La casa delle vacanze

sabato 18 febbraio 2017

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Sul pianerottolo della casa di Vittorio Veneto, che era anche l'ultimo, c'era una porta grandissima, solenne: il regno dei ricordi.
Entravi nel regno del passato, ma non mio, dei miei genitori.
Mi inoltravo lentamente, pensando di non far rumore ed ecco che  il cigolio di una festosa confusione, la festa del disordine, la saga dell'inutilità, l'intreccio delle ragnatele che proteggevano la polvere del tempo, si presentava entravo dal primo attore: il solaio.
Tanto silenzio. Camminavo in punta di piedi per la paura che qualche asse cigolasse troppo e potesse arrivare qualcuno a sorprendermi.
Le case della memoria hanno radici misteriose. 
Appartengono al mio albero genealogico: erano vecchie bandiere di gloriose battaglie: amorosi relitti delle generazioni che mi hanno preceduto.

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Le case d'un tempo avevano due radici: quelle umide, vinose, nere delle cantine e quelle chiare profumate da sapori golosi, dei solai.

Tutte e due ricche di imprevedibili sorprese.

La cantina non mi è mai piaciuta: l'odore del vino m'infatidisce.

Rivedo momenti di ubriacatura per nascondere, non so....sì lo so, ma non appaiono i tasti giusti per raccontare. 

Sono decisamente, obbligatoriamente, astemia.....solo nelle grandi occasioni posso sorseggiare rigorosamente vino bianco....

Il solaio è invece...è un'immersione di fantasia di arcobaleni immensi, di lunghi tappeti di mele gialle, rugose come le guance di un'antichissima signora......bauli da aprirsi con rispetto quasi fossero tabernacoli d'amore. 

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Riconosco le favole del mio papà, le scarpe di vernice nera, col tacco, della mamma, le sue più belle, indossate poche volte per non sciuparle....  
Una ritaglio di stoffa che mi pare appartenesse ad un vestito sempre della mia mamma.

E poi lettere, cartoline inviateci per augurare momenti di festa.
Buon Natale? A chi? Un saluto che arriva da oltre il tempo, Le appoggio sul cuore e diventano mie......
Buon Natale! A chi? 
Nel solaio della casa di Vittorio Veneto c'era solamente la storia che nessuno ricorda più. 
Tremore di vita trascorsa  tra uno sfarfallio di minuscole lucciole di polvere ad un romantico raggio di sole penetrato...non so come.

Le case di oggi sono senza solaio...
Magari con la cantina... allora... la tradizione può continuare....!

I bambini di oggi, nelle nostre case urbane non conoscono la ricchezza dei  ricordi che creano una dimensione nell'anima...sono bambini... il loro "solaio polveroso" debbono ancora cercarlo, crearlo....col tempo e magari con  i ricordi di nonni ciarlieri!

E' il rifugio dell'infanzia per noi antichi di anni per  me, ricca di memoria che ogni tanto vado a visitare....e ritrovo tutta una vita legata con un nastrino rosa....

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Quando l'Amore ci mostra l'amore.

venerdì 17 febbraio 2017


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Oggi sono stata dalla mia mamma.
Ogni giorno, sembra acquisisca la percezione della vita che trascorre e che abbia imparato
che il mondo debba appartenerle.
Ogni giorno un gradino in più.
Lei tanto riservata ha incominciato a discorrere con gli altri ospiti della casa per anziani.
Invitava il professore a mangiare e lo sgridava perchè " non deve lasciarsi andare.".... 
Con la Mariuccia è piuttosto severa perchè  va sempre nella sua stanza e la disturba.
Vi assicuro che sono veramente stupita e ringrazio il Signore per ogni giorno in più che resta con noi!
Poi sono stata dalla mia sorellina che 
ha bisogno di tante, ma tante preghiere, di tempo per amare, se si potesse amare,  il ricordo di giorni vissuti con il cuore in tumulto.
Poco prima dello scorso Natale, Pino, suo marito, è salito al Padre.
Aveva un carattere gaio, comunicativo e affettuoso e il suo sorriso che induceva tutti noi ad imitarlo, si è spento troppo in fretta.   
Lo stupore si è impossessato di Elena,che a 14 anni, con lui  aveva    incontrato l'amore.

Ancora una volta ho incontrato l'infinito amore di Dio. Un amore troppo grande per riuscire a comprendere ciò che la mia e specialmente la sua (di Elena)anima cercava e non riusciva a contenere.

L'eternità di cui tanto parlo, l'eternità che abbraccia molte volte la mia vita, quando mi avvolge l'anima e la mente mi rende insicura di quell'Amore di cui invece sono sicura.









Papa Francesco all'udienza di oggi 15 febbraio

mercoledì 15 febbraio 2017

Papa Francesco tra i fedeli - REUTERS



La Speranza cristiana - 11. La speranza non delude (cfr Rm 5,1-5)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Fin da piccoli ci viene insegnato che non è una bella cosa vantarsi. Nella mia terra, quelli che si vantano li chiamano “pavoni”. Ed è giusto, perché vantarsi di quello che si è o di quello che si ha, oltre a una certa superbia, tradisce anche una mancanza di rispetto nei confronti degli altri, specialmente verso coloro che sono più sfortunati di noi. In questo passo della Lettera ai Romani, però, l’Apostolo Paolo ci sorprende, in quanto per ben due volte ci esorta a vantarci. Di cosa allora è giusto vantarsi? Perché se lui esorta a vantarsi, di qualcosa è giusto vantarsi. E come è possibile fare questo, senza offendere gli altri, senza escludere qualcuno?

Nel primo caso, siamo invitati a vantarci dell’abbondanza della grazia di cui siamo pervasi in Gesù Cristo, per mezzo della fede. Paolo vuole farci capire che, se impariamo a leggere ogni cosa con la luce dello Spirito Santo, ci accorgiamo che tutto è grazia! Tutto è dono! Se facciamo attenzione, infatti, ad agire – nella storia, come nella nostra vita – non siamo solo noi, ma è anzitutto Dio. È Lui il protagonista assoluto, che crea ogni cosa come un dono d’amore, che tesse la trama del suo disegno di salvezza e che lo porta a compimento per noi, mediante il suo Figlio Gesù. A noi è richiesto di riconoscere tutto questo, di accoglierlo con gratitudine e di farlo diventare motivo di lode, di benedizione e di grande gioia. Se facciamo questo, siamo in pace con Dio e facciamo esperienza della libertà. E questa pace si estende poi a tutti gli ambiti e a tutte le relazioni della nostra vita: siamo in pace con noi stessi, siamo in pace in famiglia, nella nostra comunità, al lavoro e con le persone che incontriamo ogni giorno sul nostro cammino.

Paolo però esorta a vantarci anche nelle tribolazioni. Questo non è facile da capire. Questo ci risulta più difficile e può sembrare che non abbia niente a che fare con la condizione di pace appena descritta. Invece ne costituisce il presupposto più autentico, più vero. Infatti, la pace che ci offre e ci garantisce il Signore non va intesa come l’assenza di preoccupazioni, di delusioni, di mancanze, di motivi di sofferenza. Se fosse così, nel caso in cui riuscissimo a stare in pace, quel momento finirebbe presto e cadremmo inevitabilmente nello sconforto. La pace che scaturisce dalla fede è invece un dono: è la grazia di sperimentare che Dio ci ama e che ci è sempre accanto, non ci lascia soli nemmeno un attimo della nostra vita. E questo, come afferma l’Apostolo, genera la pazienza, perché sappiamo che, anche nei momenti più duri e sconvolgenti, la misericordia e la bontà del Signore sono più grandi di ogni cosa e nulla ci strapperà dalle sue mani e dalla comunione con Lui.

Ecco allora perché la speranza cristiana è solida, ecco perché non delude. Mai, delude. La speranza non delude! Non è fondata su quello che noi possiamo fare o essere, e nemmeno su ciò in cui noi possiamo credere. Il suo fondamento, cioè il fondamento della speranza cristiana, è ciò che di più fedele e sicuro possa esserci, vale a dire l’amore che Dio stesso nutre per ciascuno di noi. E’ facile dire: Dio ci ama. Tutti lo diciamo. Ma pensate un po’: ognuno di noi è capace di dire: sono sicuro che Dio mi ama? Non è tanto facile dirlo. Ma è vero. E’ un buon esercizio, questo, dire a se stessi: Dio mi ama. Questa è la radice della nostra sicurezza, la radice della speranza. E il Signore ha effuso abbondantemente nei nostri cuori lo Spirito - che è l’amore di Dio - come artefice, come garante, proprio perché possa alimentare dentro di noi la fede e mantenere viva questa speranza. E questa sicurezza: Dio mi ama. “Ma in questo momento brutto?” – Dio mi ama. “E a me, che ho fatto questa cosa brutta e cattiva?” – Dio mi ama. Quella sicurezza non ce la toglie nessuno. E dobbiamo ripeterlo come preghiera: Dio mi ama. Sono sicuro che Dio mi ama. Sono sicura che Dio mi ama.

Adesso comprendiamo perché l’Apostolo Paolo ci esorta a vantarci sempre di tutto questo. Io mi vanto dell’amore di Dio, perché mi ama. La speranza che ci è stata donata non ci separa dagli altri, né tanto meno ci porta a screditarli o emarginarli. Si tratta invece di un dono straordinario del quale siamo chiamati a farci “canali”, con umiltà e semplicità, per tutti. E allora il nostro vanto più grande sarà quello di avere come Padre un Dio che non fa preferenze, che non esclude nessuno, ma che apre la sua casa a tutti gli esseri umani, a cominciare dagli ultimi e dai lontani, perché come suoi figli impariamo a consolarci e a sostenerci gli uni gli altri. E non dimenticatevi: la speranza non delude.


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Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana. Saluto i gruppi parrocchiali e le associazioni, in particolare Nessuno escluso di Taranto, esortando a promuovere sempre una cultura inclusiva per le persone sole e per i senza fissa dimora. Saluto il Coro Prealpi di Villapedergnano-Erbusco e Note Ascendenti di Sant’Eufemia-Lamezia Terme, e li ringrazio per la bella esibizione. Quando si vuole una cosa, si fa così! Così noi dobbiamo fare con la preghiera, quando chiediamo qualcosa al Signore: insistere, insistere, insistere, … è un bell’esempio, un bell’esempio di preghiera! Grazie! Auspico che questo incontro susciti in ciascuno rinnovati propositi di testimonianza cristiana nella famiglia e nella società.

Un saluto speciale porgo ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Ieri abbiamo celebrato la festa dei Santi Cirillo e Metodio, evangelizzatori dei popoli slavi e compatroni d’Europa. Il loro esempio aiuti voi, cari giovani, a diventare in ogni ambiente discepoli missionari; la loro tenacia incoraggi voi, cari ammalati, ad offrire le vostre sofferenze per la conversione dei lontani; e il loro amore per il Signore illumini voi, cari sposi novelli, a porre il Vangelo come regola fondamentale della vostra vita familiare.

Amore e stelle

martedì 14 febbraio 2017


  • Risultati immagini per Immagini di cielo con tante stelle i due carri delle Orse
  •  L'Amor che move il sole e l'altre stelle.
(Dante Alighieri)




Vorrei parlare dell'Amore Creatore e cercherò di spiegare, come io ami ciò, che è splendore:
Ti amo Signore, che tieni le stelle appese al Cielo!.
 
E il Cielo, il Tuo Cielo a cui  rivolgo lo sguardo in continuazione, quando le nubi se ne vanno scacciate dal vento e finalmente posso ammirarlo: silenzioso, sereno e trionfante così pieno di stelle.

Il firmamento, il Tuo firmamento ha la cordialità della Chiesa cattolica.
Ma come mi è venuto in mente? 
Sì, la mia chiesa accogliente, dove posso fermarmi a contemplare Te e la Madonna, come contemplo il meraviglioso cielo delle notti d'estate.

Mi piacerebbe conoscere il nome di ogni stella, di ogni costellazione, ma non lo so.

Gli innamorati, a volte, guardano le stelle e  indicano col dito un astro e lo battezzano con il nome dell'amato e dell'amata.

So per certo che ogni stella ha il suo nome (chiedetelo a Piero Angela!!!); da secoli hanno fatto da guida agli uomini mostrando la strada alle lunghe carovane che attraversavano il deserto, o alle navi che andavano per mare. (Certo ora c'è la bussola, ma mi piace pensare a Dio che improvvisamente fa brillare la stella polare perchè nessuno sbagli strada!).

Quando piccina,andavo con il mio nonno materno, alla latteria a portare il latte, appena munto, lui mi indicò la stella del "Vespro":
"e' la più brillante, non ti puoi sbagliare ed è quella che ci ricorda che è il momento adatto per pregare"

Più tardi ho saputo che il suo nome è Sirio.

Riconosco il "Carro maggiore e il Carro minore" da sostituire col nome di Orsa maggiore e minore. Buffi orsi a testa all'ingiù  che mettono allegria nel cuore di chi li riconosce.

E la Stella Cometa che ha insegnato la strada ai Re Magi perchè potessero conoscere Gesù?

(I re di Tarso recheranno doni)

Stanca di questo infinito inverno, aspetto l'estate per ritrovare il profumo dell'erba, il canto degli uccelli,  quello interminabile  e noioso delle cicale e nuovamente   sarà il dieci Agosto con le stelle cadenti che piovono nel cielo come lacrime su di una guancia. 


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Mettimi come sigillo sul tuo cuore, 
come sigillo sul tuo braccio; 
perché forte come la morte è l'amore, 
tenace come gli inferi è la passione: 
le sue vampe son vampe di fuoco, 
una fiamma del Signore! 
Le grandi acque non possono spegnere l'amore 
né i fiumi travolgerlo. 
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa 
in cambio dell'amore, non ne avrebbe che dispregio
(Cantico dei Cantici )



L'audacia più estrema: voler amare qualcuno – per non dire il proprio prossimo! – come Dio lo ama.

Il primo passo per imparare ad amare gli altri è il tentativo di capirli.

(Adrienne von Speyr)

sono così



Quando gli occhi sono aperti, 
il risultato è la vista.
Quando la mente è aperta,
il risultato è la sapienza.
Quando è aperto lo spirito, 
il risultato è l’Amore.




Ho letto il post che quest'oggi Daniela ha scritto.
E ho sorriso felice ma invidiandola un po' 
E' stata un'invidia sana che mi ha fatto riflettere di come la preghiera  aiuti ad arrivare al Cielo. 
Ma la preghiera che esalta il cuore è quella condivisa con i fratelli. 
E' diventare un'unica voce  dell'unica Chiesa.


Dani,ci siamo parlate al telefono e la tua voce, mi è sembrata stanca. E nel chiudere la conversazione mi hai detto: "vai a leggere il mio post sulla giornata di ieri".

Sì, ho letto Dani cara. Ho letto la tua gioia, la tua felicità per i momenti vissuti con la tua nuova, meglio recente, comunità. 

Nelle stesse ore io  ero ben decisa a fare altro come: preparare il pranzo e sistemare il tavolo per poi apparecchiarlo. Venivano i miei figli come sempre la domenica o qualchevolta il sabato. Paolo da Rosalba e a fare la spesa.... 
Sul tavolo c'era la mia macchina da cucire: l'ho presa e mentre la riponevo nell'armadio, sono inciampata e  mi è scivolata ed è
caduta con un gran tonfo e  io sopra di lei, finendo con la testa contro il termosifone. (la macchina per cucire si è rotta e chissà....) 

Zitta... zitta, mi sono infilata nel letto. 

Ho pianto, un po' per il dolore ma molto per questa mia disabilità che faccio fatica ad accettare.

I miei figli mi hanno rimproverato: "Chiama noi.....certe cose non le devi fare!!! Mamma devi rendertene conto!" Eh già.....

E di nuovo ho riflettuto di come l'età, la salute, mi precludano momenti di intensa spiritualità con la mia vecchia comunità Carmelitana, che ora vivo solo nel ricordo di momenti, non troppo lontani, e nel silenzio che mi circonda. Sola.



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Perchè la preghiera autentica cristiana sarà sempre la preghiera di me unita ai fratelli e a tutta la vita del mondo. Magari sola fisicamente ma bocca e cuore dell'universo, dell'umanità.

Adesso vorrei chiederti: "Mi hai portato con te?" "In quella chiesa risuonava un pochino la mia voce?"





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Un incontro:l' ex Vescovo di Vittorio Veneto

lunedì 13 febbraio 2017

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Vittorio Veneto: Il Duomo-  sul lato sinistro sorgeva il Seminario.che per noi, atee per ribellione adolescenziale, rappresentava, un vero tormento.


Vittorio Veneto, era la città natale del mio papà e dei suoi fratelli.
Avevamo una casetta a Vittorio Veneto e solo nell'adolescenza imparai a conoscerla e frequentarla. Prima, negli anni dell'infanzia, andavamo in Colonia a Pietraligure (Elena ed io)

Avevamo una casa a Vittorio Veneto....
Non intendo tediarvi con il racconto, anche se gioioso, di quegli anni. Volevo solo parlarvi dell'incontro, particolare, con il futuro Papa Giovanni Papa 1.


Il nostro luogo di riparo dalla calura estiva era nei prati erbosi  sulla collina dove si ergeva il "Castello del Vescovo"   
Era la meta preferita dei vittoriesi in vacanza e di noi ragazzi.
Ci stendevamo sul plaid, facevamo merenda e se, per errore, avevamo con noi un libro, era il posto ideale per leggerlo.

Una nota importante era la nostra divisa di tutti i giorni: maglietta maniche corte,  (t shirt) , e pantaloncini corti.

 Mio Padre, vigilava, ben felice quando poteva anche lui chiacchierare con qualche residente del paese. Se fossimo stati al mare, lui lassù si sentiva come se le onde l'avessero portato in una baia sicura dove il sole non era troppo caldo e l'aria fresca lo invitavano al riposo.

Un pomeriggio fummo tratte in inganno, in poco tempo nubi gigantesche si addensarono. Papà era già tornato a casa. 
Noi avevamo voluto rimanere dicendogli che non sarebbe successo assolutamente nulla.
Però un rombo precipitoso che cresceva rapidamente, lassù, sopra le nostre teste, ci fecero presagire il peggio.
Col vento, venne la pioggia e noi in poco tempo eravamo fradice. Coraggio.

Ci precipitammo al cancello del "castello" e suonammo.....
Un'antica signora venne ad aprirci, squadrandoci su tutti i lati e stava per cacciarci quando vedemmo alla finestra una persona che gesticolava con le braccia.
Poi, il Vescovo,  ci invitò ad entrare e ad offrirci il conforto di un caminetto acceso.
Poi s'informò dove risiedevamo e saputo che Milano era la nostra città ecco una cascata di domande che non ci misero assolutamente in soggezione.

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Nessuna allusione alle nostre braghette corte. Tanta dolcezza in una persona in tonaca nera, non l'avevamo mai trovata. In quel momento non sapevamo fosse il Vescovo in persona!!!
Poi la pioggia cessò, o quasi, e ringraziando bene, come la mamma ci aveva insegnato, ritornammo di corsa a casa.
La nostra avventura fu sulla bocca di tanti......e anche il parroco lo seppe. Parlò con il mio papà e lo pregò di non mandarci più in giro così vestite, ma di coprirci di più....!


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Papà minacciò, se non ubbidivamo di portarci a camminare in montagna, tutti i giorni, magari fino al Monte Altare da cui si godeva un panorama eccezionale. Abbiamo ubbidito.

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Anni dopo, la mia mamma ci mostrò un giornale con la fotografia del nostro amico Vescovo divenuto Papa: Giovanni Paolo I

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« È stato ricordato dai giornali, anche troppo forse, che la mia famiglia era povera. Posso confermarvi che durante l'anno dell'invasione ho patito veramente la fame, e anche dopo; almeno sarò capace di capire i problemi di chi ha fame! »
(Papa Giovanni Paolo I nell'udienza ai Bellunesi il 3 settembre 1978)



Nato da Giovanni Luciani e Bortola Tancon, ebbe tre fratelli: Tranquillo Federico (1915-1916), Edoardo (1917-2008) e Antonia, detta Nina (1920-2009). Il padre, di idee socialiste, emigrò in seguito in Svizzera per lavoro. Nell'ottobre del 1923 entrò nel seminario interdiocesano minore di Feltre e in seguito, nel 1928, nel seminario interdiocesano maggiore di Belluno.

Fu ordinato diacono il 2 febbraio 1935 e presbitero il 7 luglio dello stesso anno nella chiesa rettoriale di San Pietro apostolo a Belluno (contigua al Seminario Gregoriano). Venne subito nominato vicario cooperatore di Canale d'Agordo, ma già in dicembre venne trasferito ad Agordo, dove insegnò anche religione all'istituto minerario. Presso il seminario gregoriano di Belluno fu insegnante (1937-1958) e vice-rettore (1937-1947).


Il 27 febbraio 1947 si laureò in sacra teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma con una tesi su L'origine dell'anima umana secondo Antonio Rosmini: quella di Luciani e dei suoi relatori fu di certo una scelta audace, poiché si trattava di un autore con due libri messi all'Indice, all'epoca non ancora del tutto riabilitato dalla Chiesa. In novembre fu nominato da monsignor Girolamo Bortignon procancelliere vescovile della diocesi di Belluno; il mese successivo venne nominato anche cameriere segreto soprannumerario e segretario del sinodo diocesano (nel 1947 si ritirò un mese intero nell'appartamento del vescovado nella Certosa di Vedana). A queste nomine, il 2 febbraio 1948 si aggiunsero anche quelle di provicario generale della diocesi di Belluno e di direttore dell'ufficio catechistico diocesano.


Nel 1954 divenne vicario generale della diocesi di Belluno; nel frattempo (1949) aveva pubblicato il volume Catechetica in briciole; del libro verranno pubblicate sei edizioni in Italia e una anche in Colombia. Il 30 giugno 1956 fu nominato canonico della cattedrale di Belluno.
 Dopo l'ascesa al soglio di Pietro di papa Giovanni XXIII, il 15 dicembre 1958, fu promosso vescovo di Vittorio Veneto. A tal proposito si narra che Giovanni XXIII, respingendo le varie perplessità riguardo ai motivi per cui fino ad allora non fosse stato promosso, legate principalmente alle sue cagionevoli condizioni di salute, sentenziò bonariamente:
« ...vorrà dire che morirà Vescovo. »

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Albino Luciani vescovo di Vittorio Veneto

Luciani prese possesso della diocesi l'11 gennaio 1959. Il "periodo vittoriese" sarà decisivo per la sua formazione. Iniziò subito le visite pastorali nelle parrocchie. Luciani, che mai in vita pensò alla carriera ecclesiastica, lasciò Belluno a malincuore, prendendo le redini di una diocesi con i bilanci in grave passivo: infatti, quelli erano gli anni in cui lo IOR, meglio conosciuto come Banca Vaticana, era entrato in crisi.


Luciani non nascose di sopportare a fatica la gestione economica della Chiesa, specie negli anni in cui lo IOR fu diretto dall'arcivescovo statunitense Paul Marcinkus, sostenendo che la Chiesa avrebbe dovuto avere una condotta economica il più trasparente possibile e coerente agli insegnamenti del Vangelo.


Negli anni di episcopato a Vittorio Veneto mostrò innanzitutto insuperabili doti di catechista, per la sua capacità di farsi comprendere da tutti, anche dai bambini e dalle persone di poca cultura, per la sua chiarezza nell'esporre, la sua capacità di sintesi e la sua tendenza ad evitare discorsi e letture difficili, nonostante la profonda cultura che aveva. Lo stesso raccomandò sempre ai suoi sacerdoti.

Si dimostrò insofferente al dovere di risiedere nel castello di San Martino, residenza storica dei vescovi vittoriesi, posta in posizione arroccata e distaccata rispetto all'abitato di Vittorio Veneto: avrebbe preferito una dimora più vicina alla sua gente. Avvertì in anticipo i nuovi venti della "contestazione", ribadendo l'importanza dell'Azione Cattolica che cominciava a sentire il peso degli anni.

Ebbe grande attenzione per la formazione dei giovani e sollecitò la partecipazione dei laici alla vita attiva della Chiesa, all'epoca ancora piuttosto ridotta. La sua indole bonaria non era però piegata alle idee correnti della moda e, ad esempio, una volta divenuto Patriarca si batté apertamente contro l'istituzione del divorzio durante il referendum del 1974, opponendosi apertamente come Vescovo ad alcune associazioni cattoliche che si rifacevano alla FUCI veneta e che invece si schieravano a favore del divorzio.

Dal 16 agosto al 2 settembre 1966, Luciani compì una storica visita pastorale nelle missioni africane della sua diocesi, durante la quale conobbe usi e costumi delle popolazioni locali, celebrò Messa in chiese affollatissime, imparò un po' di lingua kirundi, sopportò a fatica il clima e le zanzare e subì tutta una serie di imprevisti, tra cui una zecca sotto un'unghia e l'impantanamento della jeep su cui viaggiava: in quell'occasione Luciani non si fece problemi a scendere dal mezzo e spingere la vettura insieme agli altri.


Questa serie di incontri ravvicinati con le realtà africane, così come i successivi in Sudamerica, non fece altro che aumentare la sensibilità del futuro papa riguardo ai problemi delle popolazioni del terzo mondo.

Albino Luciani nel 1966


Il vescovo Luciani partecipò a tutte le quattro sessioni del concilio Vaticano II (1962-1965), intervenendo e facendosi così conoscere tra i ranghi della Chiesa cattolica. Il 15 dicembre 1969 papa Paolo VI nominò Luciani patriarca di Venezia. Neanche cinquanta giorni dopo, il 1º febbraio 1970, Luciani ricevette la cittadinanza onoraria di Vittorio Veneto.


Papa Paolo VI mentre impone la berretta cardinalizia ad Albino Luciani

Fu Patriarca di Venezia nei difficili anni della contestazione, non fece mancare il suo appoggio e il dialogo diretto con gli operai di Marghera, spesso in agitazione. Anche per questo maturò la consapevolezza del bisogno da parte della Chiesa di adeguarsi ai nuovi tempi e riavvicinarsi alla gente; questo gli fece guadagnare le simpatie dei veneziani.

Anche a Venezia si trovò a dover fare i conti con la crisi economica. Poco amante degli sfarzi, era anche per questo favorevole alla vendita di oggetti sacri e preziosi di proprietà della Chiesa. Tra il 12 e il 14 giugno 1971 compì un viaggio pastorale in Svizzera. Tre giorni dopo venne nominato vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, carica che manterrà fino al 2 giugno 1975. Sempre nel 1971 propose alle chiese ricche dell'Occidente di donare l'uno per cento delle loro rendite alle chiese povere del terzo mondo.


Il 16 settembre del 1972 il Patriarca Luciani ricevette Paolo VI in visita pastorale. Al termine della Santa messa in piazza San Marco il Pontefice si tolse la stola papale, la mostrò alla folla e la mise sulle spalle del Patriarca Luciani davanti a ventimila persone, facendolo arrossire per l'imbarazzo. Dell'episodio esiste un documento fotografico, ma non fu ripreso dalle telecamere, che avevano già chiuso il collegamento. La stampa disse che Paolo VI aveva scelto il suo successore: a conferma di ciò, pochi mesi dopo Paolo VI annuncia un concistoro e Luciani è il primo della lista dei candidati alla porpora. Il 5 marzo 1973 venne infatti creato cardinale del titolo di San Marco a Roma dallo stesso papa Paolo VI.


L'anno successivo, in occasione della campagna elettorale per il referendum sul divorzio, sciolse la sezione veneziana della FUCI, la Federazione degli universitari cattolici, perché si era mostrata favorevole al no, contrariamente alle indicazioni della Curia.[16] Tra il 27 settembre e il 26 ottobre dello stesso anno partecipò a Roma alla terza Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei vescovi sul tema: "L'evangelizzazione nel mondo moderno".

Il 1975 lo vide due volte all'estero per altrettanti viaggi pastorali, il 18 maggio in Germania e dal 6 al 21 novembre in Brasile, dove l'università statale di S. Maria a Rio Grande do Sul lo insignì di una laurea honoris causa. Fu in Brasile che impressionò moltissimi prelati per la sua profonda umiltà e devozione. A gennaio 1976 pubblicò Illustrissimi, una raccolta di lettere immaginarie scritte negli anni precedenti a personaggi storici o della letteratura; il libro fu un grande successo editoriale e venne tradotto in numerose lingue.

Sin dal suo insediamento a Venezia, portò sempre il classico abito scuro da sacerdote, indossando di rado la fascia cremisi da vescovo e poi rossa da cardinale e attirandosi così molte critiche dai fedeli zelanti veneziani. Era un'altra prova del suo ricercare la semplicità.


Paolo VI in visita a Venezia nel 1972 con il patriarca Albino Luciani, che indossa la stola consegnatagli dal papa stesso pochi istanti prima.

Il 10 luglio 1977, l'allora cardinale Luciani, molto devoto alla Madonna di Fatima, accogliendo l'invito di suor Lucia dos Santos, si recò in pellegrinaggio a Cova da Iria e incontrò al Carmelo di Coimbra la veggente, con la quale si trattenne per due ore in conversazione. Suor Lucia gli avrebbe[senza fonte] rivelato il contenuto del terzo segreto di Fatima. Egli ne fu sensibilmente impressionato[senza fonte] e, una volta rientrato in Italia, descrisse così quell'incontro: "La suora è piccolina, è vispa, e abbastanza chiacchierina... parlando, rivela grande sensibilità per tutto quel che riguarda la Chiesa d'oggi con i suoi problemi acuti...; la piccola monaca insisteva con me sulla necessità di avere oggi cristiani e specialmente seminaristi, novizi e novizie, decisi sul serio ad essere di Dio, senza riserve. Con tanta energia e convinzione m'ha parlato di suore, preti e cristiani dalla testa ferma. Radicale come i santi: ou tudo ou nada, o tutto o niente, se si vuol essere di Dio sul serio".


Si dice anche che suor Lucia abbia predetto a Luciani la sua elezione e il breve pontificato, chiamandolo "Santo Padre"tuttavia nel 2006 il
Segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone ha definito questa storia "tesi vecchia e priva di fondamento": dopo il colloquio, la suora avrebbe detto semplicemente alle consorelle che se fosse stato eletto al pontificato sarebbe stato un ottimo papa.[16]Tuttavia, si ricorda che il fratello Edoardo disse di avere visto il cardinale Luciani tornare molto scosso dal viaggio a Fatima: era diventato silenzioso e spesso assorto nei pensieri e quando gli chiese cosa avesse, Albino rispose: "Penso sempre a quello che ha detto Suor Lucia". In proposito, monsignor Mario Senigaglia, che fu segretario del patriarca Luciani fino al 1976, ha escluso che l'atteggiamento di Luciani riferito dal fratello fosse dovuto necessariamente alla rivelazione di segreti particolari che lo riguardavano: secondo quanto gli aveva riferito lo stesso cardinale al ritorno dal viaggio, Egli aveva parlato a lungo con Lucia dei problemi della Chiesa e su questi temi Luciani potrebbe essere tornato in seguito a riflettere con preoccupazione

Il cardinale Luciani lasciò per l'ultima volta Venezia il 10 agosto 1978 per il conclave dal quale sarebbe uscito papa il 26 agosto, al secondo giorno di votazione. È il terzo Patriarca di Venezia del novecento, dopo Giuseppe Sarto (san Pio X) e Angelo Giuseppe Roncalli (san Giovanni XXIII), a essere chiamato al soglio di Pietro.


Nella sua ultima messa, celebrata nella chiesa di san Marco, invitò ripetutamente i fedeli a pregare la Madre di Dio per l'elezione del Papa, per il futuro Papa.

« Intendiamoci: io non ho né la sapientia cordis di papa Giovanni, né la preparazione e la cultura di papa Paolo, però sono al loro posto, devo cercare di servire la Chiesa. Spero che mi aiuterete con le vostre preghiere. »

Il regno di papa Luciani sulla cattedra di Pietro fu brevissimo, durò appena 33 giorni. Ciò malgrado, non mancarono episodi importanti e passaggi fondamentali della storia del papato.


« Signore, prendimi come sono, con i miei difetti, con le mie mancanze, ma fammi diventare come tu mi desideri. »


Durante l'Angelus del 10 settembre 1978, Giovanni Paolo I disse:
« Noi siamo oggetto, da parte di Dio, di un amore intramontabile: (Dio) è papà, più ancora è madre »