Un ricordo prezioso

lunedì 27 marzo 2017

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1950. A ricordo della mia Santa Cresima
Il libretto delle preghiere

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Prima pagina . 
Chi ricorda ancora questa preghiera?


Preghiera del Mattino:
Vi adoro, mio Dio, e vi amo con tutto il cuore. Vi ringrazio di avermi creato, fatto cristiano e conservato in questa notte.
Vi offro le azioni di questa giornata. Fate che siano tutte secondo la vostra santa volontà, per la maggior gloria vostra.
Preservatemi dal peccato e da ogni male. La Grazia vostra sia sempre con me e con tutti i miei cari.
Così sia.

Preghiera della Sera:
....Perdonatemi il male oggi commesso e se qualche bene ho compiuto accettatelo. Custoditemi nel riposo e liberatemi dai pericoli.
La Grazia vostra sia sempre con me e con tutti i miei cari.
Così sia.
Pater, Ave, Gloria, Credo, Salve Regina, Angele Dei.
Esame di coscienza: sui pensieri....sulle parole....sulle opere....e sulle omissioni....
Sui doveri verso Dio....verso il prossimo....e verso noi stessi.


Nel tempo passato il nostro colloquio con Dio è un Voi. Qualcuno che ci ama ma è lontano, oggi è diventato "Tu o  mio Dio!"   TU. E l'abbiamo accanto. Camminiamo con Lui. E' il mio TU.




La preghiera.  E' molte volte domanda, a volte ringraziamento. A volte solo colloquio e Lode.
Il mio cuore vero  non è avere l’anima in pace, ma è l'essere felice. 
E' Dio, E' Lui che mi dà la contentezza di parlare di questo tutti i giorni e nell'obbedienza,  capisco che lo scopo della mia vita è riconoscere che Cristo, Via, Verità e Vita. si fa presenza nella preghiera e la vita si colora anche nel dolore, nel ricordo del dolore che  è ugualmente sofferenza.

Maria.
Acqua di fonte cristallina
come sei pura
Madre mia!
Maria.
Terra fertile aperta al sole.
su Te
si posa il mio sguardo
come ha fatto il Tuo Signore.
Tu, Maria,
sei la fonte della mia speranza:
sei la mano che accarezza
il volto dei figli
che ti ho affidato,
e nel Tuo Amore camminiamo 
noi, tuoi figli
nelle strade del Signore.
Amen 
(Lucia)


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Oggi, 27 marzo, è l'anniversario dell'incidente in cui Valeria ha perso (o guadagnato) la vita. Si spegneva il 31 marzo, alle 5 del pomeriggio.

La tristezza cancellata dalla speranza

giovedì 23 marzo 2017

"....la vostra tristezza si cambierà in gioia!"
Come vorrei che Gesù parlasse  alla  tristezza che mi avvolge per gli accadimenti di oggi in cui la Sua presenza sembra  lontana.
La cattiveria dei tempi.
Purtroppo non posso cambiare gli eventi.
Posso solo pregare per quei corpi distesi sul marciapiede e sperare che, in loro, la vita riprenda a respirare.

Ho sognato tanti fiori
senza colori nè steli,
nè petali e corolla.
Fiori sognati nel sogno quando la notte
è più buia e profonda
e nasconde il chiaro del giorno,
quando la tristezza si ammanta di fiori
senza colori nè steli

Ricorro a Peguy che mi suggerisce che “la speranza è una bambina che va a letto e dorme bene” una frase che mi dovrebbe accompagnare in  ogni mio momento ma specialmente in questo periodo di uccisioni insensate. Ecco che avendola ritrovata nel mio cuore mi piace cantarla a questo mio diario. 
La speranza è per Péguy una “bambina irriducibile” molto più importante delle sorelle più anziane (fede e  carità) che “va ancora a scuola/e che cammina/ persa nelle gonne delle sue sorelle”. Ma è più importante delle sue sorelle perché “E’ lei, quella piccina,che trascina tutto/perché la fede non vede che quello che è/e lei vede quello che sarà/la Carità non ama che quello che è/ e lei ama quello che sarà/Dio ci ha fatto speranza”. Anche se le immagini che ci arrivano sono di una violenza assurda non bisogna perdere la speranza perché è questa speranza bambina che va ancora a scuola che “vede quello che sarà” e “ama quello che sarà”.






Charles Péguy: La speranza bambina
(da Il portico del mistero della seconda virtù, 2011)

(Peguy scrive facendo parlare Dio)



La fede non mi stupisce

Non è stupefacente

Risplendo talmente nella mia creazione.

Nel sole e nella luna e nelle stelle.

In tutte le mie creature…


La carità va da sé. Per amare il prossimo c’è solo da lasciarsi andare, c’è solo da guardare una simile desolazione. Per non amare il prossimo bisognerebbe farsi violenza, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Farsi male. Snaturarsi, prendersi a rovescio, mettersi a rovescio. Riprendersi. La carità è tutta naturale, tutta zampillante, tutta semplice, tutta alla buona. E’ il primo movimento del cuore. E’ il primo movimento che è quello buono. La carità è una madre e una sorella…

Per non amare il prossimo, bambina, bisognerebbe tapparsi
gli occhi e gli orecchi.
A tante grida di desolazione…

Ma la speranza, dice Dio, ecco quello che mi stupisce.
Me stesso.
Questo è stupefacente.
Che quei poveri figli vedano come vanno le cose e che credano
che andrà meglio domattina.
Che vedano come vanno le cose oggi e che credano che andrà
meglio domattina.
Questo è stupefacente ed è proprio la più grande meraviglia
della nostra grazia.
E io stesso ne sono stupito.
E bisogna che la mia grazia sia in effetti di una forza incredibile.
E che sgorghi da una fonte e come un fiume inesauribile.
Da quella prima volta che sgorgò e da sempre che sgorga.


Perché le mie tre virtù, dice Dio.
Le tre virtù mie creature.
Sono esse stesse come le mie altre creature.
Della razza degli uomini.

La Fede è una Sposa fedele.

La Carità è una Madre.

La Speranza è una bambina da nulla.

Che è venuta al mondo il giorno di Natale dell’anno scorso.
Che gioca ancora con babbo Gennaio.
Eppure è questa bambina che traverserà i mondi.
Questa bambina da nulla.
Lei sola, portando le altre, che traverserà i mondi compiuti.

Come la stella ha guidato i tre re fin dal fondo dell’Oriente.
Verso la culla di mio figlio.
Così una fiamma tremante.
Lei sola guiderà le Virtù e i Mondi.
Una fiamma bucherà delle tenebre eterne…

La piccola speranza avanza tra le sue due sorelle grandi
e non si nota neanche…
E non si fa attenzione, il popolo cristiano non fa attenzione
che alle due sorelle grandi.
La prima e l’ultima.
E non vede quasi quella che è in mezzo.
La piccola, quella che va ancora a scuola.
E che cammina.
Persa nelle gonne delle sue sorelle.
E crede volentieri che siano le due grandi che tirino la piccola per la mano.
In mezzo.
Tra loro due.
Per farle fare quella strada accidentata della salvezza.
Ciechi che sono che non vedono invece
Che è lei nel mezzo che si tira dietro le sue sorelle grandi.
E che senza di lei loro non sarebbero nulla.
Se non due donne già anziane.
Due donne di una certa età.
Sciupate dalla vita.

E’ lei, quella piccina, che trascina tutto.
Perché la Fede non vede che quello che è.
E lei vede quello che sarà.
La Carità non ama che quello che è.
E lei, lei ama quello che sarà.

Dio ci ha fatto speranza. Ha cominciato. Ha sperato che l’ultimo dei peccatori,
Che il più infimo dei peccatori lavorasse almeno un po’ alla sua salvezza,
Sia pure poco, poveramente,
Che se ne sarebbe occupato un po’.
Lui ha sperato in noi, sarà detto che noi non spereremo in lui?
Dio ha posto la sua speranza, la sua povera speranza in ognuno di noi, nel più infimo dei peccatori. Sarà detto che noi infimi, che noi peccatori, saremo noi che non porremo la nostra speranza in lui?
Dio ci ha affidato suo Figlio, ahimé, ahimé. Dio ci ha affidato la nostra salvezza, la cura della nostra salvezza. Ha fatto dipendere da noi e suo Figlio e la nostra salvezza, e anche la sua speranza stessa; e noi non riporremo la nostra speranza in lui?
Mistero dei misteri, che riguarda i misteri stessi,
Egli ha messo nelle nostre mani, nelle nostre deboli mani,
la sua speranza eterna,
Nelle nostre mani passeggere.
Nelle nostre mani peccatrici.
E noi, noi peccatori, non metteremo la nostra debole speranza
Nelle sue mani eterne?

Qual è questa virtù, questo segreto, che cosa occorre dunque che ci sia di così straordinario,
Nella penitenza,
perché questo peccatore,
Perché uno valga cento, o insomma novantanove,
(Per contar giusto,)
Perché questo peccatore valga altrettanto,
Perché questo peccatore, questo solo peccatore che fa penitenza valga altrettanto, rallegri, susciti tanta gioia nel cielo quanto novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza?
E perché questa pecorella smarrita dia tanta gioia al pastore,
Al buon pastore,
Che egli lascia nel deserto, in deserto, in un luogo abbandonato,
Le novantanove che non s’erano smarrite?
In cosa, qual è dunque questo mistero,
In cosa uno può valere novantanove?
Non sia tutti figli di Dio. Ugualmente allo stesso modo?
In cosa, come, perché una pecora vale novantanove pecore.

Bambina, bambina, lo sai, di che si tratta. E’ giusto questo?
E’ che era perita; e che è stata trovata.
E’ che era morta; e che è rivissuta.
E’ che era morta; e che è risuscitata.
Perché bisogna prendere tutto alla lettera, bambina,
Letteralmente come Gesù era morto ed è risorto di tra i morti,
Così quella pecora era perduta, così quella pecora era morta,
Così quell’anima era morta e dalla sua propria morte è risorta
di tra i morti.

Essa ha fatto tremare il cuore stesso di Dio.
Del tremore del timore e del tremore della speranza.
Del tremore stesso della paura.
Del tremore di un’inquietudine
Mortale.

Perché tutti gli altri Dio li ama in amore.
Ma quella pecora Gesù l’ha amata anche in speranza.
Bisogna prendere tutto alla lettera, bambina. Dio ha sperato,
Dio ha atteso da Lui.
Dio, che è tutto, ha avuto qualcosa da sperare, da lui, da quel
peccatore. Da quel nulla. Da noi. E’ stato messo, a questo
punto, si è messo a questo punto, in questa condizione da
aver da sperare, da attendere da quel miserabile peccatore.

Tale è la forza di vita della speranza, bambina,
La forza di vita, la promessa, la vita, la forza di vita e di promessa
che sgorga nel cuore della speranza…
Colui che fa tutto si rivolge a colui che non può far nulla.
Colui che fa tutto ha bisogno di colui che non fa nulla.
E come noi suoniamo a distesa la nostra Pasqua,
A gran distesa,
Nelle nostre povere, nelle nostre trionfanti chiese,
Nel sole e il bel tempo del giorno di Pasqua,
Così Dio per ogni anima che si salva
Suona a gran distesa una Pasqua eterna.

Ugualmente i bambini. Quando andate a fare una spesa con
i vostri bambini
Una commissione
O quando andate alla messa o ai vespri con i vostri bambini
O alla benedizione
O tra la messa e i vespri quando andate a passeggio con i
vostri bambini
Loro vi trottano davanti come cagnolini. Vanno avanti, tornano
indietro. Vanno, vengono. Si divertono. Saltano.
Fanno venti volte il tragitto.
E’ perché in effetti non vanno da nessuna parte.
A loro non interessa andare da qualche parte.
Non vanno da nessuna parte.
Sono le persone grandi che vanno da qualche parte
Le persone grandi, la Fede, la Carità.
Sono i genitori che vanno da qualche parte.
Alla messa, ai vespri, alla benedizione.
Al fiume, nella foresta.
Ai campi, nel bosco, al lavoro.
Che si sforzano, che si agitano per andare da qualche parte
O anche che vanno a passeggio da qualche parte.
Ma i bambini quello che li interessa è solo fare la strada.
Andare e venire e saltare. Consumare la strada con le loro
gambe.
Non averne mai abbastanza. E sentir crescere le loro gambe.
Loro bevono la via. Hanno sete della via. Non ne hanno
mai abbastanza.
Sono più forti della via. Sono più forti della fatica.
Non ne hanno mai abbastanza (Così è la speranza). Corrono
più in fretta della via.
Loro non vanno non corrono per arrivare. Loro arrivano per
correre. Arrivano per andare. Così è la speranza. Non
risparmiano i passi. Non ne verrebbe loro neanche l’idea.
Di risparmiare alcunché.
Sono le persone grandi che risparmiano.
Ahimé sono ben obbligate. Ma la bambina Speranza
Non risparmia mai nulla.

E' scesa la sera. La speranza nella pace che potrebbe arrivare già domani, non mi toglie quel velo si tristezza che mi è entrata nell'anima.
"Padre nostro che sei nei cieli". Tre, quattro parole,  sono le parole che precedono ogni preghiera, come le mani giunte precedono il mio corpo nella preghiera..


Mio Fiume

martedì 21 marzo 2017

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 Non è un'immagine del Tevere ma del Lambro a Milano (Lambrate)



Mio fiume anche tu, Tevere fatale,
Ora che notte già turbata scorre;
Ora che persistente
E come a stento erotto dalla pietra
Un gemito d'agnelli si propaga
Smarrito per le strade esterrefatte;
Che di male l'attesa senza requie,
Il peggiore dei mali,
Che l'attesa di male imprevedibile
Intralcia animo e passi;
Che singhiozzi infiniti, a lungo rantoli
Agghiacciano le case tane incerte;
Ora che scorre notte già straziata,
Che ogni attimo spariscono di schianto
O temono l'offesa tanti segni
Giunti, quasi divine forme, a splendere
Per ascensione di millenni umani;
Ora che già sconvolta scorre notte,
E quanto un uomo può patire imparo;
Ora ora, mentre schiavo
Il mondo d'abissale pena soffoca;
Ora che insopportabile il tormento
Si sfrena tra i fratelli in ira a morte;
Ora che osano dire
Le mie blasfeme labbra:
"Cristo, pensoso palpito,
Perchè la Tua bontà
S'è tanto allontanata?"

Ora che pecorelle cogli agnelli
Si sbandano stupite e, per le strade
Che già furono urbane, si desolano;
Ora che prova un popolo
Dopo gli strappi dell'emigrazione,
La stolta iniquità
Delle deportazioni;
Ora che nelle fosse
Con fantasia ritorta
E mani spudorate
Dalle fattezze umane l'uomo lacera
L'immagine divina
E pietà in grido si contrae di pietra;
Ora che l'innocenza
Reclama almeno un eco,
E geme anche nel cuore più indurito;
Ora che sono vani gli altri gridi;
Vedo ora chiaro nella notte triste.

Vedo ora nella notte triste, imparo,
So che l'inferno s'apre sulla terra
Su misura di quanto
L'uomo si sottrae, folle,
Alla purezza della Tua passione.

Fa piaga nel Tuo cuore
La somma del dolore
Che va spargendo sulla terra l'uomo;
Il Tuo cuore è la sede appassionata
Dell'amore non vano.

Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell'umane tenebre,
Fratello che t'immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l'uomo,
Santo, Santo che soffri,
Maestro e fratello e Dio 
che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti
E sorreggere noi infelici vivi,
D'un pianto solo mio non piango più,
Ecco, Ti chiamo, Santo,
Santo, Santo che soffri. (Ungaretti)



Lo canterò Fratello! 

Sì, il mio Fiume milanese che fu battezzato Lambro.
Il Parco del Lambro. A due passi dalla stazione di Lambrate! Vicino a casa.
Mentre io ho cambiato dimora, lui da lì non si è mai mosso. 

Mi rivedo bambina che cerca lo sguardo del mio papà. Era con lui che andavo al Parco Lambro quando la "festa dell'Unità" era un altro fiume, ma di persone venute a festeggiare le idee, gli ideali che li univano.
Fascino di sventolio di bandiere, di canti e di balli e lui, il Lambro, scorreva nel suo abito scuro con riflessi verdeggianti. 

Nel suo abito invernale non si mostrava quasi mai ai miei occhi, ma nell'estate, i colori erano più freschi e la tentazione di bagnarci i piedi era tanta.
E' vecchio fratel Lambro, i suoi pensieri scorrono lentamente e mi sussurra di pesci e di anatre: canta i guizzi dei primi e lo spettegolare delle seconde.
Canta il fruscio degli alberi quando il vento muove le fronde. 
Canta i segreti delle foglie e le loro mutazioni nelle stagioni che si susseguono.
Gli par di ricordare di aver visto, a notte fonda, le mani di Dio, vestire o svestire i rami con sveltezza davvero impossibile.
Il parco, la sua casa, è un bosco con tanto verde e per noi, milanesi, è una specie di "Fuori-porta" dove  ogni prato  brillante di sempre nuovo verde, chiama a raccolta  fiori e farfalle: certo nella stagione propizia! 

Sento ancora le grida gioiose dei bimbi che con le famiglie trascorrevano le giornate domenicali. I primi nostri "pic-nik"

Sarà così ancora? O con i tempi, qualcosa è mutato?

Prima di salutarlo, prima dell'ultimo sguardo a questo fratello benedetto, lo rassicuro che tornerò con i miei nipoti, la prossima estate.
Ancora mi volto ancora un ultimo sguardo: mio caro vecchio fiume, le stelle di notte sono sempre luminose e belle?
E il vento e la pioggia, fanno ancora i monelli increspandoti le sponde?
E nel silenzio dei giorni, li guardi ancora i volti delle persone che vengono a trovarti nella speranza di trovare, in quest'angolo di poesia un po'di speranza per i giorni a venire?

Io ti ricordo "fratel Lambro" e tu ricordi il mio nome e la mia voce quando angosciata chiamavo, i miei cuccioli che cercavano di specchiarsi in te?

Arrivederci a presto, forse, e felice primavera, Fratello Lambro!

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Qui d'estate brillano le lucciole!

E' arrivata la primavera!

lunedì 20 marzo 2017






E' proprio vero: Le stagioni non sono più quelle di una volta!

Oggi 20 marzo, alle 11.29 del mattino, ci sarà l’equinozio di primavera, cioè quell’evento astronomico che coincide con l’inizio della primavera: è uno dei due giorni dell’anno in cui notte e dì hanno la stessa durata più o meno in tutto il mondo. L’altro è l’equinozio di autunno. Anche se convenzionalmente si dice che le stagioni cominciano sempre il giorno 21 di marzo, giugno, settembre e dicembre, le date esatte di equinozi e solstizi dipendono dalla rivoluzione della Terra: fino al 2102 l’equinozio di primavera non sarà il 21 marzo, ma il 20 o, qualche volta, il 19.

Le ore di luce saranno uguali a quelle di buio per via della posizione della Terra attorno al Sole, e inizia ufficialmente la primavera.


Il significato del termine “equinozio” è chiaro per chi sa qualcosa di latino o è bravo a tirare a indovinare: la parola italiana deriva dal latino “aequinoctium“, composto da “aequus“, cioè “uguale” e “nox“, “notte”. Dopo l’equinozio di primavera il dì – cioè quella parte del giorno in cui c’è luce – continua ad allungarsi ogni giorno nell’emisfero boreale fino al solstizio d’estate: a quel punto le ore di luce cominciano a diminuire, tornando pari a quelle di buio nell’equinozio d’autunno, e ricominciando ad aumentare solo con il solstizio d’inverno. Estate e inverno iniziano nei giorni di solstizio, in cui le ore di luce sono rispettivamente al loro massimo o al loro minimo. Per quanto riguarda l’emisfero australe, cioè la parte della superficie della Terra a sud dell’Equatore, è tutto l’opposto.

Tremendamente difficile e complicato. L'unico evento chiaro è che oggi inizia la tanto attesa Primavera!!!


Oggi inizia la primavera meteorologica

Il mese più caldo e quello più freddo cadono esattamente nel mezzo di estate e inverno meteorologico


Come sono felice 

Ti aspettavo da tanto 
Posa il Cappello 
Devi aver camminato 
Come sei Affannato 

Caro Marzo, come stai tu, e gli Altri –
Hai lasciato bene la Natura –
Oh Marzo, Vieni di sopra con me –
Ho così tanto da raccontare –
Ho avuto la tua Lettera, e gli Uccelli –
Gli Aceri non sapevano che tu stessi arrivando –
L’ho annunciato – come sono diventati Rossi –

Però Marzo, perdonami –
Tutte quelle Colline che mi lasciasti da Colorare –
Non c’era Porpora appropriata –
L’hai portata
Chi bussa? Ecco Aprile –
Chiudi la Porta 
Non voglio essere incalzata 

È stato via un Anno per venire
Ora che sono occupata –
Ma le inezie sembrano così banali
Non appena arrivi tu
Che il Biasimo è caro come la Lode

E la Lode effimera come il Biasimo
(Emily Dickinson)



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Un po’ di tempo fa, nella grande valle Peligna, in Abruzzo, esisteva un uomo che amava scavare la terra e riportare alla luce oggetti, ruderi, monete delle epoche passate. Era un archeologo ed amava le cose antiche. “La terra nasconde e protegge sempre i tesori degli uomini!” diceva e le sue mani sapienti avevano ridato movimento, luce e colore a vecchie storie: popoli Italici che avevano combattuto contro i Romani, lì a ridosso del massiccio della Majella, dove c’era l’antica capitale dei popoli Italici: Corfinio.
“Se potessi rimpastare questi ruderi con la terra!” pensava l’archeologo, “mi piacerebbe far nascere un popolo nuovo che non conosca l’odio e la guerra. Chissà se una volta almeno nella storia della Terra nasceranno uomini così?” si domandava. “Terra, terra mia degli Abruzzi, a volte così aspra e forte, se almeno tu mi potessi rispondere!” implorava il povero uomo che amava l’arte, la musica e la poesia.
Era quasi finito l’inverno, la neve oramai si era sciolta e l’archeologo stava camminando vicino alla chiesa di San Pelino a Corfinio e come per magia la Terra gli rispose: “Mio caro amico la tua dolcezza e l’amore che hai per tutti gli uomini ti porteranno un premio. Sara’ la natura a farti una bella sorpresa. Chissà se questo non sarà un primo esempio per tutti gli uomini che verranno nel futuro. Ricordati di raggiungere un posto alto, che sovrasta tutta la valle Peligna, il primo giorno di primavera” e poi la Terra si ammutolì. L’archeologo sbalordito rispose alla Terra: “Certo vecchia cara amica mia, compagna di studi e di tanta ricerca, lo farò”.
E finalmente venne il fatidico giorno, il 20 marzo, l’uomo era andato a dormire in un piccolo casolare in montagna per dominare con la sua vista tutta la valle Peligna e con le prime luci dell’alba lo spettacolo fu davvero sbalorditivo. Tutta la conca Peligna era diventata un magnifico giardino, il vento lieve accarezzava una fioritura di gigli, di rose, di margherite, di mughetti, di viole, di tutti fiori del mondo, erano fiori di campo profumati e splendenti ma che non appartenevano al mondo delle piante: erano intessuti di fili di seta e come petali avevano tanti confetti di mandorla e zucchero. Alla vista dell’archeologo i fiori dissero in coro: “Buongiorno caro amico! Ecco il nostro regalo quando anche gli uomini diventeranno come noi, impastati d’amore e di dolcezza come le nostre mandorle con lo zucchero, vedrai che nascerà il nuovo popolo!”.
E ancora oggi nella valle Peligna, a Sulmona, i bambini di tutto il mondo possono vedere esposti per le strade tanti fiori colorati, sono creati con i confetti e sono bellissimi, hanno le mandorle e lo zucchero, in ricordo di quella fioritura straordinaria. Sono fiori che aspettano il giorno in cui finiscano l’odio e la guerra.

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I confetti di Sulmona!

E per finire....
Le campanelle
raccontano alle stelle
che il sole, che il sole
fa nascere le viole…
A nuovo vestite
spuntano le margherite,
primule e mughetti,
cespugli e cespuglietti,
piante e piantine,
erbette fine fine…
E il sole ad ogni fiore
dà il suo colore.
Rosse le rose,
gialle le mimose,
candidi i gigli,
e tutti son suoi figli.

Primavera

Buonagiornata di primavera a tutti

Vangelo di Oggi: L'incontro con la Samaritana

domenica 19 marzo 2017

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In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».

Vuoi riannodare i fili di un amore? Gesù, maestro del cuore, ci mostra il metodo di Dio, in uno dei racconti più ricchi e generativi del Vangelo.

Gesù siede stanco al pozzo di Sicar; giunge una donna senza nome e dalla vita fragile. È l'umanità, la sposa che se n'è andata dietro ad altri amori, e che Dio, lo sposo, vuole riconquistare. Perché il suo amore non è stanco, e non gli importano gli errori ma quanta sete abbiamo nel cuore, quanto desiderio.

Dammi da bere. Lo sposo ha sete, ma non di acqua, ha sete di essere amato.

Gesù inizia il suo corteggiamento (la fede è la risposta al corteggiamento di Dio) non rimproverando ma offrendo: se tu sapessi il dono...

Il dono è il tornante di questa storia d'amore, la parola portante della storia sacra. Dio non chiede, dona; non pretende, offre: Ti darò un'acqua che diventa sorgente. Una sorgente intera in cambio di un sorso d'acqua. Un simbolo bellissimo: la fonte è molto più di ciò che serve alla tua sete; è senza misura, senza fine, senza calcolo. Esuberante ed eccessiva. 
Immagine di Dio: il dono di Dio è Dio stesso che si dona. Con una finalità precisa: che torniamo tutti ad amarlo da innamorati, non da servi; da innamorati, non da sottomessi.

Vai a chiamare colui che ami. 
Gesù quando parla con le donne va diritto al centro, al pozzo del cuore; il suo è il loro stesso linguaggio, quello dei sentimenti, del desiderio, della ricerca di ragioni forti per vivere. Solo fra le donne Gesù non ha avuto nemici.

Il suo sguardo creatore cerca il positivo di quella donna, lo trova e lo mette in luce per due volte: hai detto bene; e alla fine della frase: in questo hai detto il vero. Trova verità e bene, il buono e il vero anche in quella vita accidentata. Vede la sincerità di un cuore vivo ed è su questo frammento d'oro che si appoggia il resto del dialogo.

Non ci sono rimproveri, non giudizi, non consigli, Gesù invece fa di quella donna un tempio. 
Mi domandi dove adorare Dio, su quale monte? Ma sei tu, in spirito e verità, il monte; tu il tempio in cui Dio viene.

E la donna lasciata la sua anfora, corre in città: c'è uno che mi ha detto tutto di me... La sua debolezza diventa la sua forza, le ferite di ieri feritoie di futuro. Sopra di esse costruisce la sua testimonianza di Dio.

Un racconto che vale per ciascuno di noi: non temere le tue debolezze, ma costruiscici sopra. Possono diventare la pietra d'angolo della tua casa, del tempio santo che è il tuo cuore.

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Le Beatitudini

venerdì 17 marzo 2017



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Non esiste un momento particolare per leggere le Beatitudini. Esiste un momento, per incominciare un cammino, partendo da questa pagina di Vangelo.

Le Beatitudini non sono un ideale di vita per pochi privilegiati, un'utopia irrealizzabile, sono un annuncio lieto del fatto che il Regno di Dio è per tutti, specialmente per i poveri e gli esclusi, un programma di vita per ciascuno di noi a cui poterci avvicinare, noi poveri che ci crediamo grandi.

Nel Discorso della Montagna, Gesù, Vangelo di Matteo, ci annuncia la gioia che troveremmo nel sentiero che porta alla fiducia in Dio Padre.

Sono "la legge dei liberi"

Sono l'aiuto al nostro cuore ad aprirsi allo Spirito Santo: dono di Salvezza.




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Musica del cuore.

mercoledì 15 marzo 2017

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Paolo ha accettato, da tempo,la proposta per una raccolta punti mentre fa gli acquisti nei supermercati.

In tre anni abbiamo totalizzato ben 13.350 punti. Non vedo l'ora di utilizzarli. Tra le proposte c'è un giradischi.

Quelli di una volta per intenderci. No, non quelli col grammofono a tromba. Un giradischi per gli LP. Ve li ricordate?.......Non sono poi tanto lontani nel tempo, vero? 


Questa sera ascolterei volentieri Brahms.. Le note di un Adagio nelle orecchie, per amare il silenzio interiore.

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Entro in casa accompagnata dai volti e soprattutto dagli sguardi che oggi ho incontrato, e se qualcuno mi chiedesse come sto, non saprei rispondere.

Questa sera ci vorrebbe proprio Brahms. Con i violini, le viole e i violoncelli. Musica che addolcisce, che trasporta lo sguardo verso il Cielo e intanto dona malinconia. 
Questa sera sì. "Aimez vous Brahms?"


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Nel mio cuore esiste un vuoto, un piccolissimo vuoto dove vivono gli interrogativi e cantano le nuvole 
che oggi si sono nascoste. E io penso. 

Sono avvolta dalla serenità e dalle domande Sono turbata dalla pesantezza delle voci femminili un pò chiassose.
 
Sento nel cuore cantare la gioia di un'ora trascorsa nella mia chiesa, nel silenzio di banchi e sedie vuote: gioia di essere ripiena di certezze. 

La pesantezza non è poi tanto pesante perché è abbracciata alla gioia. 

Ma anche la gioia non è meno sorridente perché è accompagnata alla fatica di una lunga giornata.

Ho nel cuore, come sempre le persone che amo.
Ad una ad una le nominerò, quando sarà il momento della preghiera, perchè Dio e Maria SS. le proteggano. 
E proteggano anche coloro di cui non conosco il profumo delle labbra quando parlano ai miei occhi.


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