Grazie Robin di Alessandro D'Avenia

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C’è un tempo della vita in cui la pelle e la carne si slabbrano per poter coprire lo spirito che finalmente si stira, all’alba della consapevolezza della propria libertà e unicità (checché ne dicano i minimalisti dell’esistenza, nessuno ha mai avuto né mai avrà le impronte digitali uguali alle mie). Quel tempo, d’ebbrezza e dramma insieme, inizia con l’adolescenza, che per questo è una stagione vorace di storie che costituiscono veri e propri momenti di epifania: l’evidenza di ciò che il futuro potrebbe regalarci, come il tempo che corre tra il primo sguardo di una coppia e il loro primo figlio. A contatto con modelli (persone portatrici di storie che risvegliano la nostra) sentiamo aggregarsi le nostre forze e speranze verso una meta che unifica passato presente e futuro in un unico attimo, non fuggente. Così mi è accaduto, quando avevo 16 anni, di decidere di diventare professore. I modelli che hanno chiamato a raccolta le mie forze e le mie speranze sono state tre storie, due in carne e ossa (un insegnante di italiano, Mario Franchina, e uno di religione, padre Pino Puglisi), una sullo schermo: il professor Keating dell’Attimo Fuggente, interpretato da Robin Williams, con quella grazia che quasi solo una volta un attore raggiunge nella sua carriera.
Per questo, alla notizia della morte di Keating-Williams mi sono sentito un po’ orfano. Non c’era più il volto di quel personaggio, incontrato per caso una sera primaverile del 1993, facendo zapping, alla ricerca dell’ennesima scusa per non fare i compiti. Mi ricordo ancora quel professore che chiede ai suoi studenti, con le parole di Whitman, che verso aggiungeranno al poema della vita. Mi identificai sia con gli adolescenti alla ricerca tumultuosa dei loro talenti e passioni, frustrati dai loro limiti e fragilità, sia con l’insegnante carismatico che di quei talenti era pro-vocatore, colui che chiama al coraggio e alla libertà chi entra nel raggio d’azione del suo carisma (parola che deriva da grazia e non da narcisismo). Sono rimasto in silenzio a fissare i titoli di coda (mai fatto prima). Quella notte non dormii. Mi ripetevo: io voglio essere come quello lì, io voglio fare questo nella vita. Il presente mi si riempì di futuro e divenne mio. Senza storie siamo analfabeti di futuro e chi è privo di futuro perde anche il presente, e dorme sonni troppo tranquilli.
Ieri mi sono sentito orfano non tanto di quel tipo di professore, che nella narrazione mostra una pedagogia talvolta zoppicante (narcisistica, emotivista, simbiotica con gli studenti), ma del modello rappresentato. Non “modello” come lo intende la cultura dominante (la star) che abbaglia generando solo imitazione, ripetizione, scimmiottamento e quindi passività, ma il modello che provoca, mette in crisi, accende, sveglia il nocciolo più autentico della persona: il desiderio di mettersi in gioco in prima persona, di realizzare la propria unicità per metterla al servizio altrui, di non sclerotizzarsi su copioni scritti da altri, ma appunto di aggiungere il proprio verso al grande poema della vita in cui siamo capitati, come una nota, che lo si voglia o no, insostituibile. Il vero modello non schiaccia le possibilità di chi lo ammira, ma le risveglia, libera, dilata, spingendo verso risoluzioni proprie. Questo è il carisma, quella grazia (charis), capace di far sgorgare la vita negli altri, a partire da quella che sgorga in noi.
Robin Williams nella parte di Keating diede un volto a quel “modello”. A 16 anni, guardando quel volto, sentii le mie forze chiamate a raccolta e un’ipotesi di futuro, tutto da costruire ma più che mai presente e reale. Non ho idealizzato Keating, per fortuna, altrimenti avrei fatto molti più danni a scuola, ma ho semplicemente compreso che l’insegnante, capace di mettere in moto libertà e unicità dei ragazzi, attraverso le cose che amavo studiare e le storie che volevo raccontare, era il modello di professore che mi interessava essere. Ancora oggi ne sono convinto e non me ne sono pentito, il mio sogno di sedicenne è ancora intatto, dopo 14 anni di scuola.
Anche se il demone del vuoto, dei fallimenti, degli errori, della solitudine, delle dipendenze, ti ha forse asfissiato nei tuoi ultimi istanti, nessuno potrà toglierti il merito di aver donato il tuo volto a personaggi che, in qualche modo, ci hanno cambiato. Se non addirittura, chiamato.
Arrivederci, Robin, e grazie per il tuo verso.Capitano,mio capitano!
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6 commenti:

  1. Be` complimenti a questo professore Alessandro D'Avenia, splendide e sentite parole.
    Buona giornata.

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    1. Alessandro D'Avenia ha scritto (e scrive per gli adolescenti) "Bianca come il latte e rossa come il sangue" da cui ne hanno tratto un film, e poi "Cose che nessuno sa" io li ho letti consigliata dalla mia nipotina che frequenterà la 2° liceo. Mi è piaciuto di più il secondo, perchè mi rivedo nella figura della nonna. E' spesso invitato a conferenze per parlare ai prof sul perchè i ragazzi vanno sempre amati. Vai sul suo blog, se vuoi conoscerlo meglio "Alessandro d'Avenia prof 2.zero. Buona giornata Pia grazie della visaita sempre molto gradita.

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  2. Mi capita di parlare con ragazzi che frequentano le scuole secondarie.
    Noto scetticismo, più o meno larvato o clamoroso. Alcuni sono infastiditi, altri, forse i più sensibili, mi sembra di vederli nel pieno di una bufera dispersiva. Svuotati di ogni capacità di slancio.
    Forse si fanno studiare un'infinità di cose senza sforzarsi di far comprendere il senso di quelle cose.
    La predominante analiticità dei programmi non aiuta il raggiungimento di un'effettiva presa di coscienza che possa condurre lo studente ad un'ipotesi esplicativa unitaria.
    E' come prendere un orologio e smontarlo in tanti piccoli ingranaggi.
    La sveglia non c'è più e manca una guida che aiuti lo studente a dargli l'idea sintetica per ricostruirla.
    Si studia la storia senza far comprendere le varie manifestazioni degli uomini.
    Una successione di date e di guerre. Nemmeno un accenno al modo di vivere dell'uomo che è cambiato percorrendo millenni di civiltà.
    Forse la scuola sarà chiamata in causa perché incapace di formare buoni tecnici, bravi specialisti e gente competente.
    Temo che non la si chiamerà in causa perché non è riuscita a formare veri uomini. La vita impone giudizi e scelte.
    Il giovane le farà. Ma a causa della diserzione educativa della scuola le scelte non saranno frutto di un’adesione a criteri oggettivi, ma figlie dell’ illogicità derivante da valutazioni fatte in base a stupidi pregiudizi, visioni anguste e idiosincrasie o simpatie istintive.

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    1. Hai ragione. L'anno scolastico trascorso mi ha insegnato molto sul comportamento dei professori, specialmente di una professoressa: Insegna fisica. Elena è una ragazza studiosa, disciplinata, decisa a emergere. In fisica un fallimento. Ada è andata ben tre volte a parlare col preside che l'ascoltava e le dava ragione: "Signora ho un cassetto pieno di lamentele!" Elena ha un cugino laureato in fisica e matematica. Le controllava le verifiche fatte e si stupiva dei voti. "Elena non hai bisogno di me, la materia la conosci bene!" E lei pianti su pianti. Un caso di antipatia dovuta al fatto che non sopportava alcune persone influenti della famiglia. Speriamo che il futuro sia più sereno! Ciao Gus

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  3. Grazie mille per la condivisione, Lucia.
    Sono felice che abbia apprezzato l'articolo.

    Un caro saluto
    Alessandro

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    1. Grazie a te per la responsabilità che con amore condividi con i ragazzi! Io sono la nonna di una adolescente..... Un abbraccio! Eh Vai! sei arrivato

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Grazie amico/a mia. Grazie se hai letto tutto e ti decidi a scrivere un commento. qualunque sia la tua risposta, scrivi.
Però non amo gli insulti volgari o le parolacce
Arrivederci sarai sempre la benvenuta/o