La nostra storia nella Sua Passione da un blog

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Il racconto della passione secondo Luca

I primi cristiani si sono sentiti fortemente legati al racconto degli ultimi giorni della vita di Gesù, al punto da farne il primo resoconto scritto che cominciò a circolare tra loro. Negli eventi di quegli ultimi giorni vedevano certamente il senso della buona notizia che Dio dona all’umanità, un amore che arriva a salire sulla croce, ma nel racconto di quegli ultimi momenti i primi cristiani vedevano condensate anche molte dinamiche umane che segnano continuamente la nostra vita e che hanno bisogno di essere accolte e guarite. Provo a ricordarne alcune.
Sentirsi tradito dall’amico.
L’esperienza del tradimento, che non è solo il tradimento di Giuda, è provocatoriamente anticipato dalla scena di una condivisione a tavola, dal mangiare insieme. Nelle culture mediterranee mangiare insieme è sempre un sancire un patto, in maniera più o meno esplicita. Vuol dire riconoscere la nostra comune umanità: abbiamo bisogno e desiderio di sfamarci e lo facciamo dallo stesso piatto. Mangiare insieme richiede anche attenzione all’altro, alle sue esigenze, ai suoi tempi, ai suoi gusti. E nel mangiare insieme veniamo fuori per quello che siamo, con questa nostra capacità o incapacità di accoglienza e di attenzione per l’altro.
I tradimenti più dolorosi sono proprio quelli che intervengono dopo aver “mangiato insieme”.
Su questo sfondo, anche nel racconto della passione, si inserisce il tradimento, che è il tradimento di Giuda, di Pietro e dei discepoli in generale, cioè di coloro che hanno mangiato con lui ogni giorno. Sentirsi traditi dall’amico, dalla persona che si ama, da una persona cara, è una delle esperienza in cui maggiormente ci sentiamo morire.
Nel racconto della passione il tradimento ha il colore della menzogna: i gesti e le parole non dicono più la verità (un bacio, una risposta…). In una relazione ci si tradisce quando i nostri sguardi e i nostri silenzi servono per nascondere piuttosto che per comunicare.
Il racconto della passione sembra anche dirci che si arriva a tradire non per caso. In fondo Pietro e i discepoli stanno dicendo di non aver mai conosciuto Gesù: siamo stati insieme per tanto tempo, ma in fondo scopro di non conoscerti. Forse non ho voluto capire, non ho voluto conoscerti veramente. Ad ogni modo la persona che adesso ho davanti non è quella che pensavo di conoscere.
Chissà per quanto tempo i discepoli hanno tenuto nascoste quelle due spade. In fondo non si sono mai fidati di Gesù, non hanno mai preso troppo sul serio le sue parole. Quelle spade erano la loro riserva, la loro sicurezza, da tirar fuori al momento opportuno. Il momento opportuno è quello della crisi, quando penso subito a come salvarmi la vita. Siamo stati insieme per tanto tempo, ma in fondo, caro Gesù, non mi sono mai fidato del tutto di te. E queste spade sono il segno della perplessità che mi ha sempre accompagnato davanti alle tue parole un po’ troppo naif.
Il perdono e il pianto.
Nel cortile del sommo sacerdote, dopo che Pietro ha detto di non conoscere Gesù, Gesù stesso si volta verso Pietro. In latino suona conversus dominus. Gesù non aspetta che Pietro si converta, ma è lui il primo a prendere l’iniziativa di volgersi verso l’amico. Pietro non ne avrebbe la forza. Sono proprio le attese senza conversioni che rendono impossibile la riconciliazione, quelle attese in cui nessuno vuole prendere l’iniziativa di convertirsi verso l’altro. Bisogna che qualcuno prenda l’iniziativa di convertirsi e volga lo sguardo verso l’altro. Lo sguardo dell’amico tradito è uno sguardo che scioglie il cuore. È un’esperienza potente che ci segna. La fatica della riconciliazione passa attraverso questa capacità di incrociare lo sguardo.
La preghiera nel tempo della crisi.
Al centro del racconto della passione c’è la fatica di rimanere nella relazione con il Padre quando la tristezza occupa pesantemente il nostro cuore. La tristezza è il tappeto che stendiamo alla tentazione perché entri nella nostra casa. Il sonno dei discepoli è il sonno della delusione, il sonno di chi non vuole confrontarsi con la realtà, il sonno di chi sente di non farcela a sostenere la realtà.
Gesù non insiste, lascia che i discepoli si addormentino. Ci sono momenti della vita in cui non possiamo fare altro, possiamo solo attendere, restare in silenzio. Gesù prende il nostro posto, lui stesso va a lottare per noi, fino a quando tornerà ancora per svegliarci, scenderà nei nostri inferi, ci prenderà per mano per condurci fuori: “svegliati tu che dormi tra i morti”. Senza quel suo ritorno, senza quel canto del gallo, saremmo irrimediabilmente persi.
La delusione.
È l’esperienza umana che non di rado accompagna la nostra fede. È la delusione davanti a Dio, davanti a quello che accade, quando non capisco, quando non condivido, quando non mi sento ascoltato.
È la delusione di Erode che cerca un segno, una magia, qualcosa di fantastico, qualcosa che sia veramente degno di un Dio potente. È la delusione davanti alla debolezza e al silenzio di Dio.
Ma è la delusione anche di Simone il Cireneo, la delusione davanti all’incomprensione di una croce che non ho scelto. E mentre sono sotto quella croce non c’è spiegazione che tenga.
Forse capiremo alla fine il senso di quella croce, come il buon ladrone che scopre il senso della croce, che ha portato, solo quando è definitivamente inchiodato su di essa. Quella croce è diventata l’occasione per aprire a Dio il suo cuore, quella croce lo ha messo paradossalmente tanto vicino all’albero della vita.
La tentazione del privilegio.
Questa tentazione diventa tanto più acuta quanto più aspra è la sofferenza, quando dentro di te una voce ti invita a salvarti la vita, a pensare a te stesso, a pensare prima di tutto a te stesso. Ed è lì, nel momento della sofferenza, che questa voce diventa più forte perché ti sembra di non avere alternative. È la tentazione che Gesù ha vissuto nel deserto, nel tempo della fame e della solitudine, è la tentazione che adesso torna, mentre è in agonia sulla croce.
Come vivere i nostri momenti di morte.
Davanti alla morte, davanti alla fine delle cose, delle relazioni, quando siamo in momenti e situazioni della vita in cui sentiamo che la vita si spegne, le reazioni possono essere diverse: si possono cercare soluzioni pratiche, ma senza speranza (vediamo quel che c’è da fare, proviamo a limitare i danni), questo è l’atteggiamento di Giuseppe d’Arimatea, che nella difficoltà e nella delusione diventa persino audace, ma senza speranza: raccoglie quel che resta del corpo di Gesù per custodirlo in una tomba. Oppure si può rimanere ad osservare, come le donne del racconto, che continuano a fare le solite cose, ma portandosi in cuore l’angoscia di una domanda a cui non sanno dare risposta. Oppure, come Gesù, possiamo consegnare la vita, possiamo mettere la vita nelle mani del Padre. La disperazione dei nostri tanti momenti di morte può essere superata solo in questa consegna fiduciosa della vita: anche se una madre si dimenticasse del proprio figlio, io non mi dimenticherò di te.
È su questa tua parola, che risuona ancora nel mio cuore, che anch’io oggi ri-consegno la mia vita nelle tue mani.
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8 commenti:

  1. ti seguo con molto piacere, passa a trovarmi se ti va.

    http://muchoney.blogspot.it/

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    1. Sono passata, ma non ho trovato dove lasciarti un saluto.

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  2. Risposte
    1. Ciao Gus!Attendiamo con la Chiesa di partecipare alla gioia della risurrezione di Cristo.

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  3. Lucy, ti abbraccio stretta stretta, e la preghiera va lassù♥

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  4. Ciao Dani. Tutti insieme alla Cena del Signore.

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  5. Un caro saluto Lucia ed un rinnovato augurio di BUONA PASQUA, che ci porti pace e serenità nel cuore.
    Un grande abbraccio a te e anche a Daniela. Ciao.

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    1. Cara Rosella,grazie, contraccambio di cuore♥

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Grazie amico/a mia. Grazie se hai letto tutto e ti decidi a scrivere un commento. qualunque sia la tua risposta, scrivi.
Però non amo gli insulti volgari o le parolacce
Arrivederci sarai sempre la benvenuta/o



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