Pensiero di Henry Newman

domenica 30 giugno 2013


 
 
Oh potessimo vedere le cose con tanta semplicità, da sentire che l'unica cosa che abbiamo da fare è piacere a Dio! A confronto di questo, a che cosa serve piacere al mondo, piacere ai grandi, e perfino piacere a coloro che amiamo? A che cosa serve essere applauditi, ammirati, corteggiati, seguiti, in confronto a un unico intento, di non essere disobbedienti a una visione celeste?

Festa dei SS Pietro e Paolo

sabato 29 giugno 2013

 
 
Pietro e Paolo hanno insegnato a noi la tua legge, Signore

Grazie

giovedì 27 giugno 2013


 

 
 
Facciamo finta che io sia una bambina che non ha mai sentito il termine "perdonare" e ti chiedo cosa significa. Cosa mi risponderesti? Significa "lasciar correre"? Significa "dimenticare"? Significa "tutto torna come prima come se proprio non fosse successo niente"? Immagino un po' tutte queste cose messe insieme, ma non è' cosi semplice razionalizzare il perdono. La cosa piu' assurda e' quando i giornalisti, dopo un omicidio o dopo una cosa comunque gravissima, chiedono ai familiari della vittima "Potrai perdonare?" Lo chiedono SEMPRE! Non riesco a capire l'ostinazione in questa domanda! E poi i titoli nei giornali "Il perdono non ancora" oppure "Ho gia' perdonato". Ecco, non trovo significato in questa interpretazione del perdono!




Il perdono è la via che porta alla pace e alla felicità ma è anche un mistero: se non vi cerchiamo una soluzione ci rimane nascosto.
Ogni individuo deve riflettere sull’eterno enigma del perdono, il quale può essere pienamente risolto solo all’interno di ogni singolo cuore e di ogni singola vita.
Che cosa significa, in sostanza, perdonare? Non significa soltanto scusare quelle
cose che non possono essere facilmente scusate: il perdono è qualcosa di più. Quando
scusiamo qualcuno, mettiamo da parte il suo errore e non lo puniamo per averlo commesso.
Quando perdoniamo, non solo cancelliamo una mancanza nei nostri riguardi, ma abbracciamo chi ne è stato responsabile proprio come ha fatto il Padre col Figliol Prodigo.
 Dio Padre ci accoglie costantemente, nonostante le nostre continue cadute e ci invita a fare altrettanto con i nostri fratelli.
Il nostro perdono potrà anche non essere accettato, ma l’aver teso la mano ci avrà liberati da ogni risentimento. Possiamo rimanere profondamente feriti, ma non usiamo la nostra ferita per infliggere ulteriori sofferenze ad altri.
Come ebbe a dire Henri Nouwen: «Il perdono è amore praticato tra persone che sanno amare. Esso ci libera senza far desiderare nulla in cambio."
 
 
 
 
 


 
 





 
 




 
 
 
 
  


sentirsi amati di Nouwen

mercoledì 26 giugno 2013



I racconti del perdono
Sentirsi amati Henri Nouwen monaco (1932-1996)
«Non molto tempo fa, nella mia comunità, ho avuto un’autentica esperienza personale del potere di una vera benedizione. Poco tempo prima che ciò accadesse avevo iniziato una funzione di preghiere in una delle nostre cappelle. Janet, una handicappata della nostra comunità mi disse: “Henri, mi puoi benedire?”Io risposi alla sua richiesta in maniera automatica tracciando con il pollice il segno della croce sulla sua fronte. Invece di essere grata, lei protestò con veemenza: “no, questa non funziona. Voglio una vera benedizione!” Mi resi subito conto di come avevo risposto in modo formalistico alla sua richiesta e dissi: “Oh scusami…ti darò una vera benedizione quando saremo tutti insieme per la funzione”.Lei mi fece un cenno con un sorriso e io compresi che mi si richiedeva qualcosa di speciale. Dopo la funzione, quando circa una trentina di persone erano sedute in cerchio sul pavimento, io dissi: “Janet mi ha chiesto di darle una benedizione speciale. Lei sente di averne bisogno adesso”. Mentre stavo dicendo questo, non sapevo cosa Janet volesse veramente. Ma Janet non mi lasciò a lungo nel dubbio. Appena dissi “Janet mi ha chiesto di darle una benedizione speciale” lei si alzò e venne verso di me. Io indossavo un lungo abito bianco con ampie maniche che coprivano sia le mani che le braccia. Spontaneamente Janet mi cinse tra le sue braccia e pose la testa contro il mio petto. Senza pensare, la coprii con le mie maniche al punto da farla quasi sparire tra le pieghe del mio abito. Mentre ci tenevamo l’un l’altra io dissi: “Janet voglio che tu sappia che sei l’Amata Figlia di Dio. Sei preziosa agli occhi di Dio. Il tuo bel sorriso, la tua gentilezza verso gli altri della comunità e tutte le cose buone che fai, ci mostrano che bella creatura tu sei. So che in questi giorni ti senti un po’ giù e che c’è della tristezza nel tuo cuore, ma voglio ricordarti chi sei: sei una persona speciale, sei profondamente amata da Dio e da tutte le persone che sono qui con te.”. Appena dissi queste parole, Janet alzò la testa e mi guardò; il suo largo sorriso mi mostrò che aveva veramente sentito e ricevuto la benedizione. Quando Janet tornò al suo posto, un’altra donna handicappata alzò la mano e disse: “Anch’io voglio una benedizione”. Si alzò e, prima che mi rendessi conto, mise il suo viso contro il mio petto. Dopo che io le dissi parole di benedizione, molti altri handicappati vennero esprimendo lo stesso bisogno di essere benedetti. Ma il momento più toccante si verificò quando uno degli assistenti, un giovane di ventiquattro anni, alzò la mano e disse: “E io?” “Certo”, risposi. “Vieni”. Lui venne e quando ci trovammo di fronte, lo abbracciai e dissi: “John, è così bello che tu sia qui. Tu sei l’Amato Figlio di Dio. La tua presenza è una gioia per tutti noi. Quando le cose sono difficili e la vita è pesante, ricordati sempre che tu sei Amato di un amore infinito.” Pronunciate queste parole, egli mi guardò con le lacrime agli occhi e disse: “Grazie, grazie molte”. Quella sera compresi l’importanza della benedizione e dell’essere benedetto e l’ho intesa come il vero segno che contraddistingue l’amato. Le benedizioni che diamo gli uni gli altri sono espressione della benedizione che riposa su di noi da tutta l’eternità.

Montagna

lunedì 24 giugno 2013

 
 
 
E' una giornata di sole e di vento. Il cielo  azzurrissimo sembra finto, spinte dal vento  le nuvole si rincorrono e in lontananza vedo le cime dei monti che sembrano ritagliate col cartoncino per quanto se ne distinguano nettamente i contorni. Da una finestra aperta, come per magia, sento una canzone che mi  ricorda il  primo disco a 33 giri, in vinile, mi fu regalato da Paolo ed era del coro della SAT. Come vorrei riascoltarlo! Le canzoni di montagna si ascoltano più col cuore che con le orecchie. Tutto ad un tratto mi assale la nostalgia, nostalgia di troppe cose insieme. Rimpianto per i giorni della mia spensierata giovinezza, delle sciate al fine settimana con i colleghi d'ufficio. Vedo volti, mani, scarponi, sorrisi, capitomboli e risate con il singhiozzo! Era il tempo dei primi innamoramenti...era l'epoca delle rondini impazzite e della speranza. E' una nostalgia quella di oggi che nasce da una cattiva notizia: la morte di Daniele. (uno dei sei ragazzi morti sulla montagna proprio ieri) Daniele è un caro amico dei miei figli. Enrico è perduto nei ricordi. Ada ha la fortuna che ne parla e così sfoga un po' la sua tristezza.
Ora è il momento di trasformare tutto in preghiera, perché sò che ci ritroveremo tutti in quel cielo che oggi è così immenso. Dio è grande: ha aiutato gli uomini ad essere amici ed ad amarsi.
Ciao Daniele!
 
 

Il tempo della libertà- Luigi Giussani - VACANZE

domenica 23 giugno 2013

 

 

Sul Blog precedente, Gus mi ha commentato inserendo una frase di Luigi Giussani. Ho pensato che era giusto mettere tutto l'intervento. Grazie Gus!
 
 
«L’attesa delle vacanze documenta una volontà di vivere: proprio per questo non devono essere una “vacanza” da se stessi. Allora l’estate non sarà una interruzione o una proroga al prendere sul serio la vita» (Milano Studenti, 5 giugno 1964). Appunti di un dialogo del giugno 1997, prendendo un aperitivo con don Giussani, prima di partire per le ferie
 
Dai primissimi giorni di Gioventù Studentesca abbiamo avuto un concetto chiaro e semplice: tempo libero è il tempo in cui uno non è obbligato a fare niente, non c’è qualcosa che si è obbligati a fare, il tempo libero è tempo libero.
Siccome discutevamo spesso coi genitori e coi professori sul fatto che Gs occupava troppo il tempo libero dei ragazzi, mentre i ragazzi avrebbero dovuto studiare o lavorare in cucina, in casa, io dicevo: «Avranno ben il tempo libero, i ragazzi!». «Ma un giovane, una persona adulta» mi si obiettava «lo si giudica dal lavoro, dalla serietà del lavoro, dalla tenacia e dalla fedeltà al lavoro». «No» rispondevo, «macché! Un ragazzo si giudica da come usa il tempo libero». Oh, si scandalizzavano tutti. E invece... se è tempo libero, significa che uno è libero di fare quello che vuole. Perciò quello che uno vuole lo si capisce da come utilizza il suo tempo libero.
Quello che una persona - giovane o adulto - veramente vuole lo capisco non dal lavoro, dallo studio, cioè da ciò che è obbligato a fare, dalle convenienze o dalle necessità sociali, ma da come usa il suo tempo libero. Se un ragazzo o una persona matura disperde il tempo libero, non ama la vita: è sciocco. La vacanza, infatti, è il classico tempo in cui quasi tutti diventano sciocchi. Al contrario, la vacanza è il tempo più nobile dell’anno, perché è il momento in cui uno si impegna come vuole col valore che riconosce prevalente nella sua vita oppure non si impegna affatto con niente e allora, appunto, è sciocco.
La risposta che davamo a genitori e insegnanti più di quarant’anni fa ha una profondità a cui essi non erano mai giunti: il valore più grande dell’uomo, la virtù, il coraggio, l’energia dell’uomo, il ciò per cui vale la pena vivere, sta nella gratuità, nella capacità della gratuità. E la gratuità è proprio nel tempo libero che emerge e si afferma in modo stupefacente.
***
Il modo della preghiera, la fedeltà alla preghiera, la verità dei rapporti, la dedizione di sé, il gusto delle cose, la modestia nell’usare della realtà, la commozione e la compassione verso le cose, tutto questo lo si vede molto più in vacanza che durante l’anno. In vacanza uno è libero e, se è libero, fa quello che vuole.
Questo vuol dire che la vacanza è una cosa importante. Innanzitutto ciò implica attenzione nella scelta della compagnia e del luogo, ma soprattutto c’entra con il modo in cui si vive: se la vacanza non ti fa mai ricordare quello che vorresti ricordare di più, se non ti rende più buono verso gli altri, ma ti rende più istintivo, se non ti fa imparare a guardare la natura con intenzione profonda, se non ti fa compiere un sacrificio con gioia, il tempo del riposo non ottiene il suo scopo.
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La vacanza deve essere la più libera possibile. Il criterio delle ferie è quello di respirare, possibilmente a pieni polmoni.
Da questo punto di vista, fissare come principio a priori che un gruppo debba fare la vacanza insieme è innanzitutto contrario a quanto detto, perché i più deboli della compagnia, per esempio, possono non osare dire di no. In secondo luogo è contro il principio missionario: l’andare in vacanza insieme deve rispondere a questo criterio. Comunque, innanzitutto, libertà sopra ogni cosa. Libertà di fare ciò che si vuole... secondo l’ideale!
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Che cosa ne viene in tasca, a vivere così? La gratuità, la purità del rapporto umano.
In tutto questo l’ultima cosa di cui ci si può accusare è di invitare a una vita triste o di costringere a una vita pesante: sarebbe il segno che proprio chi obietta è triste, pesante e macilento. Dove macilento indica chi non mangia e non beve, perciò chi non gode della vita. E dire che Gesù ha identificato lo strumento, il nesso supremo tra l’uomo che cammina sulla terra e il Dio vivente, l’Infinito, il Mistero infinito, col mangiare e col bere: l’Eucarestia è mangiare e bere - anche se adesso tanto spesso è ridotta a uno schematismo di cui non si capisce più il significato -. È un mangiare e un bere: agape è un mangiare e bere. L’espressione più grande del rapporto tra me e questa presenza che è Dio fatto uomo in te, o Cristo, è mangiare e bere con te. Dove tu ti identifichi con quel che mangi e bevi, così che, «pur vivendo nella carne io vivo nella fede del Figlio di Dio» (“fede” vuol dire riconoscere una Presenza).

un po' di libertà

sabato 22 giugno 2013

 
Con l'estate c'è voglia di evasione. I piccoli Giacomo e Francesco sono nella casa in campagna e Elena, facendo uno strappo allo studio, è andata in campeggio ad Arona. I piccoli sono partiti mercoledì con i nonni materni. I genitori sono rimasti a casa soli soletti per respirare un po' d'intimità e anche perché giovedì li aspettava il Concerto di Jovanotti! E poi via anche loro!
Elena è stata invitata da Marta che con il papà e la sorellina andava appunto al campeggio di Arona.
C'è un proverbio che dice "partire è un po' morire" Niente di più sbagliato: i miei nipoti erano strafelici! I piccoli avevano persino tagliato i capelli a "rapanello!" Triste sarà tornare a casa. A casa fa caldo, Elena il 26 ha gli orali...mentre in questi giorni vivono a contatto con la natura, il cinguettio degli uccelli, il respiro tranquillo delle persone che sono con loro, la pioggia che picchietta ritmicamente sul tetto della roulotte, il vento (in questi giorni c'è stato sia l'una che l'altro) a sbuffi ora distante, ora più vicino. E poi le chiacchierate a luci spente aspettando, stanchi, che il sonno arrivi,  mentre la mente è completamente libera e chiara, pronta ad accogliere e a far suo tutto ciò che durante la giornata l'ha colpita, che le è passato accanto.
Il presente non è che una benefica, impalpabile sensazione di pace.
Quante cose si possono fare e imparare in tre giorni! Ad apprezzare un grazie, una cena offerta, una parola gentile inaspettata. Chissà se Elena avrà il coraggio di dire la preghiera prima del pranzo e se prima di addormentarsi il suo cuore sorriderà ringraziando Dio per tutti i momenti di gioia che avrà vissuto! Il Signore l'abbraccerà ugualmente!  

La felicità è... di Alessandro D'Avenia

venerdì 21 giugno 2013

foto


Nell’atrio della mia scuola alla fine dell’anno è apparso un albero, con il tronco e i rami di compensato e le foglie di carta multicolore. In cima all’albero è scritto: «Felicità è…». In ogni foglia è contenuta la risposta di un bambino della scuola materna.
Mi sono fermato a leggere una per una quelle foglie, quasi fosse il responso nell’antro della Sibilla cumana. E ho scoperto che la felicità per i bambini non solo è semplicissima, ma è soltanto relazionale. Tutte le foglie sono dedicate ad altri: familiari e amici. Nessuno di quei bimbi è felice da solo. Le foglie sono, per la maggior parte, dedicate ai genitori, ai padri in particolare: felicità è «quando papà mi gonfia un palloncino e giochiamo insieme», «quando papà mi fa il solletico». Felicità è: padri che giocano con i figli.
Mi sono reso conto che la mia felicità non era all’altezza di quella di quei bambini. La mia felicità è molto più complicata, assomiglia a un contenitore pieno di oggetti nuovi, di luoghi da vedere e di eventi futuri. È tutta coniugata al futuro e all’assente. Invece la felicità dei bambini non ha tempo e non ha spazio, anzi, meglio, ha il presente come unico tempo e la presenza come unico spazio. È relazionale, non individuale. Quanto tempo la cultura in cui sono immersi questi bambini ci metterà a cambiare il loro modo così chiaro e univoco di essere felici? C’è un antidoto per proteggere quella felicità così raggiungibile, così a portata di mano, rispetto alla felicità dettata dal consumismo?
Il consumismo è un implacabile dispensatore di felicità, infatti è «la prima vera possibilità di liberarci della resistenza della realtà», dice Bauman. Basta trovare il negozio giusto. Oggi ogni negozio è una farmacia in cui lenire i dolori che la buona vecchia natura ci infligge con i suoi uragani, terremoti, solleoni, monsoni, umane bassezze, tradimenti e cuori spezzati. Basta scegliere il negozio giusto e rimettiamo a posto la relazione dolorosa con la realtà, scegliendo l’oggetto che salverà la nostra frustrazione, rispondendo come noi ci aspettiamo, soddisfacendo senza fallo le nostre aspettative. Siamo diventati soggetti che comprano oggetti che finalmente rispondono perfettamente. Non importa che la nostra capacità di guardare negli occhi la realtà e gli altri si sia dimezzata, perché siamo impegnati a guardare lo smartphone che risponde perfettamente all’ansia di controllo e al desiderio di trascendere se stessi. La tecnologia sostituisce egregiamente quel mondo naturale, colpevole di essere troppo indifferente ai nostri desideri.
Infatti non si fa in tempo a crescerli questi figli, che già hanno in mano gli oggetti che avrebbero almeno potuto desiderare. Non gli abbiamo dato neanche il tempo, di desiderarli. La loro capacità di desiderare, atrofizzata per poco uso, anchilosata per troppa soddisfazione, non vuole più conoscere, cercare, scegliere, attendere. Non ne vale la pena. Eppure i genitori sanno bene che il bambino privato di qualcosa è costretto a mettere in atto la sua immaginazione per risolvere il dolore. Se un bambino chiede un secondo gelato e i genitori pur di non sentirne i capricci glielo comprano non solo lo viziano, ma gli tarpano le ali. Chi ha tutto non comincia mai la ricerca, perché non mette in moto l’immaginazione, la creatività, la sua relazione con il mondo a partire dalle proprie risorse interiori. Se i genitori resistono il bambino dovrà trovare altro per occupare il suo “bisogno” e lenire il dolore, magari sarà un gioco inventato sul momento: un mazzo di chiavi agitato in aria dal papà, di fronte al quale il bimbo rimane incantato. Lo porta alla bocca e così conosce qualcosa di nuovo, proprio grazie a una privazione, e inventa un gioco con quelle chiavi. I bambini che hanno tutto e hanno tutto il tempo pieno, che non si annoiano mai, sono atrofizzati nella loro creatività, riempita dall’esterno e mai sgorgante dall’interno. E lo stesso vale per i ragazzi rimpinzati di oggetti, emozioni e tempi pieni. Quelli che non si annoiano mai sono fregati: il loro processo creativo, cioè lo scavare e scovare le risorse dentro di sé e non fuori, per arginare il vuoto e il nulla, rimane soffocato. E la realtà ha e fa troppa “pena” perché valga la “pena” giocarci dentro.
Eppure giorni fa in treno avevo di fronte a me una coppia di trentenni che giocavano. Lei aveva qualcosa che le pesava sul cuore e la rendeva triste e silenziosa. Lui a un tratto ha scritto qualcosa su un taccuino bianco, poi le ha passato il taccuino. Si è messa a leggere svogliatamente e ha chiuso il taccuino. Dopo un po’ qualcosa ha rotto le sue difese, ha preso la penna e ha scritto sul taccuino che ha poi passato a lui. Non si dicevano una parola. Non si guardavano neanche negli occhi, si passavano il taccuino chiuso con la penna sopra, come fosse una mano di poker tra abili giocatori. Il gioco è andato avanti per quasi un’ora. A poco a poco ho visto il volto di lei rilassarsi e cominciare a sorridere. Dopo poco ogni lettura si concludeva con una sonora risata, mentre l’altro sorrideva in attesa. Alla fine hanno cominciato a parlare e ridere. Quei due si amavano. Lui l’aveva stanata dalla sua tristezza. E lo aveva fatto con un gioco, come quelli invocati dai bambini, mettendoci la sua semplice presenza creativa: taccuino, parole scritte a penna, attesa.
Mi è sembrato un rito di eros e agape. Darsi e riceversi come l’altro ha bisogno. Senza scorciatoie, piano piano, nel tempo presente e nel tempo della presenza. Non era la relazione di un soggetto con un oggetto che risponde perfettamente. Anzi, il contrario: lei non aveva voglia di esser felice. Era la relazione tra due soggetti, tra due persone, che si richiamavano alla reciproca fedeltà. Non si buttano via le persone quando non rispondono perfettamente, quando non soddisfano le nostre aspettative, non si buttano via come si fa con gli oggetti, che non richiedono fedeltà.
Con gli oggetti ci sentiamo forti: interrompiamo la relazione quando vogliamo, ma in realtà questa mancanza di fedeltà, persino verso le cose, ci rende più fragili, perché la forza della vita non sta nella liquidità delle relazioni, ma nella loro profondità e faticosa grandezza. Forse per questo la moglie del ricchissimo e impegnatissimo inventore di Facebook ha fatto firmare al marito un contratto matrimoniale nel quale era pattuito che avrebbero passato 100 minuti alla settimana sotto le lenzuola. Priscilla non ha permesso al marito di giocare solo con Facebook, lo ha obbligato a ricordarsi di lei.
Forse più che felicità dagli oggetti noi vogliamo attenzione e fedeltà dalle persone. Quella attenzione e fedeltà che fa felici i bambini che aspettano i loro padri per giocare, presenti nel presente. Forse potrebbero metterlo a contratto anche loro, per essere felici.

Luna

giovedì 20 giugno 2013





La mia piccola barca sta viaggiando in acque agitate. La luce del faro che le indica la strada è accesa, ma lei ha gli occhi pieni di lacrime e non la vede. Oggi si sente sola e incompresa! Vorrei che mi parlasse a cuore aperto, che mi dicesse veramente cosa pensa, sfogarsi è molto utile. Ci siamo lasciate senza darci un bacio ed è andata a casa sua. Ora il mio nido è vuoto.
Così sono andata a letto. Ma non potevo dormire... Ecco finalmente le finestre aperte! E nel cielo...una luna grossa così! L'ho guardata, le ho sorriso e anche lei mi ha sorriso, ma solo per un attimo...sono arrivate le nuvole dispettose a dividerci. Mi sono alzata e sono andata a prendere la macchina fotografica e guardando il cielo le ho detto:"ti aspetto. Tornerai?" Anche le stelle si erano nascoste, la luce di Venere però mi chiamava. Ho sorriso anche a lei. "grazie per la tua luce, non te ne andare, ho bisogno del mio cielo!" Le nuvole intanto si erano diradate e i loro bordi erano illuminati.
" Amica mia stai tornando? Sono qui. Voglio ringraziarti per le migliaia di sogni che noi facciamo quando tu brilli regina nel cielo! Aiutami a trovare le parole per consolare la mia ragazzina che vorrebbe essere grande per veder  risolti i suoi problemi. Basterebbe una frase sincera che la faccia sorridere nuovamente."
Eccola, la mia luna...Sorrido felice e vorrei fotografarla, ma s'accende un'altra  luce....è Paolo "Cosa fai lì?" "Niente pensavo..."
"Vai a letto, domani sarai stanca se non dormirai abbastanza!"
Ciao luna buonanotte. Ti aspetto domani!

Orgoglio ferito

mercoledì 19 giugno 2013




Come ogni giorno, Paolo, il mattino presto, si reca a fare la spesa. Inutile fargli l'elenco    di ciò che mi serve: lui lo sa (o pensa di saperlo e io mi arrabatto con quello che compera)Non bisticciamo. Ieri salita su di una sedia per prendere la bottiglia della passata, pensavo proprio, adesso arriva Paolo e mi sgrida dicendomi, "ma non potevi aspettare me!". Invece suona il telefono. Era Enrico che mi annunciava che aveva portato il babbo al Pronto Soccorso. "tranquilla mamma siamo qui io e Ada. E' inciampato e cadendo si è fatto male al naso. Lo stanno visitando". Erano le 11 sono arrivati a casa quasi alle 14.
"6 punti, un bel taglio sulla gamba e tanto spavento". Riposo e ghiaccio sulla ferita. Per almeno tre giorni. 
 
Questa è la cronaca di ieri.
 
 A casa io non ho contato i minuti che passavano senza avere notizie, ma ho pregato. In continuazione. Noi tutti siamo persone dal cuore inquieto. Quando ci sentiamo in pericolo ecco che il nostro pensiero vola al Padre. Ed Egli ci viene incontro semplicemente e ci attrae nella Sua orbita d'Amore. La nostra vita è una via difficile, quasi sempre in salita, con molti sassi, molta polvere, molto sole e molta pioggia. Una strada faticosa insomma, tanto più faticosa quanto più Egli ci ama.
Spesso mi sono rivolta questa domanda: " Come farei senza Paolo? Proteggilo Signore!"

leggere i miei pensieri

martedì 18 giugno 2013


Il libro di Susanna Tamaro continua. Un nuovo racconto il terzo: Il bosco in fiamme. Nuove vicende, questa volta parla della gelosia che rode l'anima fino ad uccidere. Un uomo (il geloso e quindi l'assassino) e la moglie. E un monaco che la signora incontra in un monastero e che l'aiuta a apprezzare la vita con i suoi doni, ad aiutarla a sorridere ed ad amare ciò che la circonda, tanto che il marito pensa abbia un amante! Ciò che mi ha coinvolto tanto da trascriverlo per voi, è una lettera che il monaco scrive a Stefano dopo la morte di Anna.

"[...]Ormai sono vecchio. Nella mia vita ho vissuto e visto molte cose, ho avuto diverse visioni del mondo. Col tempo, mi sono accorto che queste visioni, in apparenza fondate e stabili, erano in realtà come gli specchi rifrangenti di un calendoscopio. Ogni volta pensavo: ecco, questo è il mondo. Quanto duravano questi pensieri? Bastava un soffio perché si infrangessero e da quel mondo ne uscisse un altro e poi un altro e un altro ancora.
A un certo punto mi sono ribellato. Tutto questo è follia, ho gridato. E' follia l'esistere. Sono una follia io. E' follia tutto ciò in cui ho creduto. Per anni mi sono inginocchiato davanti al vuoto. Per anni ho parlato del vuoto. Per anni ho cercato di convincere chi mi stava vicino che il vuoto fosse pieno, e che quella pienezza avesse un nome e un senso pieno di venerazione e di rispetto. La mia disperazione era assoluta. Ogni mattina mi alzavo e mi chiedevo, cosa faccio? Continuo a vivere con la mia tonaca come se niente fosse, spargendo menzogne o pongo fine ai miei giorni?
E' stato terribile.
Confessavo le persone, ricevevo le confidenze di anime smarrite, tutti aspettavano da me una via, una certezza, mentre io mi aggiravo nel buio più totale, senza poter confidare il mio smarrimento a nessuno. Giravo il caleidoscopio con rabbia cercando una nuova risposta alle mie domande. E' stato a quel punto che mi è sfuggito di mano, ed è caduto in terra, infrangendosi in mille pezzi.
A un tratto mi sono accorto che tutto quello in cui  avevo creduto fino ad allora non erano state altro che idee, proiezioni delle mie ansie, delle mie paure. Avevo voluto rendere afferrabile ciò che è inafferrabile, avevo voluto limitarlo, dargli un nome, un tempo di svolgimento. Avevo voluto riportare tutto alla limitatezza della mia mente di uomo.
E' stato in quel momento che ho cominciato davvero il mio cammino. Il momento in cui sono rimasto completamente nudo, completamente inerme, completamente senza voce.
Adesso ogni giorno mi alzo e vado alla finestra e so che quella giornata potrebbe essere l'ultima. Non c'è più paura in me, né senso di vuoto, piuttosto la trepidazione un po' adolescenziale di chi attende il primo incontro con l'Innamorato.
Ogni mattina, poco prima dell'alba, mi affaccio alla finestra, guardo fuori e vedo i campi abbandonati e più in là, le sagome scure dei capannoni e delle fabbriche e le luci delle macchine. Sto lì mentre la luce prende il sopravvento sul buio.
E' uno spettacolo che non cessa di stupirmi. C'è delicatezza, in quell'istante, fragilità e anche un'immensa potenza. Allora la macchia scura del campo diventa erba. Vedo gli steli uno vicino all'altro e la rugiada che li copre e gli insetti che si abbeverano alla rugiada.Vedo i passeri che si posano sulle fronde dei cespugli. Sento il loro pigolare scomposto, gioioso, e il pigolare più preciso dei fringuelli e delle cince.
Sento il rumore delle macchine e vedo le persone dentro. Vedo i loro cuori come ho visto la rugiada sugli steli, uno ad uno, le loro storie, le loro ansie, le loro inquietudini. Vedo i loro cuori e quelli delle persone che hanno loro intorno. I bambini che dormono a casa protetti dal tepore delle coperte e le mogli già sveglie e i genitori anziani che hanno trascorso una notte insonne e ora ascoltano la radio. Vedo i cuori e sento i respiri. Sento i respiri di coloro che nascono e di chi se ne va, come un gran concerto suonato dal vento. E' musica di organo oppure di flauto. Sale, discende, sale. Tra cielo e terra è uno scambio continuo.
Ed è per questo che su questo davanzale, punto i gomiti e piango. Piango forse come possono fare i vecchi, sommessamente, in silenzio. Piango perché vedo l'amore. L'Amore che ci precede e l'Amore che ci accoglierà. L'Amore che nonostante tutto, accompagna ogni cammino, anche il più piccolo, anche il più contorto, anche il più ricco di errori. Piango per tutte le finestre che rimangono chiuse e che l'Amore aspetta che si aprano.

E' un po' lungo, ma se siete arrivati in fondo capirete perché l'ho riportato.Un abbraccio.


La peccatrice profumata

sabato 15 giugno 2013



 
Il Signore conosce tutto: la Sua attenzione per la peccatrice,(in cui il Vangelo di domani  accentra l'attenzione) non gli impedisce di guardare contemporaneamente al fariseo e di seguire ciò che avviene in lui. Il fariseo rimaneva scialbo, neutrale: in casa sua c'era l'estraneo, ma più per essere osservato che per essere amato.
La donna non ha con sé né acqua né fazzoletto, eppure l'una e l'altro le sono messi in mano dal suo amore contrito. Ella porta con sé la sua colpa e la speranza nel Signore.
Il fariseo non ha osato dare il bacio di benvenuto al Signore: il bacio della pace e della gioia. Lei lava, asciuga, profuma e bacia,  incessantemente i piedi del Signore, per completare la sua piena umiliazione, per mostrare che non conta niente, anzi che non conta nulla.
A lei basta amare e per lei la speranza sorgerà solamente dall'amore del Signore.
E' infatti l'amore che permette di perdonare.
Dove si incontra molto amore, si perdona molto. La peccatrice si differenzia dal fariseo non solo per il fatto che lei ha peccato e il fariseo no, ma anche per il fatto che lei ha amato e lui no.

L'inferno non esiste. (Susanna Tamaro)

venerdì 14 giugno 2013

 
 
Ieri sera  ho terminato di leggere "Rispondimi" un libro scritto da Susanna Tamaro. Mi piace Susanna, leggo volentieri i suoi libri e, come si dice:"lei è nelle mie corde".
"Rispondimi" è un libro composto da tre racconti.  Il risvolto di copertina dice:"sono un inno alla precarietà e un invito al male, a compierlo vicendevolmente gli uni sugli altri".
Io non parlo mai del diavolo, non mi piace, né lui né il parlarne, ma...leggete!
 
"Da vent'anni non dormo più una notte intera. Qualche volta sto quieta a letto, qualche altra mi alzo e vado in giro per la casa, bevo del latte, ascolto la radio di paesi lontani. Così ho fatto questa notte, mi sono alzata, ho infilato un grosso maglione di lana e sono andata in cucina. Non ho fatto altro che pensare all'inferno, a quella cretinata che ho sentito un giorno da quel teologo. Così ho preso carta e penna e mi sono messa a scrivere una lettera:
"Caro mio teologo di cui non ricordo il nome...tempo fa ho visto un suo programma e ne sono rimasta indignata. Su un punto potrei venirle incontro. L'inferno è attualmente vuoto perché tutti i diavoli, di ogni gerarchia, ormai scorrazzano sulla terra. Non sono ignorante né medioevale. Lo dico soltanto perché ho diviso la mia vita con uno di loro. Ogni giorno guardo come si è ridotto l'uomo e capisco che non può aver fatto tutto da solo. Il diavolo non è puzzolente né primitivo. La sua dote primaria è l'abilità. Conosce come pochi l'animo umano e può insinuarsi in qualsiasi persona. Non dice lordure, porcherie, usa argomenti ragionevoli, raffinati, "Non credi di meritarti di più dalla vita, molto di più?" ha detto a me, tanti anni fa e io ho pensato che aveva ragione. Non dovevo accontentarmi di niente. Ci accompagna nel labirinto della vita con l'aggraziata leggerezza di un ballerino di valzer.
L'inferno è vuoto perché il padrone di casa è andato a riempire le sue reti nel mondo dei viventi. Presto tornerà laggiù letteralmente piegato dal peso delle sue prede. Tutti urleranno, strepiteranno, cercheranno di ribellarsi. "Era questa la fine del gioco? Perché nessuno ce l'ha detto?" Ma sarà troppo tardi.
Da qualche parte ho letto che nei dipinti antichi, gli uomini vicini a Dio erano raffigurati con grandi orecchie perché ascoltavano direttamente la Sua Parola. Adesso invece viviamo in un mondo di talpe. Siamo ciechi con padiglioni auricolari praticamente invisibili. Io ho provato tante volte a tendere le orecchie verso l'alto ma, purtroppo, non ho mai sentito niente.
Ho sempre sentito salire un forte rumore da sotto.
Mi piacerebbe avere la fede, appianare ogni cosa prima di andarmene, ma non ci riesco. Ho visto il male spandersi a piene mani. Ha invaso la mia vita e quelle di chi mi stava accanto come una macchia d'inchiostro. L'ingiustizia, la diseguaglianza, la violenza. Queste e non altre sono le leggi che dominano il mondo. Così dico: ci lasci almeno la gioia dell'inferno. Un inferno affollato e rumoroso come una spiaggia d'agosto. Non vedo l'ora di sprofondarci dentro e soffrire per sempre. Perché, nella mia vita, ho provocato solo dolore ed è giusto che nel dolore io viva per sempre.
Un'ultima cosa. Lei ha detto che bisogna amare il diavolo perché il diavolo è solo con la sua disperazione.
Allora le dico questo che delle lacrime del diavolo possiamo fregarcene come ce ne freghiamo di quelle del coccodrillo.
Distinti saluti."
 
 
Benedetto XVI:" Tutta la vita cristiana è un rispondere all'amore di Dio. La prima risposta è appunto la fede come accoglienza piena di stupore e gratitudine di un'inaudita iniziativa divina che ci precede e ci sollecita. E il "sì" della fede segna l'inizio di una luminosa storia di amicizia con il Signore, che riempie e dà senso pieno a tutta la nostra esistenza."
 
 
 
 


momenti di vera tenerezza

mercoledì 12 giugno 2013



Alcuni giorni fa era il compleanno di Paolo: 76 anni. L'ho guardato, appena svegli, e sorridendo gli ho detto:"ci stiamo facendo vecchietti!" Lui ha riso e mi abbracciato e baciato e ho aggiunto:" mi raccomando, abbi cura di te, perché io da sola non ci voglio restare....lo so che siamo nelle mani di Dio, ma è bene che Lui  tenga ben presente i nostri desideri". E abbiamo cominciato la giornata...c'era da fare la spesa, Paolo, e preparare il pranzo,io, compresa la torta, perché arrivavano i nostri figli con  i loro figli.
Ma non era di questo che volevo parlarvi. Volevo parlarvi della sua tenerezza.
Paolo è Paolo! Distratto, molto legato alla sua famiglia, poco espansivo e molto disordinato. Gran lettore e appassionato di politica e della Juve! Fervente cattolico praticante.


l'amore non è fare cose straordinarie o eroiche, ma fare cose ordinarie con tanta tenerezza...


Questa mattina, rifacendo il letto, ho chiuso il cassetto del comodino di Paolo, che lui lascia sempre aperto e...ho visto un foglietto...nuovo...scritto da lui:

"data, ho sognato Valeria, era seduta sulle mie ginocchia, e mi ha detto: ti ho sentito quando telefonavi alla mamma..."

Paolo dimentica i sogni, non se li ricorda mai. Questo era talmente importante per lui che se l'è scritto su di un foglietto e non me ne ha parlato. Si sarebbe commosso. Ho stretto quel foglietto sul cuore e un'indicibile tenerezza mi ha invaso.



Date ragione alla speranza che è in voi

domenica 9 giugno 2013

 
 
Nell'incontro con Dio mi è nata una certezza. San Pietro dice:" Sappiate rendere ragione della speranza che è in voi."
Giussani racconta di un bambino che deve passare un torrente profondo, se ha il papà, della cui forza di braccia è ben consapevole...(l'ha sempre tenuto in braccio!) e il papà gli dice "ti prendo in braccio io". Il bambino va in braccio ed è senza più nessuna paura; per una presenza; una presenza che assicurava un passo che non era ancora presente, ma sarebbe avvenuto, accaduto.
Pensiamo alla vedova di Naim (Vangelo di oggi), quella donna che seguiva il feretro del suo unico figlio, vedova già, a cui Gesù andò incontro e non disse subito: "Ti restituisco tuo figlio, figlio alzati"! Ma come prima cosa le disse:"Donna non piangere!"
Una frase che sembrerebbe persino stolida, da un certo punto di vista, perché come si fa a pretendere che una donna, in quelle condizioni, non pianga? Come si fa?
Ma questo primo antefatto al gesto sublime che Cristo poi ha compiuto dopo, è l'amore con cui Lui andava agli uomini. Era un amore grande, una pietà così personale, così profonda, così commossa: era carità.
La carità di Dio verso l'uomo, è un amore commosso, se non fosse commosso non sarebbe divino.".
 
La morte è un passaggio, doloroso, tragico per chi resta e continua ad amare, è una soglia verso una vita più grande e più profonda.


Ti parlo

venerdì 7 giugno 2013


Ho scritto di te. Ho parlato di te. Oggi non mi bastano i ricordi. Oggi vorrei tenerti stretta tra le braccia e con te volare nell'azzurro.  Nella pace della sera.



piumino di stelle

mercoledì 5 giugno 2013

 
 
Conosco un proverbio che dice:
Aprile: non ti scoprire,
Maggio: adagio, adagio,
Giugno: tutto in un pugno!
 
 
Oggi ho tolto il mio piumino di stelle. Com'era bello affondarci la faccia e nascondermi tra le sue pieghe! Io sono una cosa sola con il mio piumino, ora per tre-quattro mesi avrò il caldo,amato sole a riscaldarmi. 
Il mio lettone ha indossato lenzuola fiorite come una bellissima aiuola e un copriletto trapuntato,  posso proprio dire che mi addormento tra le braccia della  primavera! Tutto questo mi è costato fatica, ma anche tanta gioia. E con questo sentimento nel cuore vi dirò  che la felicità esiste, se camminiamo verso Dio e che la vita continua magari stringendo i denti e facendo scendere  qualche lacrima.
Era sufficiente un bacio per risvegliare la bella addormentata, occorre molto meno per possedere la gioia. Una preghiera ad occhi chiusi e ci sentiremo grandi, spumeggianti come le onde che si gonfiano di rosa al tramonto. Come gli occhi sorridenti di un bimbo quando si ranicchia tra le braccia della mamma. Proviamo. Chiediamo la gioia!
                                                 

Ti vorrei donare

martedì 4 giugno 2013

Mazzi di rose ti vorrei donare
e prati brillanti di fresca rugiada,
onde gioiose d'un cheto mare,
immacolate nevi di cime montane.
L'abbraccio tenero d'un vero amore.
L'eroica forza di chi lotta a fondo
l'immensa dolcezza d'ogni perdono.
Il bello ed il bene ti vorrei donare
di chi sà coglierlo e mai confondere
col male ed il dolore  del mondo.
La gioia profonda ti vorrei donare,
di ogni pienezza d'amore e di vita.
 
 
(L'ho copiata da un blog trovato per caso) 

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

domenica 2 giugno 2013

 
 
 
 

 



OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
  Cari fratelli e sorelle,
nel Vangelo che abbiamo ascoltato, c’è un’espressione di Gesù che mi colpisce sempre: «Voi stessi date loro da mangiare» (Lc 9,13). Partendo da questa frase, mi lascio guidare da tre parole: sequela, comunione, condivisione.
1. Anzitutto: chi sono coloro a cui dare da mangiare? La risposta la troviamo all’inizio del brano evangelico: è la folla, la moltitudine. Gesù sta in mezzo alla gente, l’accoglie, le parla, la cura, le mostra la misericordia di Dio; in mezzo ad essa sceglie i Dodici Apostoli per stare con Lui e immergersi come Lui nelle situazioni concrete del mondo. E la gente lo segue, lo ascolta, perché Gesù parla e agisce in un modo nuovo, con l’autorità di chi è autentico e coerente, di chi parla e agisce con verità, di chi dona la speranza che viene da Dio, di chi è rivelazione del Volto di un Dio che è amore. E la gente, con gioia, benedice Dio.
Questa sera noi siamo la folla del Vangelo, anche noi cerchiamo di seguire Gesù per ascoltarlo, per entrare in comunione con Lui nell’Eucaristia, per accompagnarlo e perché ci accompagni. Chiediamoci: come seguo io Gesù? Gesù parla in silenzio nel Mistero dell’Eucaristia e ogni volta ci ricorda che seguirlo vuol dire uscire da noi stessi e fare della nostra vita non un nostro possesso, ma un dono a Lui e agli altri.
2. Facciamo un passo avanti: da dove nasce l’invito che Gesù fa ai discepoli di sfamare essi stessi la moltitudine? Nasce da due elementi: anzitutto dalla folla che, seguendo Gesù, si trova all’aperto, lontano dai luoghi abitati, mentre si fa sera, e poi dalla preoccupazione dei discepoli che chiedono a Gesù di congedare la folla perché vada nei paesi vicini a trovare cibo e alloggio (cfr Lc 9,12). Di fronte alla necessità della folla, ecco la soluzione dei discepoli: ognuno pensi a se stesso; congedare la folla! Ognuno pensi a se stesso; congedare la folla! Quante volte noi cristiani abbiamo questa tentazione! Non ci facciamo carico delle necessità degli altri, congedandoli con un pietoso: “Che Dio ti aiuti”, o con un non tanto pietoso: “Felice sorte”, e se non ti vedo più… Ma la soluzione di Gesù va in un’altra direzione, una direzione che sorprende i discepoli: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma come è possibile che siamo noi a dare da mangiare ad una moltitudine? «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente» (Lc 9,13). Ma Gesù non si scoraggia: chiede ai discepoli di far sedere la gente in comunità di cinquanta persone, alza gli occhi al cielo, recita la benedizione, spezza i pani e li dà ai discepoli perché li distribuiscano (cfr Lc 9,16). E’ un momento di profonda comunione: la folla dissetata dalla parola del Signore, è ora nutrita dal suo pane di vita. E tutti ne furono saziati, annota l’Evangelista (cfr Lc 9,17).
Questa sera, anche noi siamo attorno alla mensa del Signore, alla mensa del Sacrificio eucaristico, in cui Egli ci dona ancora una volta il suo Corpo, rende presente l’unico sacrificio della Croce. E’ nell’ascoltare la sua Parola, nel nutrirci del suo Corpo e del suo Sangue, che Egli ci fa passare dall’essere moltitudine all’essere comunità, dall’anonimato alla comunione. L’Eucaristia è il Sacramento della comunione, che ci fa uscire dall’individualismo per vivere insieme la sequela, la fede in Lui. Allora dovremmo chiederci tutti davanti al Signore: come vivo io l’Eucaristia? La vivo in modo anonimo o come momento di vera comunione con il Signore, ma anche con tutti i fratelli e le sorelle che condividono questa stessa mensa? Come sono le nostre celebrazioni eucaristiche?
3. Un ultimo elemento: da dove nasce la moltiplicazione dei pani? La risposta sta nell’invito di Gesù ai discepoli «Voi stessi date…», “dare”, condividere. Che cosa condividono i discepoli? Quel poco che hanno: cinque pani e due pesci. Ma sono proprio quei pani e quei pesci che nelle mani del Signore sfamano tutta la folla. E sono proprio i discepoli smarriti di fronte all’incapacità dei loro mezzi, alla povertà di quello che possono mettere a disposizione, a far accomodare la gente e a distribuire – fidandosi della parola di Gesù - i pani e pesci che sfamano la folla. E questo ci dice che nella Chiesa, ma anche nella società, una parola chiave di cui non dobbiamo avere paura è “solidarietà”, saper mettere, cioè, a disposizione di Dio quello che abbiamo, le nostre umili capacità, perché solo nella condivisione, nel dono, la nostra vita sarà feconda, porterà frutto. Solidarietà: una parola malvista dallo spirito mondano!
Questa sera, ancora una volta, il Signore distribuisce per noi il pane che è il suo Corpo, Lui si fa dono. E anche noi sperimentiamo la “solidarietà di Dio” con l’uomo, una solidarietà che mai si esaurisce, una solidarietà che non finisce di stupirci: Dio si fa vicino a noi, nel sacrificio della Croce si abbassa entrando nel buio della morte per darci la sua vita, che vince il male, l’egoismo e la morte. Gesù anche questa sera si dona a noi nell’Eucaristia, condivide il nostro stesso cammino, anzi si fa cibo, il vero cibo che sostiene la nostra vita anche nei momenti in cui la strada si fa dura, gli ostacoli rallentano i nostri passi. E nell’Eucaristia il Signore ci fa percorrere la sua strada, quella del servizio, della condivisione, del dono, e quel poco che abbiamo, quel poco che siamo, se condiviso, diventa ricchezza, perché la potenza di Dio, che è quella dell’amore, scende nella nostra povertà per trasformarla.
Chiediamoci allora questa sera, adorando il Cristo presente realmente nell’Eucaristia: mi lascio trasformare da Lui? Lascio che il Signore che si dona a me, mi guidi a uscire sempre di più dal mio piccolo recinto, a uscire e non aver paura di donare, di condividere, di amare Lui e gli altri?
Fratelli e sorelle: sequela, comunione, condivisione. Preghiamo perché la partecipazione all’Eucaristia ci provochi sempre: a seguire il Signore ogni giorno, ad essere strumenti di comunione, a condividere con Lui e con il nostro prossimo quello che siamo. Allora la nostra esistenza sarà veramente feconda. Amen.
 


Anniversario: 1964 - 2013 1° giugno

sabato 1 giugno 2013

 
 
 
Signore oggi è un giorno importante. Oggi sono 49 anni che io e Paolo, nel Santuario della Madonna delle Rose a Comabbio ci siamo promessi. Solo Tu sai quante cose diverse ed uguali passano per la testa di ognuno di noi. Solo Tu conosci i nostri sentimenti: noi parliamo di vita vissuta insieme tra momenti di gioia e di angoscia per l'attesa di giorni sconosciuti nei quali la perfetta letizia non albergava nei nostri cuori. Tu conosci i pensieri e i sogni che ci hanno accompagnato. Proteggici e aiutaci oggi come ieri, ieri come domani, domani come sempre.
Fa' che ci amiamo sempre con fiducia reciproca, con allegria e con semplicità.
Ora che i nostri capelli sono striati di bianco e gli occhiali aiutano la nostra vista un po' indebolita mantienici sulla Tua strada per andare incontro a quanti abbiamo perso lungo il cammino.
Mi piace pensare che ci aiuterai a sentirci rugiada risplendente quando il mattino incontriamo i primi raggi di sole e luce di stelle per le notti in cui vicini ci coricheremo, stanchi, ma sereni, della giornata trascorsa.
Grazie per Ada e Elena, per Enrico con Pamela Giacomo e Francesco, anche per Valeria e Luca che già sono con Te. Grazie!