signore. (Sono stati letti durante la Messa: offertorio e Preghiera di ringraziamento)









Ma a noi, che viviamo nei deserti affollati delle città, che cosa suggerisce la parola "Deserto"? Forse l'aridità di una esistenza in continuo mutamento, poco propensa a soffermarsi su quell'acqua che dà la vita ad ogni istante, per cui ci accorgiamo, forse, che non ci facciamo da noi, che siamo alla ricerca di quella felicità che certamente non troviamo nei nostri piaceri più belli......









Ho trovato questa poesia di Carlo Bertocchi in cui esprime in modo pacato e dolce il proprio smarrimento:





Sono giunto fin qui, non c’è più strada,

Possibile? Pareva così certo il cammino.

O non era un sogno quell’andare?

Preferisco pensare che son misero, ormai,

e che ho tutto perduto. Accoccolato

resto nel mio deserto.



Non ho più che lo stento d’una vita

che sta passando, e perduto il suo fiore

mette spine e non foglie, e a malapena

respira. Eppure, senza acredine.

C’è quell’amore nascosto, in me,

quanto più miserevole pudico,

quel sentore di terra, che resiste,

come nei campi spogli: una ricchezza

creata, non mia, inestinguibile.



Così mi ha fatto chi mi amò

fino a morire per me, libero

di non credergli, fino a dimenticarlo,

ma dimenticarlo era impossibile,

mentre era possibile perdersi,

e persino per puro gioco,

tra il lusco ed il brusco, la mia totale

libertà governandomi sola,

che sola rintoccava nel buio.





Gesù ha vissuto la sua libertà nel deserto di questa terra, quello all’inizio della sua vita pubblica e quello di quando era in mezzo alla gente, ai suoi amici e quello delle notti trascorse con suo Padre in preghiera.

Gesù è l’acqua viva che ci ha promesso è il vino che ci ha lasciato.

Non è impossibile quindi che anche dalla pietra scabra del deserto stilli la rugiada dell’amore, non solo per buona volontà, ma soprattutto come dono accolto, che diventa ricchezza.
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Natività di S. Maria

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Queste due immaginette di S. Maria Bambina sono datate 1913
Sono molto belle e le ho fatte incorniciare: vetro + vetro e una piccola cornice
 così da poter leggere le preghiere scritte, appunto nel retro.









"Sia benedetto, o Maria, quel felicissimo istante in cui sei stata concepita senza macchia originale."



Maria SS. a Te dedico questa rosa profumatissima.
Tu Bellezza, Tu gioia, Tu umiltà e  Purezza
Sotto il Tuo preziosissimo manto io
vorrei riposare
per conoscere la Tua pace.
La stessa pace che Tuo Figlio ci dona all'inizio di ogni nuovo giorno.
Ti prego: dona ai miei figli e ai miei nipoti la fede con cui hai 
cantato il Tuo Magnificat.

Tua povera figlia Lucia.




(Le immagini sono in bianco e nero per una mia stravagante idea e ora non riesco piu' a reimpostare la macch. fotograf. Scusate.)  


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Aspettando il momento della S. Messa

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Nel Vangelo di domani, 7settembre 2014, Matteo ci parla di fratellanza e di imparare a dialogare con chi abbiamo vicino, ma anche con chi non abbiamo rapporti chiari:
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni.
Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
" Se il tuo fratello sbaglia, va' e ammoniscilo"
Debbo fare il primo passo? Non è meglio tacere e sperare che l'altro si accorga di aver sbagliato?
Ma che cosa mi autorizza a intervenire nella vita dell'altro? La pretesa della verità? No, solo la parola fratello. Ciò che ci abilita al dialogo è la fraternità che tentiamo di vivere, non la verità che crediamo di possedere.
"Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello". Verbo stupendo: guadagnare un fratello. Il fratello è un guadagno, un tesoro per te e per il mondo.
"Tutto quello che legherete o che scioglierete sulla terra, lo sarà anche in cielo".
Legare e sciogliere.
Ciò che avrete legato, riunito attorno a voi, le persone, gli affetti, le speranze, non andrà perduto; e ciò che avrete sciolto, liberato attorno a voi, energie, vita, audacia, sorrisi, lo ritroverete liberato per sempre, nella storia della terra e in quella del cielo, unica storia. «Ciò che scioglierete»: come lui che ha sciolto Lazzaro dalle bende della morte; «ciò che legherete»: come lui che ha legato a sé uomini e donne capaci di fare le cose che Dio fa. Ciò che scioglierete avrà libertà per sempre, ciò che legherete avrà comunione per sempre. (don Michele Do)
"Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro."
Non solo nella preghiera, ma anche nell'uomo e nella donna che si amano, nella complicità festosa di due amici, in chi lotta per la giustizia, in una madre abbracciata al suo bimbo, Dio è lì.
Ma a cosa serve la presenza di Cristo? Che cosa genera? Cristo è anima e vita di tutto ciò che esiste, presenza trasformante dell'io e del tu che diventano noi, è la forza di amare che ti convoglia nello stellato fiume (M. Luzi). Quella forza che convoglia Dio nel torrente della vita.Le parole della Santa Teresa di Calcutta completano il pensiero su come amare i fratelli. Buona domenica a tutti.


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Razòn De Vivir Victor Heredia

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Victor Heredia autore di Razòn De Vivir, di Ojos de cielo, e di altre decine di canzoni sull'amore che sostiene la vita. E' argentino. I suoi versi, per quello che posso capire, non ho trovato la versione in italiano, sono pieni di dolore e di speranza. E di un misterioso bisogno dell'altro.




Racconta in una intervista: " E' una canzone di pura gratitudine, perchè credo che nessuno possa svolgere il suo compito nel mondo, nella vita, da solo. Si ha sempre bisogno di un'amicizia con qualcuno che ti sostiene e ti appoggia. Questa canzone è dedicata alla mia compagna, ma il discorso si può allargare a tutto quello che facciamo nella vita: abbiamo sempre bisogno di incontrare Qualcuno che ci faccia da guida."






La sua voce incanta, almeno a me fa' questo effetto, è bella, forte,e mi sembra, sottolineo sembra, che canti di una presenza che esprime la voglia di stare con l'altro senza perdere l'angelo della nostalgia, sembra alludere a qualcosa che non è solo questo "altro".






Continua:"Non ci si innamora solo del fisico di una certa persona, questo è il punto; la canzone parla di questo. Di quando si stabilisce una comunione che libera. Quando due spiriti possono camminare uniti si va al di là del puro aspetto fisico. Quando uno può avere un pensiero simile all'altro e quando questo pensiero nel tempo non si rompe ma cresce, da un certo punto di vista è qualcosa di salvifico, quando accade.


E se abbiamo la fortuna di incontrare un rapporto così eccezionale bisogna fare qualsiasi cosa per preservarlo."






L'intervista continua alludendo alle altre canzoni come Ojos de cielo, anche questa dedicata alla moglie Marisa, ma io mi fermo qui. Ascoltate e se vi piace, commentate. Grazie e buona giornata a tutti

La parola porta con sè
una spiritualità
che non si riesce a misurare,
che va più in là
di noi stessi.


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Un Amico di cui abbiamo bisogno

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Noi tutti abbiamo bisogno di un amico. Abbiamo a disposizione tutta la vita per cercare di amare il Figlio di Dio, per conoscerLo il più possibile affinchè la nostra anima s'innalzi sempre più in alto.
Egli è Colui che dà un senso alla nostra vita. Nessuno può imporci quest'amicizia. Egli ci sceglie e se noi accetteremo conosceremo la Sua gioia.

"Signore insegnaci a pregare."
Io Ti prego perchè ho bisogno del Tuo aiuto per camminare sulla Tua strada.
Io Ti prego, Signore, perchè mi insegni l'amore che ogni giorno mi doni.
Io Ti prego, Signore, perchè mi capisci e mi perdoni.
Io Ti prego, Signore, perchè mi hai donato Maria SS come Madre.
Io Ti prego, Signore, perchè condividi con me la Tua vita e la Tua gioia.
Io Ti prego, Signore, perchè attraverso la preghiera Ti affido gli ammalati, le persone sole, tutti coloro che si sono allontanati da Te e perchè, prima di addormentarmi, aspetto la Tua carezza amorosa e dolce.

Guardare, osservare: quante cose ci appaiono insignificanti oppure indifferenti, raramente ci accorgiamo invece dell'infinità di cose meravigliose che fanno bella la nostra vita. I nostri occhi vedono. Dobbiamo inmparare ad osservare come se dovessimo fotografare ogni minimo particolare. Così facendo ci renderemmo conto che siamo sommersi da una quantità di doni.
La salute che apprezziamo solo quando la perdiamo, poi c'è il cielo, il sole, le montagne, il mare, la gioia dell'amicizia e dell'amore. 
Se apprezzeremo tuttociò saremo in grado di capire che ci stiamo accostando a Dio; alla fede in Dio. E nella fede la certezza di un amore tangibile.

"Signore, una volta, all'improvviso, mi sono accorta di come Tu fossi presente intorno a me. Anche oggi nel vento che spingeva lontano le nuvole grigie Tu sussurravi la Tua canzone d'Amore! Che armonia, che Bellezza la Tua presenza intorno e dentro di me!Dammi tanta fede, Signore, per amarTi di più e per cercarti in ogni persona che incontro, in ogni filo d'erba che tra poco ingiallirà, come le bellissime foglie dei tigli e della quercia del cortile."

Buonanotte mio Dio. Io dormirò, ma tante persone veglieranno, chi per lavoro, chi per accudire un malato, chi perchè si sente solo. Con la Tua mano Paterna accarezza tutti e fa che si accorgano di una vita nuova che nasce nel loro cuore. Lucia 





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