La bella favola di Gina Lagorio

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Forse c'è nella vita di ognuno un punto fermo, oltre il quale niente è più come prima e tutto si prospetta in una luce diversa. Forse tutti abbiamo un Natale, nella nostra vita, che abbiamo considerato- magari senza rifletterci, d'istinto- come l'ultimo. "L'infanzia è finita": l'abbiamo pensato vergognandoci, perchè ce lo dicevamo essendo magari uomini importanti o madri di famiglia. Io ricordo che pensai proprio così, che era finita l'infanzia, quando mia madre morì. Avevo una figlia anch'io, lavoravo, ma che ci fosse la mamma per me significava ancora questo: c'era qualcuno che mi proteggeva, che mi amava senza giudicarmi..Il Natale è stata l'attesa più importante della mia infanzia di figlia unica, e l'avevo condivisa con lei: aspettavo Gesù Bambino con i rovelli che il desiderio del dono ambito faceva crescere di giorno in giorno se temevo di averla delusa, e preparavo una letterina con una trepidazione senza pari. Poi arrivava la mattina in cui trovavo sotto l'albero la bambola o la culla che avevo lungamente covata nelle vetrine, e partivo con i miei per raggiungere in cascina i fratelli di mio padre e i cugini. Il pranzo nella grande sala riscaldata da un'enorme stufa e con il riflesso delle fiamme del camino guizzante sui muri era un evento epico; montagne di cibi a cui avevano lavorato per giorni le donne di casa, ruscellare di vini, esplodere in risate, coro di voci gioiose. Mio nonno presiedeva alla festa come un patriarca.
Là imparai tante cose della vita domestica contadina che ora, quando lo racconto, alle mie nipoti sembrano quasi leggenda: come si fa il pane, le conserve di pomodoro, le marmellate di frutta. Arrivava di tutto su quella tavola allungata coi cavalletti e ricoperta da una tovaglia bianchissima, tessuta in casa. Il piatto forte era costituito dai ravioli, bolliti in brodo di cappone. E alla fine del pranzo mi si chiedeva, a gran voce, di recitare la poesia di Natale, imparata a scuola, in piedi su di una sedia. E' stato certo quel ricordo così caldo e ricco a farmi curare, più tardi, come meglio potevo i Natali delle mie figlie, anche se dentro di me, dal giorno in cui non ci fu più mia madre, il Natale divenne la "loro" festa; per me, era solo un'occasione di pace domestica. La nostalgia aveva preso il posto dell'attesa. La magia che si respira nelle favole dell'infanzia, non c'era più.
Tanti Natali sono passati, le mie figlie hanno finito per prendere il mio posto nel prepararlo: conoscono negozietti misteriosi come antri di maghi; scoprono oggetti futili che hanno in sè il dono prezioso del sorriso: non dimenticano niente e nessuno.
Se esco in centro nei giorni sotto Natale, il desiderio della fuga è irresistibile, il rigetto della città è prepotente. Tra cento negozi che aspirano a gareggiare con Parigi o New York, mi persuado che il Natale c'è ancora, e tuttavia non c'è più. C'è la buccia del Natale, ma dentro non è rimasto niente di ciò che gli dava senso.
Ora il Natale ha ancora senso se c'è un bambino che aspetta Gesù e i suoi doni.
Il Natale evangelico degli uomini di buona volontà è un dono raro, che può ancora celebrare chi abbia la grazia della fede e una speranza non solo terrena. Come a dire: poichè il Natale vero non c'è più - il Natale dell'amore fra le persone, delle speranzenel domani, della fede nei valori che durano - sogniamo almeno le fughe possibili che un oggetto può suggerire. Il guaio è che mille ritorni al privato non fanno una sola coscienza civile collettiva, anche se, per fortuna, ci sono le individuali assunzioni di responsabilità che tendono, operando, a rendere meno amara la vita degli emarginati: dalla miseria, dalla malattia, dalla storia, dal destino. Una presenza salvifica, che apre sull'orizzonte buio, schegge di luce, e nel soffoco generale immette refoli di umana tolleranza e di misericordia.
E poi e poi... c'èsempre un bambino che amiamo che batte le mani alle luci dell'albero. Perchè non sperare per lui una vita più vivibile in un mondo meno corrotto dall'indifferenza? Restiamogli accanto , le piccole mani nelle nostre grandi provate dagli anni, il suo stupore innocente intatto specchio della nostra esperienza: il Natale è nuovo per lui, a sua misura, di attesa e di memoria. La bella favola continui tra molte malinconie e una speranza irrinunciabile.
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